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Quelle «epurazioni democratiche» mascherate da disciplina di partito

• da Il Giornale del 26 luglio 2010

di Ltes

Il divorzio si consumerà molto civilmente, senza urla e piatti tirati, visto l'aplomb del protagonista. Una stretta di mano dopo la firma delle carte e via. Agli amici, però, l'oncologo Umberto Veronesi confida una certa «delusione». La sua avventura nel Pd è iniziata nel 2008, quando l'allora segretario Walter Veltroni insistette per poter mettere il suo nome in lista e dare un segnale di apertura a Milano, al Nord, al mondo delle professioni e della scienza e a quello laico-socialista. E il professore non si aspettava che potesse finire così, tra ultimatum e accuse di tradimento, perla colpa di aver ricevuto l'offerta di un incarico di primo piano come la guida dell'Agenzia per la sicurezza nucleare. Ma per Veronesi non è la prima esperienza, in questo campo: già ne1 2005 ebbe modo di sperimentare il «fuoco amico» del centrosinistra quando diede la propria disponibilità alla candidatura a sindaco di Milano, contro Letizia Moratti, e venne subito impallinato dalle resistenze di chi, nel Pd e satelliti, lo riteneva «troppo moderato», o «troppo filo-nucleare», o marchiato da un «passato filo-socialista». Con il risultato che il centrosinistra si avviò ad una sicura sconfitta elettorale, e si liberò di un candidato potenzialmente vincente ma troppo esterno alle sue logiche. Tutto sommato però, in fatto di epurazioni democratiche (anche se spesso quelle che a destra si chiamano «epurazioni» a sinistra diventano «disciplina di partito»), è andata peggio a Riccardo Villari. Nell'autunno del 2008 il senatore Pd (ex Margherita) venne eletto presidente della commissione di Vigilanza, con i voti del centrodestra, dopo un lunghissimo impasse che aveva bloccato l'organo di controllo sulla Rai. Il Pd aveva infatti dovuto promettere a Di Pietro che il posto sarebbe andato al suo Leoluca Orlando, ma il Pdl non voleva votare un candidato Idv. E così, dopo un'estenuante trattativa senza sbocchi nel centrosinistra, il Pdl votò in blocco un uomo dell'opposizione, e - essendo maggioranza - lo elesse. Tutto regolare e democraticamente incontestabile. Ma Di Pietro e il Pd fecero fuoco e fiamme, Villari fu sottoposto a ogni tipo di pressioni per costringerlo a dimettersi, e venne additato al pubblico ludibrio come traditore. Il gruppo Pd al Senato si riunì solennemente per metterlo alla porta. Alla fine, con una iniziativa senza precedenti regolamentari, l'intera commissione venne sciolta per «abrogare» Villari e sostituirlo con il fidato Sergio Zavoli. Nelle more, rimase vittima di una «epurazione collaterale» (erano i tempi della segreteria Veltroni e la guerra interna con i dalemiani impazzava) anche il vicecapogruppo Pd Nicola Latorre. L'esponente dalemiano, autorevole membro della commissione di Vigilanza, finì sotto processo nel suo partito per la famosa vicenda del «pizzino», quando durante una trasmissione tv osò suggerire al «nemico» di centrodestra (nell'occasione trattavasi di Italo Bocchino) che sulla vicenda della Vigilanza il centrodestra si stava comportando come si era comportato il centrosinistra sulla nomina dei giudici costituzionali, poche settimane prima. Se da destra c'era un veto sul candidato dipietrista Orlando, da sinistra c'era stato un identico veto sul candidato Pdl alla Consulta Gaetano Pecorella. Il «pizzino» venne scoperto e reso pubblico e Latorre si vide processato come nemico del popolo, costretto ad una pubblica autocritica. Al momento di ricostituire la Vigilanza, dopo lo scioglimento coatto per espellere il presidente Villari, il nome di Latorre venne depennato d'autorità. La vendetta di Veltroni fu perfidamente sottile: il vicecapogruppo dovette annunciare il suo ritiro per far posto a Sergio Zavoli, che della commissione originaria non faceva neanche parte.



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