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Meno tasse, meno spese, ma piu' mercato
Nelle settimane che sono seguite all'uscita dal Governo del Ministro dell'economia Giulio Tremonti, l'attenzione degli analisti si è concentrata sul reale stato dei conti pubblici. Il verdetto è stato tutt'altro che unanime. Secondo l'analisi svolta da Roberto Perotti per il sito www.lavoce.info, ad esempio, apportando le necessarie correzioni legate al ciclo economico negativo, si asseterebbe in realtà non ad un peggioramento ma ad un "trascinamento" della situazione pregressa.

• da Il Sole 24 Ore del 12 agosto 2004, pag. 1

di Benedetto Della Vedova

Conti pubblici in ordine e bilanci tendenzialmente in pareggio non sono una fisima da eurocrati, ma una condizione che uno stato schiettamente liberale dovrebbe considerare basilare: tanto per un corretto rapporto con i contribuenti presenti e futuri quanto per evitare di drenare risparmio che potrebbe trovare impieghi più efficienti nel finanziamento delle attività economiche dei privati. Non va mai dimenticato, come troppo spesso succede, che il bilancio pubblico italiano - come quello dei "cugini" francesi e tedeschi, altrettanto in difficoltà a far quadrare i conti - già oggi intermedia grosso modo la metà della ricchezza prodotta nel paese: siamo bel lontani da qualsiasi ipotesi di "Stato minimo". Nonostante le tante e ben argomentate lezioni di realpolitik sull'insostenibilità di una riduzione delle imposte nelle attuali condizioni italiane, la scelta di puntare su un sostanzioso taglio alle tasse non può essere archiviata come una impuntatura elettoralistica; al contrario può (ancora) significare una trasformazione strutturale dell'economia italiana. La riduzione delle imposte, infatti, per essere efficace deve inserirsi nella logica "meno stato, più mercato".

Chi pensa che questo motto, nella sua semplicità, rappresenti nient'altro che macerie ideoogiche dello scorso ventennio, si sbaglia. Se da una parte quello tra stato e mercato è certamente un confine "mobile", dall'altra è chiaro che diminuire lo spazio complessivamente occupato dallo Stato nella vita economica di un paese, resta la sfida liberale per eccellenza. Questa sfida non è stata raccolta con sufficiente convinzione dal Governo, subito appesantito dalle contraddizioni interne alla coalizione di maggioranza. Meno Stato significa meno tasse e quindi meno spesa pubblica. L'equazione meno tasse uguale meno spesa sociale è fuorviante. E' stato più volte evidenziato come tra i grandi aggregati della spesa pubblica apparentemente incomprimibili vi sia quello del pubblico impiego. Mentre il Governo del Regno Unito trova la forza per mettere in discussione (prefigurando anche massicci licenziamenti) gli organici pubblici per circa 100.000 unità onde recuperare risorse per potenziare settori ritenuti cruciali, il Governo italiano si è distinto per generosi rinnovi dei contratti del Pubblico Impiego, importante serbatoio elettorale per alcune componenti della coalizione, senza alcuna seria contropartita in termini di produttività. E' abbastanza facile prevedere le reazioni dei sindacati italiani qualora il Ministro Siniscalco avanzasse un proposta anche più moderata del suo collega Gordon Brown in fatto di dipendenti pubblici, ma resta il fatto che il capitolo è aperto anche in Italia, soprattutto per chi intenda diminuire le tasse. Meno Stato significa, va da sé, una drastica riduzione del ruolo pubblico diretto nella gestione di attività d'impresa. Al di là della questione più generale delle privatizzazioni (positivo, finalmente, l'annuncio del collocamento di una ulteriore tranche dell'Enel), il Governo ha mancato di dare un segnale perentorio ed inequivocabile nella vicenda Alitalia. L'argine di Bruxelles contro aiuti di Stato illegittimi ha retto bene, ma la soluzione del prestito ponte è stato un segno di debolezza. Andava lasciata all'azienda e ai sindacati interni (che sono stati tanta parte elle cause del dissesto dell'azienda) la responsabilità di trovare una soluzione che riportasse in modo strutturale Alitalia entro parametri di mercato, senza coltivare ancora l'illusione che i contribuenti avrebbero comunque evitato il fallimento della "compagnia di bandiera" (tralasciamo le considerazioni sulla "tasse Alitalia" che si vorrebbe far pagare agli utenti che oggi scelgono i concorrenti più efficienti per alcune rotte intercontinentali). Pubblico impiego e Alitalia sono temi dal forte valore simbolico che avrebbero potuto dare un segnale importante sullo spirito riformatore che deve accompagnare il taglio delle imposte.


