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Che Casa delle Libertà è questa?
Scommettere sul binomio “liberi e responsabili”

• da L'Indipendente del 1 settembre 2004, pag. 1

di Daniele Capezzone, segretario di Radicali Italiani

Ci sono due modi in cui una coalizione stanca può affrontare la sua crisi: attraverso formule politicistiche, oppure con il tentativo di recuperare una "visione", una prospettiva capace di far discutere e appassionare gli incerti, gli indecisi, i non schierati.

I radicali sono impegnati a fondo in un tentativo di dialogo con la Cdl: e sono molto grato a chi, come Maurizio Gasparri, concorda con la necessità di superare di slancio (con due-tre fatti immediati e consistenti) la vera e propria "conventio ad excludendum" praticata sinora nei confronti di Pannella e Bonino. Ed è questa non una "condizione", ma certo una necessità per cominciare a discutere di un chiaro e comprensibile "contratto politico".

Ma, anche prescindendo per un momento dalla "questione radicale", e tornando alla "visione", perché è così difficile ai poli italiani alzare con convinzione la bandiera della libertà e -parola impronunciabile per tanti anni- dell’individuo?

In troppi, in questi decenni, hanno preteso di decidere per il singolo: Stato, Chiesa, famiglia, partito, sindacato. Occorre invertire la direzione di marcia: come sull’economia, così anche per i diritti civili, bisogna restringere la sfera delle decisioni e delle scelte "pubbliche". Ovviamente, il nuovo individualismo a cui guardare non è quello di monadi impenetrabili, ma di centri capaci di relazionarsi, in un tessuto di interdipendenze e rapporti che siano però -quanto più possibile- il frutto di scelte, e non di mediazioni imposte dalle entità collettive che hanno dominato la scena del secondo Novecento.

Vogliamo provarci? Che senso ha un Polo che si chiama "Casa delle libertà" e che però perda di vista qualunque prospettiva di effettiva affermazione delle libertà individuali? Non sto qui a rifare il triste rosario di questa legislatura: no al divorzio breve, no alla fecondazione assistita e alla libertà di ricerca, carcere per sei spinelli, attacco alla legalizzazione dell’aborto, e -perfino- mezze porzioni, guerra ai fumatori e guinzaglio anche per i cani più mansueti…Ma che società è, che progetto è?

Perché -poi- anche in termini mediatici, di racconto della nostra società, ci stiamo affidando a modelli tanto retrivi? Nei vituperati anni ’80, le tv ci portavano a casa il grande cinema americano. Poi Veltroni disse che non si dovevano "interrompere le emozioni", i film non si sono più potuti riempire di spot, ed è divenuto più remunerativo produrre fiction italiane. Morale: adesso oscilliamo tra Santa Maria Goretti, preti detective, un Padre Pio Rai e uno Mediaset, e -quando proprio va bene- un carabiniere…

Proviamo a scommettere sulla coppia "libertà-responsabilità", dunque. Senza paura di riconoscere -ad esempio- che proprio la figura carismatica di Karol Wojtyla sembra impegnata in un’autentica crociata contro il liberalismo. L’"anatema" è stato scagliato nel 2002 nella sua Polonia, positivamente (ma per lui drammaticamente) avviata sulla strada della secolarizzazione. In quell’occasione, visibilmente emozionato, il Papa denunciò la "rumorosa propaganda di liberalismo che si intensifica anche nel nostro Paese". E, nei suoi occhi, nella sua mano tremante, erano chiaramente leggibili la paura, lo sgomento per la sorte di un Paese, di una società e di un tempo semplicemente "liberi".

Di quella libertà non c’è da aver paura; c’è -semmai- da costruirla e da promuoverla. E voglio dirlo -per tornare al "dialogo" tra radicali e Cdl- perfino a Rocco Buttiglione, che nel 1996 firmò un accordo (poi stracciato anche da altri) che prevedeva, nel Polo di allora, una parità di candidati (e perfino di eletti!) tra "laici" e "cattolici". Non è questo -certo- che oggi chiediamo ai vertici della Cdl, ma perché dimenticare che si arrivò a discutere perfino in termini così avanzati?



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