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Segnali di disgelo fra Usa e Cuba

• da la Repubblica del 12 luglio 2010

di Filippo Rampini

 

A pesca nelle acque de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, un mojito a Varadero Beach, cena con mambo al Tropicana, sigari Havana, e le spiaggebianchevisteperl'ultima volta nel film Il Padrino. Gli americani tornano a carezzare quello che fu il sogno proibito per due generazioni: il ritorno nel paradiso perduto di Cuba. La levata dell'embargo di Washington contro «l'isola comunista», comprese le restrizioni sul turismo, sembra più vicina. Un'accelerazione improvvisa degli eventi si è verificata negli ultimi cinque giorni. A Cuba sono stati rilasciati i primi prigionieri politici su una lista di 52 detenuti, la cui liberazione è stata promessa alla Chiesa cattolica e all'Unione europea. Fidel Castro è riapparso dopo una lunga assenza per malattia. E a Washington una commissione della Camera ha dato il via libera alla fine delle sanzioni. Se Barack Obama e il Congresso confermano quest'apertura, il disgelo andrà avanti rapidamente. Potrebbe cadere così l' ultimo reperto storico della Guerra fredda. Varato nel 1959, all'epoca della rivoluzione castrista, l'embargo contro Cuba divenne una componente ineliminabile della politica estera americana a partire dal 1962. Nell'ottobre di quell'anno attorno a Cuba si giocò la più grave crisi nella storia delle relazioni Usa-Urss. La costruzione di basi missilistiche sovietiche sull'isola, a poche miglia dalla costa della Florida, portò John Kennedy e Nikita Kruscev a pochi passi dalla guerra nucleare. Inseguito, anche dopo la fine dell'Urss e la caduta del Muro di Berlino, a rendere tabù la levata dell'embargo è stata la potente lobby degli esuli anti-castristi in Florida, ostili a ogni dialogo con il regime. Anche adesso, un cambio di atteggiamento verso Cuba non è facile. Lo dimostra il duro editoriale del Washington Post, giornale progressista e non certo ostile a Obama, sulla vicenda dei prigionieri politici. «Non illudiamoci si legge sul quotidiano della capitale - che questo gesto preannunci qualche cambiamento politico fondamentale nell'isola che i fratelli Castro, Fidel e Raul, dominano con il pugno di ferro dal 1959. Il regime ha una lunga storia di concessioni puramente tattiche sui diritti umani, con l'obiettivo di guadagnare tempo per la dittatura, non di riformarla». Il giornale ricorda che i 52 in corso di liberazione «sono meno di un terzo, rispetto ai 167 prigionieri politici nelle carceri cubane». Eppure vista da Washington la situazione a Cuba presenta una finestra di opportunità. Secondo il cardinale dell'Avana Jaime Ortega, solitamente prudente, sull'isola«la situazione economica è difficile, è urgente cambiare le cose o l'impazienza e la rabbia si diffonderanno». Il turismo e l'esportazione di minerali, due tradizionali fonti di valuta pregiata, sono in calo. Il debito estero è in aumento. Arrivano meno aiuti dal Venezuela, colpito a sua volta da difficoltà interne. Sul piano politico uno choc è arrivato c on la morte del prigioniero Orlando Zapata Tamayo dopo 75 giorni di sciopero della fame. Prima il regime ha reagito scatenando violenze contro le manifestazioni pacifiche delle madri dei detenuti. Ma quando ha iniziato lo sciopero della fame un altro dissidente, Guillermo Fariñas, il regime ha preferito cedere. L'annuncio della liberazione di 52 prigionieri politici e di coscienza, è giunto poche ore dopo il voto della commissione Agricoltura alla Camera di Washington, che ha approvato la levata dell'embargo sulla vendita di prodotti alimentari e sul turismo. Di fatto «embargo» è già oggi una parola superata. Nel corso degli ultimi anni, e soprattutto da quando c'è Obama alla Casa Bianca, i divieti sono stati allentati in vari modi. Le vendite di prodotti alimentari sono consentite a condizione che Cuba paghi in cash: grazie a questo, gli Stati Uniti sono divenuti in poco tempo il quinto esportatore all'Avana. Se si aggiungono le rimesse degli emigrati, l'America è di fatto il maggiore sostegno economico di Cuba a parità con il Venezuela di Hugo Chavez. Anche sui viaggi ci sono già diverse eccezioni ai divieti. Se la commissione Esteri della Camera confermerà la fine dell'embargo, il boom del turismo «yankee» all'Avana è imminente. Sarà uno choc e economico e culturale, la caduta dell'ultimo Muro, tra due realtà vicinissime che per mezzo secolo la storia ha condannato a odiarsi, o ignorarsi.

 



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