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Il rischio di bloccare la scienza
Si è affermato un principio, ma trascurando le conseguenze

• da Il Sole 24 Ore del 17 settembre 2004, pag. 12

di Benedetto Della Vedova

La campagna referendaria promossa da Radicali, successivamente affiancati dai DS, da altre forze della sinistra e da una piccola pattuglia di esponenti della CDL, sta provocando una salutare discussione intorno alla Legge sulla procreazione assistita votata la scorsa primavera, sulle cui conseguenze poco ci si è interrogati. Il dibattito parlamentare si è cristallizzato in un confronto tra "cattolici" e "laici". La legge votata, quindi, ha finito per assumere i connotati di una affermazione di principi, dimenticando che responsabilità del legislatore di uno Stato non confessionale deve essere quello di confrontarsi con gli effetti della legislazione più che con la statuizione di una convinzione etica maggioritaria.

Vi sono profili applicativi della normativa che il legislatore sembra aver volutamente ignorato su entrambi i punti qualificanti: la regolamentazione del ricorso alla procreazione assistita e l'utilizzo degli embrioni soprannumerari nella ricerca scientifica nel campo dell'utilizzo delle cellule staminali. Su entrambi i punti la normativa ha scelto una logica decisamente restrittiva. Molti parlamentari devono aver pensato che "portata a casa" la legge 40 e conquistati i favori di quanti premevano per la sua approvazione, il tema sarebbe stato archiviato. Invece la mobilitazione referendaria da una parte e i numerosi casi di cronaca dall'altra hanno riportato la nuova normativa nel fuoco della discussione. Una parte consistente della pubblica opinione ha realizzato la portata degli effetti della Legge. Da una parte le incongruenze degli aspetti relativi alle pesanti restrizioni nel processo di fecondazione assistita - limitazione a tre degli ovociti da fecondare e divieto del congelamento degli embrioni - spingono coloro che hanno un minimo di disponibilità economiche a recarsi nei paesi che consentono trattamenti meno invasivi per le donne e con più facilità di successo. Dall'altra l'impossibilità, ormai, di accedere in Italia a quelle tecniche sanitarie come la diagnosi preimpianto di malattie genetiche, che consentono di mettere al mondo figli sani anche da genitori portatori di gravi malattie diminuendo, oltretutto, il ricorso all'aborto terapeutico. E' il caso dei gemelli nati sani grazie alla diagnosi preimpianto effettuata in Turchia, che hanno consentito la cura del fratellino talassemico attraverso le cellule staminali del cordone ombelicale. Infine, soprattutto dopo l'annuncio venuto dalla Gran Bretagna del ricorso alla clonazione terapeutica per la produzione di cellule staminali da utilizzare per la ricerca, si è preso atto che la legge 40 preclude alla ricerca italiana di proseguire le sperimentazioni di terapie per malattie diffusissime (una per tutte il diabete) basate sull'uso di cellule staminali embrionali.

I primi a subire i danni di questa normativa saranno i pazienti. Certo, come dimostra il caso più recente, quello della Clinica privata di San Marino che da ottobre inizierà a praticare cicli di fertilizzazione artificiale con diagnosi preimpianto, l'accesso a tecniche più efficaci vietate in Italia non sarà impossibile, ma a costo di ingiustificati oneri aggiuntivi. E' facile prevedere che nel caso in cui le sperimentazioni sulle cellule staminali dovessero rivelarsi all'altezza delle aspettative i ritrovati saranno comunque a disposizione dei pazienti italiani ma con ritardi e costi aggiuntivi. Probabilmente, nel caso dei farmaci e delle terapie, non sarà necessario recarsi all'estero; sarà sufficiente invocare il diritto costituzionale alla salute, che non dovrebbe consentire di vietare l'importazione di farmaci o l'adozione di processi messi a punto all'estero seppur con metodologie vietate in Italia.

Ciò che forse il legislatore non ha compreso, è che la pretesa di trasferire nel diritto positivo il legittimo e nobile - quando lo è - discutere attorno all'origine della vita e alla sua difesa, non solo finisce per obbligare tutti al rispetto dei principi della maggioranza, ma, in una società e un'economia aperte verso l'esterno, di privare il paese di quelle occasioni di crescita sperimentate altrove. Oggi, ad esempio, la ricerca sulle cellule staminali embrionali rappresenta un investimento dagli esiti ancora non certamente fruttuosi; ma scegliere di rimanere fuori da questo campo significa privare la scienza e l'industria italiana della possibilità di partecipare alla sperimentazione e allo sfruttamento di eventuali e probabili risultati positivi. Per le ragioni che ben conosciamo, farmaci e servizi sanitari rappresenteranno una fetta sempre più consistente della ricchezza prodotta in un paese: impedire all'università e all'industria nazionale di partecipare ai network di sperimentazione e quindi alla brevettazione di farmaci e processi significa, in prospettiva, impoverire il paese e condannarlo ad una (ulteriore) dipendenza dall'estero.



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