ROMA. Antinuclearisti di nuovo in trincea. Guai a cancellare il referendum dell'87. Berlusconi – tuonano - se ne faccia una ragione. Atomo pericoloso o fu un abbandono sciagurato? Al di là degli estremi ecco la sorpresa: gli effetti di quel triplice referendum, a ben vedere, sono morti e sepolti. Opportunità politica a parte, rivolte di piazza a pane, costruire una centrale elettronucleare italiana sarebbe oggi perfettamente legale. «Da oltre 15 anni» afferma sicuro il senatore a vita Giulio Andreotti. Ha ragione. incalza un luminare del calibro di Francesco Paolo Casavola, ex presidente della Corte Costituzionale.
«Non c'è nessun impedimento» rimarca Casavola riferendosi alla sequenza di avvenimenti legati al referendum: l'articolazione dei quesiti e il provvedimento governativo che dopo poco più di un mese fissava semplicemente una moratoria quinquennale per la costruzione di impianti nucleari Una moratoria «scaduta».
E così adesso «la questione è puramente politica e non formale» afferma Casavola: e precisamente dalla metà del novembre 1992 (i referendum si tennero l’8 e il 9 novembre del 1987) che in Italia è perfettamente lecito costruire centrali nucleari senza violare la Costituzione e senza tradire il voto popolare allora promosso da Radicali e Amici della Terra con l'aperto sostegno di Claudio Martelli e altri autorevoli esponenti della sinistra.
Considerazione condivisa, peraltro, anche da molti promotori diretti di quel referendum.«Il referendum non poteva, neanche tecnicamente, essere di rifiuto delle centrali nucleari in senso assoluto. E i promotori non avevano lo scopo - azzarda Christina Sponza, della giunta Radicale, sul sito internet del partito - di demonizzare il nucleare, ma semmai dì mettere un freno a un processo che sì stava compiendo con scelte non del tutto chiare per l'opinione pubblica, che evidentemente non si sentiva sufficientemente tutelata». Di più: «Cinque anni sono evidentemente passati e quindi il referendum non può essere considerato il capro espiatorio, per giustificare la critica situazione in termini di produzione energetica che ci costringe ad acquistare energia elettrica dalla Francia, prodotta con tecnologia nucleare. Fatto questo che, peraltro, ci dovrebbe far togliere tutti i cartelli comune denuclearizzalo dalle nostre città , rendendoci consapevoli che, nella pratica, l'utilizzo del nucleare già lo stiamo legittimando».
Un ripensamento? Sicuramente una buona disponibilità a un approccio più "laico” e scientifico. «Che coinvolga l'opinione pubblica senza cadere nelle trappole ideologiche tese da alcuni partiti e associazioni ambientaliste» si augura ora l'esponente radicale.
Non potevano comunque esserci – ci ricordano i giuristi - referendum "contro” il nucleare. Questo per la combinazione di due vincoli sanciti dall'articolo 75 della Costituzione. Il referendum può essere solo abrogativo dì una norma o parte di essa e non può essere propositivo di una legge. E sono comunque vietati i referendum non solo sulle materie fiscali ma anche quelli abrogativi dei trattati internazionali.
Divieto doppiamente fuori gioco, dunque: il nostro Paese con l'adesione all'allora Euratom si era comunque impegnato a sviluppare una consistente industria nucleare in partnership con gli altri Stati esteri, contribuendo al “programma” con stanziamenti in atto, paradossalmente, anche oggi.
Gli italiani furono dunque chiamati a votare su due quesiti sulla giustizia e su tre quesiti sul nucleare (vedi lo schema qui a fianco) che mettevano al più una mina momentanea all'allora gestione della produzione elettrica dall'atomo.
Tant'è che dopo il referendum non fu formalizzato alcun abbandono ufficiale del nucleare ma appunto una "moratoria" di cinque anni, con il fermo delle centrali attive, che, coprivano circa il 3% della produzione elettrica nazionale, e il blocco nella costruzione di nuove.
Va sottolineato che i referendum, così come formulati, non posero peraltro il problema dell'opportunità o del diritto di comprare, appunto, elettricità prodotta da centrali nucleari all'estero. L'import era salvo. Lo rimane e anzi si sviluppa allegramente. Per soddisfare almeno così la nostra
fame dì energia a prezzo "compatibile" con lo sviluppo.
I quesiti del referendum
Tre quesiti ma nessun «no» secco al nucleare con il referendum dell'8 e 9 novembre 1987. La disciplina del referendum lo impediva e lo impedirebbe tuttora, E i cittadini approvarono a stragrande maggioranza tre quesiti, mirati a bloccare nei fatti la costruzione di nuovi impianti, che riguardavano:
1) L'abolizione della norma che consentiva al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere la localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non deliberassero entro tempi stabiliti (comma 13 dell'articolo unico della legge 10/1/1983 n. 8).
2) L'abrogazione del compenso previsto per i Comuni disponibili ad ospitare centrali nucleari ma anche a carbone (commi da 1 a 12 della stessa legge).
3) L'abrogazione della norma che consentiva all'Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero. La norma era contenuta nella legge n.856 del 1973, che modificava t'articolo 1 della legge istitutiva dell'Enel per consentirgli di partecipare al programma francese Superphoenix. Oggi, comunque, il problema non sussiste. Con l'apertura del mercato elettrico e il superamento del monopolio, l'Enel trasformato in Spa ha avuto nel 1992 uno statuto nuovo, che cancella ogni riferimento a vincoli di questo tipo.