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Luigi De Marchi psicologia e impegno

• da Corriere della Sera del 26 luglio 2010

di Armando Torno

È morto ieri a Roma, all'età di 83 anni, Luigi De Marchi, figura di riferimento della psicosociologia nel nostro Paese. Nato a Brescia, è stato protagonista di battaglie politiche e civili. Tra l'altro, aveva fondato l'Aied (Associazione italiana per l'educazione demografica), guidandola per oltre un ventennio; si impegnò per diffondere la «cultura della contraccezione» e nel 1971 vinse la «battaglia per i diritti civili»: con una storica sentenza ottenne la revoca dei divieti penali all'informazione e all'assistenza anticoncezionale. Il titolo di un suo libro desiderava riassumerne l'indole: Il Solista. Autobiografia d'un italiano fuori dal coro (Edizioni Interculturali, 2003). E un altro le idee controcorrente: Aids. La grande truffa (con Fabio Franchi, Seam, 1996). La sua posizione nasceva dall'incontro di tre scuole: la psico-corporea di Wilhelm Reich, la bioenergetica di Alexander Lowen e l'umanistica di Carl Rogers. Tre correnti che rappresentano altrettanti momenti significativi della cultura novecentesca. Se nella prima vive l'idea che la salute psichica sia da porre in relazione alla potenza orgasmica repressa dalla nostra società (a Reich non si perdonò tale visione, tanto che finì i suoi giorni nel penitenziario di Lewisburg), nella seconda domina la precisa analisi di taluni «mali» contemporanei. Scrive Lowen in Paura di vivere (1980): «Più una cultura diventa industrializzata e sofisticata, più problemi pone alle persone e più esse hanno bisogno di aiuto semplicemente per affrontare la vita. La terapia è un complemento necessario alla vita moderna, come, sembra, lo sono i sedativi e i tranquillanti. È un segno del "progresso"». Rogers insegnò a De Marchi che le persone possono essere capite solamente partendo dalle percezioni e dai sentimenti, dalla realtà fenomenologica che abitano. A lui si riallaccia non poca storia recente. Ebbe la presidenza onoraria della Società italiana di psicologia politica, è stato al timone della Società europea di psicologia umanistica. Per il delitto, evidenziò come il nucleo familiare resti il luogo principale degli omicidi. Sostenne che il fenomeno «è il frutto del fallimento della 180» sulla salute mentale, la «legge Basaglia»; da qui la richiesta di «una riforma radicale e l'apertura di cliniche psichiatriche che non siano affatto i vecchi manicomi ma strutture umanizzate, oltre che di centri per l'attività riabilitativa». Non soltanto: nel 1984 De Marchi lanciò una nuova teoria della cultura e della nevrosi con Lo shock primario (nel 2002 uscì da Rai-Eri una edizione che andava da Neanderthal alle Torri gemelle). La psicologa Antonella Filastro ricorda che fu «pioniere delle scelte umane della sessuologia, profeta del libero pensiero»; ne sottolinea l'impegno ai microfoni di Radio Radicale, «pronto a cogliere tutti gli aspetti del mistero umano senza dogmatismi». Aggiungiamo che conosceva l'ironia, come mostra il titolo di un altro suo libro: Il nuovo pensiero forte. Marx è morto, Freud è morto e io mi sento molto meglio (Spirali, 2007). Tra i suoi recenti interventi c'è un Sos sulla solitudine dei politici. Una dichiarazione va ripresa. Spiega i nostri problemi: «Anche la politica è un luogo di solitudine. L'uomo politico, che dovrebbe rappresentare il popolo, in realtà ne è lontano anni luce, anche per via del linguaggio che usa, il politichese, estraneo alle emozioni della vita reale di tutti i giorni. Spesso più si è in alto nella scala del potere, e più si è soli, proprio come accade a molti leader che con i propri compagni di partito hanno un rapporto pedagogico».



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