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L'opposizione fatta in casa

• da Corriere della Sera del 12 luglio 2010

di Piero Ostellino

In assenza di opposizione «esterna» - il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un'alternativa ideale e programmatica credibile - il centrodestra si è creato un'opposizione «interna». Che Berlusconi identifica nelle esternazioni di Fini, ma che, nei fatti, sta concretandosi nella Lega, cioè nel suo ; azionista privilegiato. La prospettiva, per ora remota, ma possibile, è che, sulle rovine del primo-berlusconismo quello della «rivoluzione liberale» mancata, cui ormai anche il Cavaliere sembra avere definitivamente abdicato - e della corsa alla sua successione alla guida del Paese, si innesti un processo che dia vita a soluzioni tanto poco identitarie, sotto il profilo etico-politico, e, soprattutto, assai poco nazionali, da prefigurare un duplice rischio. Primo: sotto il profilo etico-politico, la scomparsa della rappresentanza dei ceti moderati, la riframmentazione, anche a sinistra (fra riformisti e conservatori), del sistema, la nascita di una sorta di «sindrome di Weimar» interprete dell'incapacità dei partiti di esercitare un ruolo di direzione - che crei lo spazio per un «benevolo dispotismo» tecnocratico e decisionista. In sostanza, governi tecnici, non direttamente eletti. Secondo: sotto il profilo nazionale, la crescita di una tendenza alla «secessione democratica», da parte della popolazione del Nord nei confronti del Sud, sulla base di una forma di rivendicazionismo speculare, e opposto, a quello che fino all'altro ieri era stato del meridionalismo anti-unitario del Sud nei confronti del Nord. Ernesto Galli della Loggia attribuisce la crisi della Politica a carenza di progettualità. È la politica cui la sinistra, in passato, attribuiva la funzione razionalistica di modellare la Società. A me pare, invece, si tratti di una crisi strutturale. La Società italiana è, dal XIII secolo, corporativa, e nei suoi confronti il potere politico prima comunale, poi statuale - ha sempre operato come «mediatore» fra le corporazioni in competizione. Oggi a causa della crisi economica e data la scarsità di risorse da distribuire - anche la Funzione pubblica è una corporazione essa stessa, col risultato di accrescere la conflittualità generale. L'interprete autentico di tale involuzione è la Lega, che ha tradotto in rivendicazionismo locale il neocorporativismo pubblico. Ma, alzando progressivamente il prezzo di azionista privilegiato nella coalizione, essa sta entrando in rotta di collisione con quel poco che ancora rimane della politica nazionale e riformista nel berlusconismo. La rivolta delle regioni contro i tagli della manovra ne è l'epifenomeno; la traduzione, «familista», del corporativismo locali sta in conflitto con quello statuale. E una spirale dalla quale il centrodestra, e la stessa Lega, sembrano incapaci di uscire, per ragioni oggettive, e perché Fini, con le sue sortite, offre loro una giustificazione.



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