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Risposta a Carlo Romeo

• da L'Opinione del 6 novembre 2004, pag. 1

di Daniele Capezzone

Carlo Romeo -forse- non lo sa, ma io gli sono debitore. Già alle scuole medie e poi al ginnasio (non preoccuparti, Carlo: non sono così vecchio, quindi non andiamo troppo indietro…), per me uno degli appuntamenti che scandiva la giornata era non perdere il primo autobus dopo la chiusura della scuola, intorno all’una. Perderlo, infatti, avrebbe significato “bucare”, alle 14, il TG di TeleRoma 56, il suo Tg.

Erano gli anni, a Roma, delle giunte sbardelliane, e quel Tg -con le cronache di redattori di cui sarebbe gustoso verificare, oggi, la crescita professionale; e soprattutto con i suoi commenti- era uno strumento unico per studiare la flora e la fauna di un potere prepotente e però già straccione…Che tempi: il sindaco Giubilo (ribattezzato “Armaduk”, come il fedele cane di Fogar -e qui “Fogar” era evidentemente Sbardella stesso-); gli assessori al traffico e alla polizia urbana Angelé e Meloni (ideatori delle “ganasce”, rimedio peggiore del male; e poi delle “ganascione” per i bus, che però, fantozzianamente, non entravano nei portabagagli delle “127” in dotazione ai Vigili Urbani…; e, ancora, delle centraline di rilevamento ambientale, che però venivano spostate ogni volta che i dati dell’inquinamento salivano troppo…); oppure un altro “eroe”, il potentissimo assessore al patrimonio detto “luparetta”, che non riusciva -diceva- a censire gli immobili comunali perché ostacolato da fantomatici “incappucciati”…

Apparentemente, come si dice, “colore”. In realtà, una quotidiana inchiesta sul campo, una indagine sul crollo prossimo venturo del pentapartito (già egemonizzato da figure degne -oggi- del “Cafonal” di Dagospia); e -insieme- su un’opposizione parolaia e in’ultima analisi complice, e stracciona a sua volta, nonostante le rivendicazioni di “diversità” morale.

Poi venne il 1990, l’anno dei Mondiali, che rese tutta questa realtà visibile anche ai ciechi: e, mentre (sotto la guida di Montezemolo, guarda un po’…) lievitavano i costi e si allungavano i tempi per rifacimenti di stadi, maxiopere, e così via, il Tg di Teleroma fu ancora di più uno strumento indispensabile, dimostrando l’impossibilità (in quell’Italia, babbo e mamma di questa) di parlare di sport come se fosse un corpo separato dal tumore che infettava il ceto dirigente del Paese…

Mi verrebbe voglia di proseguire così, e divagare ancora, parlando di un tg (e di una rete, anzi due: perché c’era anche Canale 66) che aveva inventato la formula (per me tuttora geniale) “pallone più politica”, o, se si preferisce, “pallone più Pannella”, in un mix popolare, di assoluto successo rispetto a qualunque concorrente (e la concorrenza, regolarmente battuta, era quella di potentissime emittenti targate Dc-Pci-Psi), e capace di catapultare su ascolti consistenti l’alternativa radicale, le sue parole, la sua parola. E capace, proprio con Carlo, di inventare momenti di televisione indimenticabili: con Bruno Zevi; con Federico Zeri; con Ada Rossi, la moglie di Ernesto; e, naturalmente, con Pannella, presente non solo attraverso comizi e filidiretti, ma anche attraverso lunghi dialoghi con Carlo che anticiparono l’appuntamento reinventato per e da Radio Radicale (le attuali conversazioni della domenica con massimo Bordin).

Da allora, molto è accaduto, molta acqua è transitata sotto molti ponti, e -per chi visse quell’esperienza solo da telespettatore- resta il rimpianto per una pagina interrotta. Mi capita di pensare che Pannella e i radicali avessero messo in pratica (una ventina di anni prima dell’uscita di tanti saggi teorici) la “convergenza multimediale”: con la tv, lo strumento telematico (erano anche gli anni degli esordi di Agorà) e la radio. E non è un caso se, alla fine, ad essere sopravvissuta (e come: in modo straordinario quanto difficile) sia stata la sola esperienza (quella radiofonica) che non abbia avuto paura di continuare a chiamarsi radicale, di difendere il progetto di una informazione anche istituzionale proprio perché fatta da una “parte”, ma da una “parte” con alcune caratteristiche, come la “parte radicale”, appunto. E credo di sapere (e di condividere) come la pensasse (e come la pensi) Carlo, su tutto questo.

Certo, l’Italia è anche un paese in cui se la Rai decide di avvalersi di uno come Romeo, lo fa (e meno male: almeno c’è questo) in termini manageriali, mentre non capita spesso di vedere il suo nome nella girandola di candidati avventurosi a trasmissioni avventurose, nate morte, o morte alla nascita, fate voi…

Ma insomma, non so bene perché ho scritto tutte queste cose. Credo di sapere, intuisco che Carlo abbia capito tutto del nostro ultimo Congresso, e del tentativo in corso, che poi è sempre lo stesso. Non è il caso di scomodare le scalate del K2 (anche perché il massimo di “sport estremo” che mi concedo è viaggiare sugli autobus di Veltroni, non così diversi da quelli di “Armaduk”…): però -certo- in questo tratto di strada in cui Radicali italiani e, per quel che vale, io stesso, con tanti altri, cerchiamo di accompagnare il cammino di Marco, non ci sono ricevimenti a corte, né posate d’argento. Se capita, piatti e bicchieri di plastica. Ma, proprio per questo, anche qualcosa -io lo spero, almeno, caro Carlo- che sia parente non troppo alla lontana di quel Tg, di quella TeleRoma 56. Dimenticavo: grazie.



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