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La società dei proprietari contro il Big government
Come il pensiero liberista si evolve per limitare il moloch dello Stato (ma bisognerebbe passare ai fatti)

• da Il Foglio del 5 novembre 2004, pag. 1

di Benedetto Della Vedova

Cosa ha funzionato di più nella campagna elettorale americana: la guerra contro il terrorismo, il conservatorismo sui “valori” o le ricette per l’economia? Lasciamo agli esperti di flussi elettorali il compito di vivisezionare il consenso del GOP.

Ciò che sicuramente si può e si deve dire, però, è che Bush ha agitato in campagna elettorale idee più forti e convincenti di quelle del suo sfidante per quanto riguarda l’economia e il Welfare. Idee che, ricalcando il paradigma liberista americano in continuità con la rivoluzione reaganiana e il “reinventing government” di Newt Gingrich, conservano un potenziale riformatore di gran lunga maggiore di quelle di Kerry, attestatosi su posizioni liberal piuttosto tradizionali.

Scegliendo Bush, la maggioranza degli americani ha confermato la propria fiducia nello sforzo individuale, piuttosto che nell’aiuto dello Stato, come fattore di promozione della propria condizione socioeconomica; ha ribadito di accettare una maggiore ineguaglianza - rispetto all’Europa, intendo, e sempre che questa differenza sia ancora accentuata come comunemente si crede - in cambio di una concreta prospettiva di mobilità sociale.

In primo luogo, naturalmente, parliamo della riduzione delle imposte, che dovrebbe divenire permanente.

Ma non solo. George W. Bush ha sintetizzato la sua idea dell’America che cambia in uno slogan: “ownership society”; dove si dia spazio ad una maggiore valorizzazione della libertà, della responsabilità e della proprietà dei singoli individui.

Il primo passo verso la Ownership Society è quello di favorire la proprietà delle abitazioni, anche attraverso “tax credits” e una semplificazione delle procedure di acquisto.

Ma dove l’idea si fa più innovativa e dunque controversa è nelle linee per un nuovo welfare: pensioni, sanità, educazione.

George Bush ha esplicitato in campagna elettorale la sua intenzione di spingere per una fuoriuscita dal modello “pay-as-you-go” (a ripartizione) che caratterizza la previdenza pubblica anche negli USA. Il Presidente ha proposto per i lavoratori più giovani la possibilità di costituire dei conti previdenziali individuali secondo meccanismi a capitalizzazione, in modo da garantire loro la possibilità di controllare cosa accade al proprio risparmio previdenziale. Una via simile a quella intrapresa con successo in Cile grazie a José Pinera. Kerry ha risposto con l’accusa “privatizzazione” della previdenza, cercando di fare leva sulla paura che questa prospettiva poteva suscitare. Se è vero che Bush non ha spiegato in modo chiaro come intenda affrontare la transizione dal sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione, rinviando ai lavori di un’apposita Commissione, i democratici non hanno però spiegato cosa intendano fare per affrontare in modo strutturale il deficit della previdenza pubblica, che si profila minaccioso pure negli Stati Uniti.

Sulla sanità la proposta repubblicana parte dalla considerazione che oggi i pazienti sono tagliati fuori dalle decisioni importanti, che coinvolgono le imprese che offrono le assicurazioni collettive ai dipendenti, le Compagnie che forniscono le polizze e il Governo che concede benefici fiscali ai datori di lavoro per i premi versati. L’idea è quella di favorire il più possibile l’accesso a piani sanitari individuali (Health Saving Accounts) rendendoli fiscalmente deducibili. In questo modo saranno (anche) i pazienti ad avere voce in capitolo sulla spesa sanitaria, aumentando così il livello di concorrenza e di efficienza nel settore sanitario.

Per ciò che concerne la scuola, l’enfasi viene posta sulla “school choice”, in modo da consentire ai genitori la più ampia facoltà di scelta per l’educazione dei figli e quindi, anche qui, aumentare la concorrenza e la qualità del sistema formativo.

