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Legalità il partito dia un segnale

• da Il Secolo d'Italia del 14 luglio 2010

di Flavia Perina

 

Non deve sfuggire, nella travagliatissima fase che sta vivendo il Pdl, il silenzio interdetto della gran parte dei vertici di partito. Non parlano gli ex di An che si sono schierati con Silvio Berlusconi nell'ultima direzione - né Ignazio La Russa, né Giorgia Meloni, né Gianni Alemanno, né Maurizio Gasparri o Altero Matteoli - ma tace, nel dibattito sul caso Cosentino e Verdini, anche quasi tutta la classe dirigente della vecchia Forza Italia. È un silenzio significativo, che riflette lo sconcerto davanti a fatti che - secondo logica politica - prevedono un solo approdo: il passo indietro di chi ha avuto ruolo nelle trame interne ed esterne imbastite al tavolo di Flavio Carboni, accompagnato da un'operazione di pulizia e trasparenza a tutto campo all'interno del partito. Il ministro Sandro Bondi, che ieri ha accusato Italo Bocchino di «avere un ruolo nefasto» nel Pdl, perché la sua richiesta di dimissioni a Cosentino e Verdini è «una provocazione» e non quel «confronto alto e costruttivo che invece sarebbe necessario per affrontare i problemi e superare le incomprensioni», dovrebbe riflettere cinque minuti sulle caratteristiche del partito che guida e che ha contribuito a fondare. Al di là degli schieramenti interni, al di là di chi ha firmato per chi, delle fedeltà correntizie, dei ragionamenti opportunistici, la legalità a destra ha sempre rappresentato una precondizione della politica. E il dossieraggio - da quelli sui fantomatici golpe alle attuali storie da case d'appuntamenti - è stato sempre considerato una pratica politicamente immorale, indegna di uno Stato di diritto (quando era lo Stato a coltivarla) e inutilizzabile dalle persone perbene. Questa convinzione non è appannaggio esclusivo della destra. Ed è - per citare una delle categorie più amate dal Pdl - un principio profondamente "garantista". Analoga era ed è la visione di chi viene da una tradizione liberale, degli ex radicali (chi si ricorda il garantista gentiluomo Franco De Cataldo?) e di molti altri filoni confluiti nell'attuale partito unitario. I coordinatori del Pdl hanno il dovere di rappresentare anche questa sensibilità, perché non è che il loro ruolo si esaurisce nella composizione delle beghe locali o nelle nomine. E se non gli piace, se preferiscono fare la difesa d'ufficio degli amici, dovrebbero sentire almeno la responsabilità nei confronti dell'elettorato che ha dato fiducia al partito: non serve aspettare i sondaggi, anche un bambino capisce che la "Carboni connection" minerebbe la credibilità e l'autorevolezza pure di Madre Teresa di Calcutta, e ciò al di là della sua rilevanza giudiziaria. Il silenzio interdetto di molti, le parole chiarissime di altri (dal «cacciateci tutti» di Fabio Granata all'azzeramento della classe dirigente invocato da Pasquale Viespoli «per aprire una fase nuova») dovrebbero essere valutati con il loro giusto peso. Nulla hanno a che vedere con le derive giustizialiste, o con le provocazioni, o con il controcanto. Il partito ha un problema la cui soluzione non può essere demandata ai giudici - come sostiene implicitamente chi dice "aspettiamo l'esito delle indagini" - ma che bisogna affrontare direttamente e subito. Tutti dovrebbero chiedersi (e molti se lo chiedono) quanti "casi Caldoro" sono stati messi in moto dalla lobby dei falsi dossier, quale esito hanno eventualmente prodotto e cosa sarebbe successo se le ferme posizioni dei cosiddetti "finiani", ma anche del ministro Mara Carfagna, non avessero tagliato la strada alla candidatura in Campania di Cosentino. Il Pdl, che con tanta forza ha negato la possibilità di costituire correnti, dovrebbe pronunciare parole chiare sui club del veleno che anziché fare politica alla luce del sole costruiscono carriere (e forse affari) istruendo fascicoli segreti contro gli avversari interni. Non meritano un anatema almeno pari a quello riservato alla "deriva correntizia"? Ed è possibile derubricare a "leggerezza" la commistione con un personaggio che ha svolazzato per vent'anni tra i misteri della Repubblica, da Calvi al delitto Moro, dal crack Ambrosiano alla Banda della Magliana, ricavandone una condanna a 8 anni e una sulfurea fama di faccendiere? Abbiamo parlato con tanti colleghi, ieri alla Camera, e tutti si pongono questi interrogativi anche se a esprimerli pubblicamente, magari, sono solo i "finiani". L'idea di risolvere il problema con la solita invettiva contro chi parla chiaro, stavolta, è davvero pazzesca.

 



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