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mer 20 feb. 2019
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Un Paese in emergenza

• da la Repubblica del 25 luglio 2010

di Aldo Schiavone

 

La pratica costante ed esemplare della pacatezza e della misura non impedisce al Presidente della Repubblica di intervenire ancora una volta con assoluta chiarezza sull'emergenza che sta attraversando il Paese. E si tratta di parole che non si possono aggirare. Sempre di più, nell'oscuro avvilupparsi delle nostre vicende, Napolitano assume non solo il ruolo del garante del patto costituzionale e del suo sistema di valori giuridici e politici, ma si presenta come l'incarnazione - se posso esprimermi così - di quel sentire morale degli Italiani (non a caso egli parla di «reazione morale dei cittadini»), cui è affidato il destino della nostra democrazia. La sferzata più forte è dedicata a quanto è emerso negli ultimi giorni nelle nostre desolate cronache politiche. «Turbamento e preoccupazione», dice il Presidente, di fronte a «trame inquietanti, anche ad opera di squallide consorterie». Non c'è dunque niente da minimizzare, come pure si è cercato e si cerca colpevolmente di fare. Bisogna guardare a fondo: conoscere e capire. Se ne sarà capace, questo sforzo di responsabilità gioverà anche alla stessa maggioranza di governo, che dovrà pur rendersi conto senza doppiezze e infingimenti, ma alla luce del sole, che è venuto per lei il momento di riconoscere una verità che si fa strada ogni giorno con maggiore evidenza. E cioè che la forma politica della destra italiana non può coincidere più con quella di un berlusconismo ormai in rovina. Il problema non è di isolare questa o quella «mela marcia», ma di rendersi conto di dove porta un metodo di governo e di selezione dei gruppi dirigenti che sostituisce al merito, alla trasparenza e al dibattito politico il giro delle amicizie e delle reti di interessi, nel solo nome della fedeltà e della contiguità rispetto al capo. C'è sempre un momento in cui bisogna salvare le formazioni politiche (e non solo quelle) dall'accanimento dei loro fondatori. Per il Pdl l'ora è arrivata. Anche sulla legge per le intercettazioni il Presidente Napolitano non ha lasciato dubbi, quando ha tessuto un ponderato elogio della lentezza, in riferimento ai tempi del dibattito parlamentare. Non ci può essere fretta alcuna, ha ammonito, quando sono in gioco equilibri delicatissimi fra principi costituzionali di eguale valore: sicurezza dei cittadini, libertà d'informazione, rispetto della riservatezza. L'unica strada possibile è quella che ha definito delle «approssimazioni successive». Dunque il contrario rispetto a chi aveva scelto i colpi di maggioranza e le prove di forza, e un riconoscimento importante - e come una sponda - per chi, dall'opposizione, nella formazione dell'opinione pubblica, nelle istituzioni, e tra le stesse forze di governo si è battuto per una soluzione più ragionevole. E di nuovo, come in un suo precedente intervento sul tema, Napolitano assume tre punti di riferimento nella ricerca dell'esito migliore e più avanzato: la dialettica parlamentare, la cultura giuridica, il senso critico dell'opinione pubblica. Qualche risultato è stato raggiunto, ma non è certo il caso di abbassare la guardia. Infine, i giovani. Giustamente il Presidente lega ogni discorso sul nostro futuro al destino delle giovani generazioni, oggi minacciate da livelli di disoccupazione fra i più alti d'Europa. Su di esse, pesa una doppia crisi: quella economica, che sta esercitando una pressione sempre maggiore sulla parte più esposta e indifesa della nostra società, e quella politica, che coincide con il fallimento della transizione italiana. Investire su di loro - sulla loro socialità, sulla loro scuola, sulla loro Università - è il nostro primo dovere. Ma dove si parla di loro nella manovra economica? E su quali risorse aggiuntive può contare la riforma dell'Università che in questi giorni sta iniziando il suo cammino in Parlamento?

 



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