Anche sul fronte del più mercato il percorso è stato fin ad oggi accidentato. L'ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso al Legge Biagi rappresenta un positivo contributo all'occupazione e all'attività imprenditoriale. Peccato però che si sia persa l'occasione per scardinare la pietra angolare della rigidità del mercato del lavoro italiano, quell'articolo 18 che resta come simbolo ideologico e la cui eliminazione avrebbe non poco semplificato e reso meno dualistico il mondo del lavoro. La riforma delle pensioni, nonostante le iniziali titubanze della stessa maggioranza, ha alla fine visto la luce. Un passo decisamente importante, seppur gravato da un ingiustificabile ritardo negli effetti. Ci si è mossi anche qui nel solco della continuità, senza voler o poter apportare correttivi significativi a favore della componente privatistica del risparmio previdenziale. Si insiste nel tentativo di "far decollare" la previdenza integrativa attraverso risorse aggiuntive alla previdenza obbligatoria, che come si sa comporta un'aliquota di circa il 33% per i lavoratori dipendenti. Il ricorso al TFR potrà giovare, ma si deve aver ben presente che si chiede ai giovani di rinunciare alla liquidazione, di cui attualmente godono i pensionati di anzianità, per raggiungere livelli di trattamento previdenziale complessivamente analoghi a quelli oggi garantiti dal solo INPS. Ci si oteva spingere oltre, ad esempio riconoscendo almeno ai lavoratori più giovani la possibilità di un parziale opting out dal monopolio INPS nell'ambito della aliquota obbligatoria: in Svezia si è scelta questa via, affidando di fatto al mercato un pezzo della previdenza obbligatoria e non solo quella complementare. Anche nella scuola e nella sanità esistono margini ampi, a partire dal ricorso al meccanismo dei buoni, per aprire nuovi spazi di mercato e di concorrenza. Ma se queste vie possono apparire ardimentose, sul terreno più classico delle liberalizzazioni si poteva fare passi decisivi al fine di abbattere le rendite e favorire la concorrenza. Luce, gas, benzinai, edicole, farmacie, libere professioni e altri settori più o meno rilevanti continuano ad essere al riparo da una concorrenza aperta e senza rete, in grado di produrre più efficienza e di aprire prospettive ai giovani più intraprendenti: le puntuali analisi dell'Antitrust di Tesauro rappresentano un buon riferimento per chi scelga il più mercato.


In una sua recente intervista, il Commissario Europeo Mario Monti ha evidenziato come i grandi paesi dell'Europa continentale, Germani, Francia e Italia, continuino ad essere dominati da "coalizioni di produttori" mentre, per restare nel vecchio continente, Gran Bretagna ed Irlanda - paesi con un relativamente basso carico fiscale complessivo - "hanno deciso di privilegiare i fattori della produzione, il capitale ed il lavoro, e i consumatori. Indipendentemente dalla nazionalità". Hanno scelto quindi di affidarsi al mercato: anche alla sua capacità di "distruzione creatrice".
Con qualche rischio di semplificazione, mi pare che nella capacità di scegliere con decisione questa seconda opzione risieda, pur nel poco tempo rimasto, la possibilità di questo Governo di proporre in modo convincente agli elettori una politica nuova, alternativa e potenzialmente vincente per questo paese. La diminuzione delle imposte deve accompagnarsi ad un messaggio chiaro: l'Italia si avvia a diventare un paese dove il succeso - delle persone e delle imprese - dipenderà sempre meno dall'appartenenza ad una corporazione o ad un gruppo di potere o ad una rete di relazioni e sempre più dalla capacità di innovare e di competere.
Se, per ragioni di lotte interne alla maggioranza o per altri motivi, non dovesse venire una svolta più netta in favore del "meno stato, più mercato", è probabile che gli elettori finiscano in futuro per scegliere il ritorno di quanti vengono ritenuti - non a torto - più affidabili nella gestione del "modello italiano", tutt'altro che liberista, che conosciamo: inefficiente ma illusoriamente rassicurante. Il rischio in quel caso, ma non ce ne occupiamo ora, è che le contraddizioni interne all'attuale centro sinistra in fatto di politica economica siano destinate a rivelarsi maggiori di quelle della attuale maggioranza.



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