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Il cinismo di questa Chiesa

• da L'Opinione del 5 novembre 2004

di Francesco Pullia

E' indubbio che la Chiesa cattolica stia attraversando un periodo di forte crisi inversamente proporzionale all'esigenza, riscontrabile nella società odierna, di una religiosità svincolata da dogmi e assolutismi, più rispondente alla condizione di una soggettività radicalmente mutata perché, volente o nolente, sottoposta a una dura ed efficace cura di dimagrimento dalla caduta di quei velami ideologici che l'hanno a lungo avvelenata e da cui, per gemmazione, sono scaturite le barbarie del secolo scorso.

L'uomo dei nostri giorni e ormai consapevole delle insidie celate dalle grandi narrazioni che hanno pesantemente condizionato la fine dell'Ottocento e gran parte del Novecento e, disilluso ma non per questo privo di stupore, si rapporta diversamente con "cio che sta al di fuori" della sua interiorità, percependo un legame più stringente, di imprescindibile simbiosi, con l'esteriorità. Questo atteggiamento e stato chiamato olistico, dal greco "olos", che significa "tutto", "intero", per indicare quel sentimento di coappartenenza che rende ormai improponibile qualsiasi scissione, qualsiasi divario dualistico tra mente e natura, l'io e l'altro.

Si legga, in merito, il bel libro "Olos", pubblicato due anni fa da Riza, del filosofo ungherese Erwin Laszlo. Non si tratta certamente di un approccio nuovo. C'e dietro quella "philosophia perennis" che stava molto a cuore ad Aldous Huxley e che, con filo sotterraneo ma persistente, lega il pensiero indiano con l'ermetismo, il pitagorismo, Giordano Bruno fino a Gregory Bateson, Fritjof Capra e il suo "Tao della fisica", Francisco J. Varela, Humberto Maturana, senza tralasciare quanto, sulla scia dell'irruzione nietzscheana, e stato elaborato da Heidegger in poi diramandosi in molteplici direzioni e in mille sfaccettature.

La novita sta, pero, nel fatto che questa sensibilita, ben differente da quella violentemente e arrogantemente imposta dalla visione cattolica e dal suo arrugginito impianto aristotelico-tomistico, si e oggi, per cosi dire, espansa, e avvertita, esperita, in maniera generalizzata. Questo panorama, con tutta la sua varieta cognitiva e le problematiche che, insieme, crea e comprende, sfugge alla Chiesa, la quale testardamente arroccatasi in un anacronismo senza speranza né via d'uscita pretende non di indicare ma di imporre all'uomo del terzo millennio, nuovo Odisseo lanciatosi nell'avventuroso cammino della conoscenza, una visione unilaterale e fondamentalista che addirittura si scontra, inficiandola, con l'enorme ricchezza contenuta nel Concilio Vaticano II.

Se, infatti, Giovanni XXIII s'era opportunamente posto il compito di rivitalizzare il cristianesimo e lo stesso ruolo ecclesiastico affrontando, talora anticipando, mai eludendo, le spinte innovatrici interne e necessarie alla societa nel suo divenire storico, la Chiesa di oggi, nella versione Ratzinger per intenderci, recupera l'arcaico, lo imbelletta e riveste posticciamente, per presentarlo come attuale. Non solo. Quando si accorge che i parametri entro cui vorrebbe incardinare il mondo e la vita non rispondono piu al mutato sentire o lancia bordate contro quello che viene bollato come "relativismo culturale" (che, in fin dei conti, non e altro che espressione di una matura tolleranza) oppure ripiega nel vittimismo denunciando pseudo complotti anticristiani.

Perseverando su questa strada, tuttavia, aggrava ulteriormente la propria situazione rischiando uno sterile isolamento, un patologico solipsismo. Tanto più pretende di rendere valevole per tutti incondizionatamente il suo assolutismo, tanto più sprofonda nella palude del cinismo. Come interpretare altrimenti l'ostentazione della malattia, del dolore (vero, non falso), della sofferenza in un uomo straordinariamente grande nella sua debolezza come Giovanni Paolo II se non come una volontà, cinica e disperata, di utilizzare il limite, il caduco per veicolare l'esatto contrario?

E che dire delle affermazioni a ruota libera del cardinale Renato Martino? E, ancora, come leggere, se non con questa chiave, l'ipocrita atteggiamento da martirizzato con cui il ministro Bottiglione ha incipriato il proprio intransigente e intollerante, quanto intollerabile, confessionalismo integralista? Sono trascorsi esattamente quarant'anni da quando il filosofo Aldo Capitini pubblicava con Neri Pozza la ristampa aggiornata di un libro che con lo scorrere del tempo non ha smarrito attualità e lucidità.

Quel libro, che sin dalla prima edizione, del 1955, venne messo all'indice, s'intitola "Religione aperta" e concepisce la religione non come imposizione coercitiva o affarismo concordatario ma come apertura, libera e affrancata da vincoli, compresenza di morti e di viventi, coinvolgimento, nella diuturna creazione di valori (che, pertanto, non possono essere rigidi, sclerotizzati), di chi sperimenta nella propria vita il disagio fisico e morale, la fragilità, la menomazione, la malattia.

Capitini, con l'umiltà ma anche con il rigore del nonviolento, intendeva la vita religiosa come "libera aggiunta" senza lo stupido incubo di dannazioni eterne, prive di liberazione, come apertura "nel volere l'esistenza, la liberta, lo sviluppo, per tutti". Un tenore ben differente da quello di chi, vinto dalla propria superbia e da uno sconfinato egotismo, s'atteggia a giudice di altrui comportamenti valutandoli attraverso il filtro del proprio, fallace, assolutistico dogmatismo, dimenticando, tra l'altro, che duemila anni fa in Galilea un certo Gesù accoglieva, come un dono prezioso, i diseredati della terra, le meretrici, le adultere, i ciechi, gli storpi, i morti offrendo loro una stupenda occasione di riscatto e salvezza in questa e nell'altra vita.



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