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Una vicenda buia degli oscuri anni di piombo

• da la Voce Repubblicana del 22 luglio 2010

L'on. Elisabetta Zamparutti illustra la sua interpellanza concernente elementi e iniziative di competenza in relazione all'omicidio del giornalista Walter Tobagi, 8 luglio 2010. L'on. Francesco Nucara è fra coloro che l'hanno sottoscritta...
Zamparutti Signor Presidente, intanto, voglio premettere che questa è un'interpellanza urgente che attende risposta da due anni, una risposta che in questi due anni ho più volte sollecitato e che oggi mi auguro finalmente, possa arrivare. Ringrazio per questo i colleghi che da parte di vari gruppi parlamentari hanno voluto sottoscrivere: questa interpellanza per consentire di avere una risposta e, ringrazio il Governo dal quale mi aspetto, però, una risposta adeguata, perché quella dell'omicidio Tobagi è una vicenda tra le più oscure nella già buia e in molti casi ancora irrisolta stagione dei cosiddetti anni di piombo della storia del nostro Paese. Stiamo parlando della vicenda di Walter Tobagi il giornalista del Corriere della Sera ucciso nel maggio 1980 dalla brigata 28 marzo, un gruppo capeggiato dal terrorista Marco Barbone che, a distanza di trent'anni, continua a suscitare interrogativi. Penso, ad esempio, ai numerosi articoli di Franco Corleone e alle inchieste giornalistiche come quella di Renzo Magosso e anche alle interrogazioni ed interpellanze parlamentari alle quali in passato (penso ad esempio a quelle presentate da Marco Boato) non sono state mai date risposte soddisfacenti. Spero che oggi questo Governo cambi registro rispetto all'unica reticente e francamente indecente risposta alle numerose interpellanze fin qui presentate. Mi riferisco alla risposta del Governo in Aula alla Camera il 16 giugno del 2004 quando l'allora Ministro Giovanardi ebbe ad affermare che nessuno ha mai indicato alle forze di polizia ed ai carabinieri i nomi degli assassini per poi ammettere di essersi limitato a chiedere lumi alla procura di Milano per conto della quale aveva risposto proprio Armando Spataro che aveva liquidato la questione con un laconico “tutto è già nelle carte processuali”. Vediamole allora queste carte processuali che, di per se, sarebbero sufficienti a sostenere invece la tesi che il delitto Tobagi si poteva evitare e che diventano ancora più eloquenti alla luce delle novità più recenti. Nel suo recentissimo libro intitolato "Ne valeva la pena" Armando Spataro, da una parte, afferma (a pagina 80) che non è vero che un confidente avesse preannunciato ai carabinieri il progetto di uccidere Tobagi, rivelando persino i nomi di chi l'avrebbe eseguito e, dall'altra (a pagina 94) Spataro aggiunge che Ricciardi (il confidente dei carabinieri) riferì ai carabinieri da confidente quanto appreso da Franzetti, ipotizzando che il piano potesse essere quello di un attentato, aggiungendo che in passato le formazioni comuniste combattenti avevano pensato a Walter Tobagi. Parlo, in particolare, di un progetto di sequestro del giornalista risalente ; a1 febbraio o all'inizio del 1978 elaborato e poi abbandonato dalle formazioni comuniste combattenti di Corrado Alunni. Nel 1978 (continua Spataro) il gruppo di Barbone non esisteva ancora e non esisteva neppure nel 1979 quando Ricciardi rivelò questa storia. Spataro non fa nessun altro riferimento, invece, negli atti del processo, dallo stesso Spataro depositati a suo tempo, risulta che Marco Barbone era nella direzione delle formazioni comuniste combattenti già nel 1978, che fu lui con Rocco Ricciardi e con Caterina Rosenzweig a mettere a punto il progetto di rapimento di Tobagi e che Alunni lo allontanò dalle formazioni comuniste combattenti anche per questo motivo. Barbone stesso lo ammetterà dopo l'arresto e le relative confessioni. Dunque, ecco il punto cruciale che se ne deduce per evidenti motivi: quando Ricciardi, nel dicembre 1979, dice a Covolo che il gruppo sta operando in via Solari, dove abita Tobagi, e lo informa - l'affermazione di Spataro è inequivocabile - del precedente tentativo, di rapire il giornalista, è scontato che Covolo gli domandi chi lo voleva rapire. A quel punto l'informatore Ricciardi non ha nessuna difficoltà ad ammettere che lo stava organizzando quando era nelle Formazioni Comuniste Combattenti con Barbone e la sua fidanzata Rosenzweig, che conosceva bene Tobagi. Spataro, quindi, non poteva ignorare il fatto che fossero Ricciardi, Barbone e Rosenzweig i personaggi che volevano rapire Tobagi nel 1978. Tuttavia Spataro prosegue con una ulteriore e strumentale bugia, perché scrive che nel dicembre 1979 Barbone non aveva ancora un suo gruppo di fuoco. Questo è falso, quantomeno dimentica che nei suoi stessi atti del processo Rosso-Tobagi ci sono precisissimi riferimenti all'attività del gruppo Guerriglia Rossa che operava già nella primavera del 1979 sotto la guida di Barbone. Di questo gruppo facevano già parte molti terroristi che parteciparono all'assassinio di Tobagi. Certo, all'epoca non potevano chiamarsi Brigata 28 marzo soltanto perché i fatti del 28 marzo 1980 non erano ancora accaduti. Altro che contro Tobagi agì tutt'altro gruppo di fuoco, come cerca di accreditare Spataro! Veniamo ora agli altri fatti nuovi che riguardano direttamente l'oggetto di questa interpellanza che già cita un fatto clamoroso emerso durante un processo per diffamazione davanti al tribunale di Monza contro l'ex sottufficiale dell'antiterrorismo Dario Covolo, che aveva rivelato in un'intervista al settimanale Gente