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Troppi scioperi legati sempre e solo dalla politica

• da L'Opinione delle Libertà del 14 luglio 2010

di Giuseppe Mele

Coincidenza ha voluto che nello stesso giorno dello sciopero di tutte le aziende del gruppo Telecom, si incrociassero anche gli scioperi dei giornalisti contra legge sulle intercettazioni e dei trasporti ferroviari-locali. Coincidenza ha voluto che fosse anche l'ultimo giorno utile ai lavoratori Telecom per partecipare al piano di azionariato diffuso. Semplice casualità, se è vero che il piano era stato proposto alla stampa fin dal 13 aprile ed approvato, dall'Assemblea aziendale, subito dopo con tanto di aumento di capitale di circa 31 milioni di azioni, in una remembrance della public company dei tempi della privatizzazione. Infine lo stesso giorno, a sciopero nemmeno ultimato, Telecom ha avviato tra telefonate e telegrammi le procedure di mobilità per 3.700 dipendenti; in soldoni il licenziamento di migliaia di giovani, trasformabile in caso di accordo sindacale in fuoriuscite volontarie dei più anziani. Così si è chiusa la convulsa giornata del 9 luglio che ha proposto tutta la confusionaria gamma dell'istituto sciopero, sempre meno compreso dall'opinione pubblica soprattutto nelle grandissime città cui tocca assorbire l'urto delle manifestazioni. Scioperi e manifestazioni nei primi cinquant'anni della Repubblica, governata dai fautori dell'Ovest ma in area di confine, erano la principale ed intoccabile arma dei fautori dell'Est. La piazza minacciosa era in grado di mettere il veto a leggi, provvedimenti, nomi ostili. Fin da subito, la distinzione tanto importante in Europa tra sciopero politico - di solidarietà - e sindacale venne meno, perché in Parlamento la forza dell'opposizione si fondava sulla piazza. Come già nel primo anteguerra, i poteri locali, maxime dopo l'istituzione regionale, sostenevano apertamente i manifestanti. Nella piazza c'era tanta forza, da aggregare spesso e volentieri anche forze politiche, sociali e sindacali, di segno politico diverso e moderato; e da arrivare, dopo la contestazione antiautoritaria antigoverno ed antiopposizione, ad un pulviscolo di differenziazioni, che trovavano solo nella manifestazione per strada un modus operandi unico. Il 9 luglio si sono avuti contemporaneamente uno sciopero puramente politico, uno prettamente sindacale ed uno con caratteristiche più settoriali. La giornata del silenzio della Fnsi è stato l'evento politico: ai giornalisti non venivano in media società come Sio, Rcs, Area e Rinova, che oberate di lavoro dalle Procure, hanno crediti non incassati di 200 milioni e minacciano lo sciopero bianco, cioè di non accettare ulteriori incarichi. I giornalisti scioperavano per una causa più nobile: il diritto a pubblicare le soffiate sulle indagini in anteprima, con annessi testi delle telefonate intercettate. Cosa che ricorda Emilia Rossi - è proibita (art.115 c.p.p.e art.684 c.p.) e non viene rispettata solo perché il rischio è solo una contravvenzione da 100 euro; e che - come ha detto Marco Taradash da Radio Radicale e speriamo potrà dire anche dopo l'abbandono di Bordin - non riguarda la privacy, ma proprio lo strapotere del circuito stampa-magistratura, vero alias del Parlamento. A favore di quest'ultimo, si è schierata alla fin fine il più dei media, tra un distinguo e l'altro, connotando di un segno politico chiaro anche tutte le altre manifestazioni della giornata. La chiamata della Fnsi è stata tra le sue più efficaci, in un mondo della stampa, in cui tra sindacato, ordine, scuole professionali, casse di previdenza l'attenzione alle questioni del lavoro su carta, web e tv sono minime, in difesa di un mondo tradizionalista in rapida scomparsa. La giornata ha preso il colore dello sciopero politico, come già il 25 giugno, inserendosi tra gli 5 scioperi nazionali e 50 territoriali, avutisi dal 2009. C'era l'ennesimo dei 70 scioperi dei trasporti di terra (26 ferroviari e 44 metro - bus con 26 revoche) dall'inizio dell'anno; scioperi efficaci, per l'effetto immediato su tutti. Se nelle tlc, viene chiesto di dividere le astensioni del lavoro tra telefonia fissa e mobile, controcorrente alla convergenza sempre più spinta, la conflittualità nei trasporti, dove fioccano sanzioni precettazioni e giudizi negativi sui sindacati, è dovuta proprio al processo di unificazione contrattuale di ferrovie e metro; ed all'intenzione parlamentare di contenere il ricorso allo sciopero, riservandolo solo ai sindacati rappresentativi e dietro conferma di referendum, secondo modus tedesco (d.d.l. n. 1473 e prop. Ig. 1409). In questo quadro era ben difficile farsi notare per la conflittualità in Telecom, che pure da gennaio ha già toccato ben 21 scioperi. Per i lavoratori dell'unico mondo ex pubblico, privatizzato fino in fondo, non è facile farsi sentire. Come registrano Caterina Catanoso e Emanuela Fiata della Commissione di garanzia "le astensioni dal lavoro del settore non determinano pregiudizi alla libertà di comunicazione, né alla continuità del servizio tic" anche "data la totale automatizzazione dei servizio, che consente d'essere dirottato" dove funzionano le linee. I sindacati del settore si sono sempre attenuti ad un codice di regolamentazione provvisorio, mai concordato fra le parti; il numero dei lavoratori coinvolti dal servizio obbligatorio appare sempre esagerato. L'incredibile calo occupazionale diretto ed indiretto di un settore da 3% dei Pil che dovrebbe essere di traino a tutta l'economia, intrecciandosi con il nodo non sciolto del valore strategico dell'informatica in un paese moderno, ci riporta al 2008 quando Sacconi e sindacati diedero dell'irresponsabile a Telecom. Un anno dopo, criminalizzato il vertice confindustriale di Asstel, l'azienda progressista sussidiaria anche della sindacalità, con scontri filosofici su larga banda essere o non essere, Telecom che teorizza la seconda e Cgil che sbanda tra i viola e l'appello a Polverini - Alemanno, si torna peggio di prima allo stesso punto. Al punto da invocare attenzione per le telecomunicazioni, invocare Sacconi, e liberarsi dall'uso politico, che anche il 9 luglio ha fatto ombra per l'ennesima volta.



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