Non si tratta di idee del tutto nuove, ma sicuramente di idee chiare la cui messa in pratica rappresenta una sfida carica di difficoltà ma soprattutto di opportunità. Sono le idee care a coloro che non amano il Big Goverment; che credono che se, come diceva Hayek, uno Stato che possieda tutti i mezzi possiede tutti i fini, comprendono che uno Stato che possieda “troppi” mezzi possiede “troppi” fini. E’ l’idea di buttare nella mischia della competizione globalizzata la risorsa su cui l’occidente ha fondato la sua supremazia economica e politica: la libertà e la responsabilità degli individui. Quando il welfare delle democrazie industriali ha assunto le caratteristiche attuali, ciò che ricadeva entro il suo perimetro rappresentava tutto sommato poca cosa nella vita delle persone. Oggi non è più così: sanità, previdenza ed educazione sono larga parte della nostra vita e della nostra economia. Continuare per inerzia a considera tutto questo appannaggio della Stato, significa condannarlo alla elefantiasi burocratica e alla inefficienza. All’origine il welfare si rivolgeva a cittadini con scarsi strumenti di conoscenza e capacità di discernimento; oggi per lo più a consumatori attenti ed avveduti che sanno districarsi tra molteplici offerte in ogni campo e non si capisce perché non potrebbero prendersi cura direttamente delle cose che più incidono nella loro vita, esercitando libertà di scelta e responsabilità diretta nelle decisioni relative.

Per quanto possa suonare paradossale, è la sfida di un welfare liberale ed efficiente che hanno raccolto paesi emergenti come il Cile, la Corea, Taiwan o perfino in alcuni aspetti la Cina, che “relegano” il ruolo dello Stato a quello di rigoroso regolatore, ma che affidano alla dinamica del mercato la produzione di quei servizi per le persone che, pur restando obbligatori, vengono così sottratti ai monopoli pubblici inefficienti e alle mire espansionistiche della politica.

Del resto, in questi anni anche alcune delle analisi e delle esperienze più interessanti sulle possibilità di sviluppo dei paesi arretrati o poveri si fondano proprio sulla proprietà e sui meccanismi capitalistici, piuttosto che sull’aiuto dello Stato benevolente. Pensiamo ad esempio all’analisi di Ernando de Soto sulla mancanza di istituzioni che garantiscano i diritti di proprietà - e quindi l’utilizzo della proprietà, fosse pure di una favela brasiliana, come leva per ottenere credito e avviare attività imprenditoriali - come causa principale di sottosviluppo economico. Oppure alle iniziative del microcredito di Yunus, tanto care anche ai noglobal, che cercano di riprodurre alla scala minima i virtuosi meccanismi dell’accumulazione capitalistica.

L’America di Bush e dei Think Tank conservatori non smette di pensare al futuro dell’occidente in una chiave di maggiore libertà, efficienza e competitività. Una visione dinamica e non conservatrice, che sfugge all’indulgere rassicurante nelle promesse di aiuto da parte dello Stato, si fa carico di ricercare soluzioni più impegnative ma sostenibili.

Si di un altro piano, George Bush ha avuto parole nette anche sull’outsorcing, cioè il trasferimento di occupazione dagli Stati Uniti alla Cina o all’India. Di fronte alle parole dello sfidante che minacciava ritorsioni contro le imprese responsabili e prometteva di mantenere l’occupazione negli USA, il Presidente ha avuto il coraggio di dire che l’unica soluzione possibile è “education, education, education”, cioè la creazione in America dei lavori del terzo millennio. Una visione assai più “mondialista” di quella del democratico kerry, dal momento che i posti di lavoro creati dalle imprese americane all’estero sono occasione di affrancamento dalla miseria per molti abitanti di paesi lontani.

Naturalmente tutto questo va al di là di George W. Bush e della valutazione che si possa avere sulla sua persona e sulle sue convinzioni profonde. Sono le idee in cui la maggioranza degli americani si è riconosciuta e questa è un’indicazione importante anche per l’Europa, che stenta a trovare la via delle riforme effettive mentre da anni recita il mantra della “strategia di Lisbona”. Infine, ma non meno importante: quella della Ownership Society è una grande promessa per il futuro della politica americana e non una sintesi di quanto l’Amministrazione Bush ha fatto negli scorsi quattro anni, più all’insegna del protezionismo (sull’acciaio e l’agricoltura) o di un deficit spending andato ben oltre le spese militari, che non di queste idee radicalmente liberali. Aspettiamo fiduciosi.



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