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Petrolio e politica bis

• da Il Corriere Adriatico del 13 luglio 2010

di Fulvio Cammarano

 

Soprattutto in questi giorni di vacanze balneari, guardando il mare viene da chiedersi se lo ritroveremo anche il prossimo anno così (quasi) pulito o, quanto meno, non devastato da un qualche disastro ambientale, come quello del Golfo del Messico. L’incidente americano è solo l’ultimo e il più drammatico di una serie di guasti ed errori fatti dalle compagnie petrolifere durante l’estrazione dell’oro nero dalle profondità marine. Come è possibile, dunque, si stanno chiedendo in molti, che non ci sia una sollevazione planetaria di fronte ad uno scempio simile che ci riguarda tutti così da vicino? Una rivolta non di protesta e dunque di “riforma” del sistema petrolifero, magari chiedendo più sicurezza, ma finalizzata alla più profonda e radicale delle misure: mettere fine all’età del petrolio, visto che tecnologie e opinione pubblica sono già mature per un simile cambiamento epocale.

 
Perché un pianeta che ormai ha le conoscenze e gli strumenti per affidare al sole, all’idrogeno, al vento (fonti abbondanti, gratuite e rinnovabili) il soddisfacimento di gran parte dei propri fabbisogni energetici, continua a dipendere da una risorsa così costosa e difficile da reperire? La risposta più ovvia e scontata è che quando un treno è in corsa è difficile da fermare. L’industria petrolifera è da quasi un secolo una delle più potenti e politicamente influenti realtà dell’economia mondiale e i suoi interessi non possono certo essere piegati con l’appello alla buona volontà o con considerazioni ambientali e sociologiche. Il capitale, inteso come meccanismo di produzione, non sente ragioni, poiché è un animale programmato per moltiplicare profitti e non per risolvere problemi o, quanto meno, non per risolverli nel modo più razionale e conveniente per tutti.

 
Spetterebbe alla politica mettergli le redini, quando la sua corsa sfrenata produce danni, ma di fronte a enormi interessi in ballo, la cosa non risulta affatto semplice. Eppure, proprio in un momento di crisi come questo, dovrebbe tornarci utile la lezione dell’avvio della grande rivoluzione industriale nel XVIII secolo in Gran Bretagna (e conseguente trasformazione planetaria), la cui origine va fatta risalire all’incontro di due fattori, salari (relativamente) alti e costo dell’energia (relativamente) basso. Dunque, abbandonare il petrolio, oltre ad essere un interesse prioritario per l’ambiente e il futuro del pianeta, può diventare una mossa strategica nella prospettiva di pensare un nuovo modo di rilanciare l’economia. E, soprattutto, potrebbe diventare un nuovo business mondiale, un’occasione, insomma, per spostare capitali da un settore in declino ad un altro in ascesa, come è sempre avvenuto nella storia dell’economia capitalistica. Però ci deve essere un clima politico e sociale favorevole al nuovo investimento e sfavorevole al vecchio. Questo oggi non c’è perché la politica latita. Qualcosa, certo, si muove: l’Enel, ad esempio, sta portando avanti con successo il suo ambizioso piano d’investimenti da destinare, entro il 2012, all’innovazione tecnologica per lo sviluppo compatibile. Nel complesso, l’impressione è che manchi una linea coerente: pensiamo, solo per citare un aspetto molto noto, alla grama vita degli incentivi per sostituire sistemi di riscaldamento inquinanti con altri “puliti”. A livello mondiale, tuttavia, non mancano segnali incoraggianti, dopo la disastrosa “amministrazione petrolifera” Bush. Obama ha invocato la necessità di un mutamento radicale di rotta rispetto alla politica energetica. Una dichiarazione importante, che arriva, però, da un presidente in difficoltà e alle prese con molti gravi stalli in altre situazioni politicamente strategiche. Inoltre, non va dimenticato, che tali innovazioni dovranno essere concordate con le nuove potenze mondiali, le quali rivendicano il diritto allo stesso modello di sviluppo che ha permesso all’Occidente di imporsi. Quale che sia la strada, non c’è dubbio che la prima mossa tocca alla politica, la cui azione potrebbe ricevere una spinta dalla mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale.

 
La reazione, in Italia, all’ipotesi della privatizzazione dell’acqua potabile, ha mostrato che esiste una sensibilità non ancora anestetizzata di fronte ai temi che riguardano la vita materiale delle persone. Ulrich Beck ha recentemente parlato della necessità di “attaccare la Bastiglia del petrolio”. Si tratta, forse, di qualcosa di più di un suggestivo parallelo con la data simbolo da cui è nata la modernità politica. Senza la presa di questa nuova Bastiglia, senza un nuovo modo di produrre energia, quella modernità non avrà più futuro. L’inquinamento, infatti, è la condizione ambientale e culturale in cui l’autoritarismo trionfa.


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