di essere stato l'autore dell'informativa con la quale riferiva in anticipo di mesi ai suoi superiori, i generali Alessandro Ruffino e Bonaventura, anche i nomi dei terroristi che stavano progettando l'attentato a Tobagi e che poi effettivamente lo uccisero. Nel corso dell'udienza del 16 gennaio 2008, è stato interrogato come teste il generale Nicolò Bozza, all'epoca dei fatti diretto collaboratore del generale Dalla Chiesa, il quale ha presentato - ed è stato messo agli atti - un documento riservato che era stato preparato proprio dal generale Bonaventura. Nel dattiloscritto venivano date indicazioni al generale Bozzo per fornire, se interrogato dalla magistratura, la versione concordata sulle indagini e anche in relazione alle dichiarazioni dell'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi che stavano provocando forti polemiche. Il direttore della settimanale Gente, Umberto Brindani, e il giornalista Renzo Magosso, amico di Walter Tobagi, responsabili di aver pubblicato l'intervista, sono stati già condannati. Il fatto è paradossale se si considera che hanno tentato di far luce sulla vicenda. Una delle motivazioni della sentenza di condanna riguarda il fatto che in aula il generale Alessandro Ruffino ha giurato che Tobagi venne puntualmente messo al corrente dell'informativa di Rocco Ricciardi e che rifiutò la scorta. Ha anche aggiunto, sempre in aula, che non c'erano notizie così certe sull'eventualità che Tobagi fosse davvero nel mirino dei terroristi, avallando così la tesi che non si trattava di delitto che si potesse evitare. Ebbene, Ruffino è stato smentito dal documento prodotto dal generale Nicolò Bozzo. Più recentemente, il 28 maggio 2010, Benedetta Tobagi, che fino a quel momento aveva suffragato anche nel suo libro "Come mi batte forte il tuo cuore" le tesi di Spataro e negato che l'informativa fosse cosa seria, ha dichiarato a l'Unità: "Posso dire con certezza che mio padre era stato avvisato del pericolo dell'omicidio del giudice Alessandrini nel gennaio 1979. Di sicuro non è stato informato della nota informativa dei carabinieri del dicembre 1979". Il giorno seguente Stella Tobagi, la vedova, ha dichiarato a La Stampa: "Penso che furono loro" - cioè i terroristi di Barbone - "a decidere di uccidere Walter, ma ho il sospetto che qualcuno li abbia lasciati fare". E aggiunge: "Erano in molti a sapere che Walter era sotto tiro. Avevano già tentato di rapido. Persino io mi era accorta che lo pedinavano. Non mi fate dire di più". C'è anche una morte misteriosa in tutta questa vicenda e riguarda uno dei protagonisti del caso Tobagi: Benedetta Tobagi nel libro Come mi batte forte il tuo cuore ha scritto che il giudice Giorgio Caimmi le ha confessato il fatto che uno dei terroristi della brigata 28 marzo, Manfredi De Stefano, non mori in carcere per aneurisma, come da referto medico del 1984, a ridosso del processo d'appello Tobagi. In realtà, si è trattato di un suicidio, peraltro mai ammesso e del quale non si trova traccia in nessun atto ufficiale. Su questa morte misteriosa il 2 novembre scorso ho depositato un'interrogazione al Ministro della giustizia alla quale non ho ancora ricevuto risposta. Non vorrei aspettare, come per questa interpellanza, altri due anni.
Risponde il sottosegretario di Stato per la giustizia, Maria Elisabetta Alberti Casellati (... "A fronte delle numerosissime implicazioni connesse alla vicenda in disamina e alle molteplici perplessità rappresentate dagli onorevoli interpellanti sull'effettività dei riscontri compiuti dalle competenti autorità su dichiarazioni di informatori, testi ed imputati, ritengo sia ragionevole affermare che chiarezza è stata fatta sicuramente sotto il profilo giudiziario. Si deve, infatti, dare atto non solo delle sentenze di primo e secondo grado intervenute in materia, ma anche dei profili motivazionali in esse enunciati a conferma della raggiunta verità processuale, anche con specifico riferimento all'ipotizzato coinvolgimento delle forze dell'ordine"...)
Replica di Zamparutti Signor Presidente, mi rendo conto che è un dialogo tra sordi. Credo che il sottosegretario non abbia neppure ascoltato l'illustrazione dell'interpellanza, rispetto ad una vicenda che ha suscitato polemiche che non si sono mai sopite e che questa risposta, certamente, non contribuisce a chiarire, perché si appiglia ad una verità processuale per nascondere e celare quella che, invece, è una verità storica, fatto legato non solo a questa vicenda, ma anche a molte altre che riguardano la storia del nostro Paese. La questione se Tobagi potesse essere salvato e se vi fossero responsabilità nel non aver impedito il suo omicidio, pure essendo noti, sei mesi prima dell'atto criminoso, sia gli esecutori sia il loro progetto criminale, fu sollevata nel 1983 dall'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, che rese nota un'informativa dei carabinieri di Milano, la cui autenticità venne confermata dall'allora Ministro dell'interno Oscar Luigi Scalfaro. (...)A trent'anni dalla morte di Tobagi non mi pare si voglia restituire alla memoria del giornalista ucciso e alla storia di questo Paese una verità senza l'ombra del dubbio e quindi una giustizia giusta. Il silenzio e l'arenamento continuano a perdurare e questo è un fatto gravissimo, significativo di una ragion di Stato che deve prevalere sulla giustizia e sul diritto dei cittadini ad essere informati e a conoscere la verità su uno dei più inquietanti casi degli anni terribili della storia d'Italia.



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