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Laicismi

• da Il Foglio del 15 luglio 2010

di Angiolo Bandinelli

Un gentile e affezionato lettore mi ha fatto una osservazione in merito alla mia colonnina dell'8 luglio, nella quale sostenevo che "si deve al cristianesimo la distinzione tra clero e laos-popolo", con il clero "che nella chiesa occupava il recinto del presbiterio, nel quale aveva luogo la cerimonia sacra cui il popolo assisteva dalla navata". Il gentile e attento lettore obietta che “forse non sono stati i cristiani a inventarsi la separazione nello spazio tra da una parte i fedeli, dall'altra i sacerdoti. Nella Grecia antica, intorno al tempio vi era una zona, recintata dal recinto denominato 'temenos'. In questa area i fedeli non potevano entrare; era riservata ai sacerdoti....”. Si, la messa a punto è corretta, e tuttavia io difendo la mia tesi: che cioè la distinzione tra clero e laicato avviene, in modo consapevole, all'interno del cristianesimo. Sicuramente, nel recinto del "temenos" avveniva la epifania della potenza oscura, del sacro, dal quale colui che non fosse iniziato doveva essere tenuto lontano. Ma questa messa in evidenza del ruolo separato del potere magico poco ha a che fare con la, distinzione, all'interno della comunità cristiana primitiva, di ruoli e funzioni differenti che però non separano del tutto le due ali dei credenti - clero e laici legati a un unico destino di salvezza. Per incidens: il gentile lettore mi sottolinea come nel mondo pagano la separazione tra sacerdoti e popolo era funzionale a un vero e proprio imbroglio: infatti, scrive, "gli archeologi hanno scoperto un trucco ripetuto in tre località della Grecia antica: il santuario di Delfi; l'Akropolis di Atene, zona Eretteo; il santuario di Corinto alto. All'interno dell'area riservata (quindi lontano dagli occhi dei semplici fedeli) è stato scavato un pozzo, che dà accesso a un tunnel. Il tunnel è di dimensioni limitate, può contenere un solo uomo. Esso termina alla base di un altro pozzo. Dai bordi superiori di quel pozzo ufficiale e sacro, i sacerdoti chiedevano l'oracolo alla divinità. Sotto, alla base del pozzo, c'era in servizio un compare, un altro sacerdote, che rispondeva", La faccenda sarà pur vera, in tutto o in parte, ma a me pare che questa descrizione della fenomenologia religiosa (il "compare...") faccia il paio con quella espressa dal detto marxiano per il quale la religione "è l'oppio dei popoli", o anche una "impostura dei preti". Siamo, mi perdoni il cortese lettore, in una vulgata più consona agli spiriti de "L'Asino" che al voltairiano "Dictionnaire philosophíque". Diversità di posizione Dunque, penso di poter ragionevolmente sostenere ancora che nelle comunità cristiane precostantiniane si teneva conto di una diversità di posizione tra il clero e il laicato. In un libretto che diede luogo, quasi un anno fa, a un dibattito al quale io stesso partecipai ("Laicità e relativismo nella società post-secolare", a cura di Stefano Zamagni e Adriano Guarnieri, Il Mulino, 2009, studi promossi dallo "Istituto Veritatis Splendor") il prof. Giuseppe Dalla Torre sostiene che nella chiesa originaria si passa dal significato generico di "popolo di Dio" a una "distinzione profonda tra i fedeli, che vede contrapporre i 'laici' ai 'chierici', che alla fine si stabilizza, cosicché nella chiesa si distinguono due categorie", "a seconda della partecipazione o meno alla struttura gerarchica della chiesa". A sua volta, Piergiorgio Grassi vi parla di una "prevalente accezione... di subordinazione e in certa misura di sudditanza", anche se riferita "all'insieme dei fedeli non ordinati né consacrati alla vita religiosa, ma viventi nel secolo e organizzati in forme di associazioni di vario genere, collegati in vari modi e livelli alla chiesa gerarchica", e dunque partecipi anch'essi al cammino verso la salvezza comune. Secondo questo studioso, il termine "laicità" "è stato messo in circolo nella seconda metà del secolo XIX, nell'area di lingua francese, per rivendicare l'autonomia della società e dello stato dalla chiesa...". Tale principio, prosegue, "è stato oggetto di persistente riprovazione e opposizione ecclesiastica e ricondotto a un atteggiamento fondamentalmente ateo o comunque generatore di esiti di scetticismo e di incredulità sul piano pubblico e privato". Ma poi, attenzione: "Solo nel Novecento, a partire dagli anni Trenta, nella chiesa cattolica sì è cominciato a usare la parola 'laicità', ricollegandola però all'originario significato del termine di laico", e il termine "aveva ritrovato piena accoglienza nel Concilio Vaticano II, dove era risuonato come una questione centrale con la quale 'il cattolicesimo era chiamato a misurarsi, tanto sul piano pastorale e teologico, quanto sul piano culturale e politico'. Strano destino, quello del termine "laico" e delle realtà che esprime, dover trovare la sua legittimità dal riconoscimento da parte del suo opposto. Non mi pare accettabile.



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