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Dietro le scelte della Chiesa persiste la volontà di esaltare la macerazione e accettare la morte

• da L'Opinione del 26 gennaio 2005

di Francesco Pullia

Quando, bambino, entravo in chiesa restavo profondamente scosso dall’ostentata e ridondante rappresentazione della morte. Aggirandomi tra le navate, venivo assalito da raffigurazioni di teschi scolpiti su urne marmoree incastonate nelle pareti e volti di angeli addolorati. Pareva aleggiare ovunque un alone sinistro, come di minaccia incombente, reso ancora piĂą grave dalla penombra su cui facevano incursione le tremule luci di gocciolanti candele. Sotto un altare laterale, protetto da una grata, il corpo scheletrito di un martire, adornato di ex voto, inferiva all’immaginario infantile il suo colpo di grazia.

Un fendente ben assestato che sortiva l’effetto di incupirmi, accentuando la mia indole introspettiva. Di notte quelle sagome sottratte all’arte e alla natura assumevano a volte forme terrifiche entrando, non richieste, nei miei sogni, tramutandoli in incubi. Da allora ho associato il cattolicesimo ad una sorta di lutto ricercato e abbellito, inteso al tempo stesso come condanna, pervertimento, strumentalizzazione di un evento ineluttabile.

Il cristianesimo, nella versione accreditata dalla Chiesa, è l’esaltazione della macerazione, della sofferenza, del dolore, dualistica scissione tra un corrotto e corruttibile mondo fisico ed un universo ulteriore, parallelo e volutamente separato, inconciliabile, cui si delega la riuscita del riscatto, della redenzione. Di conseguenza il credente viene come deresponsabilizzato e ridotto alla stessa stregua di un detenuto in attesa di un giudizio che sarĂ  inesorabile e senza possibilitĂ  di appello.

Con il passare del tempo mi sono chiesto se questa visione sia compatibile con la via indicata dal mistero dell’incarnazione divina, dalla scelta consapevole di affrontare, per oltrepassarle, ferite e lacerazioni, di assumere su di sĂ© il dolore non per sostare in esso ma per vincerlo, annientarlo, convertirlo in sfolgorante luce. Cristo non ha chiesto di essere indulgenti con la morte ma di sconfiggerla, sciogliendo legami, vincoli, impedimenti che ci rendono affranti e vinti.

Non si comprende, pertanto, per quale motivo, in un’ottica cristiana, uno affetto da malattie degenerative non debba potersi curare con gli embrioni soprannumerari o perchĂ© si debba precludere il diritto di preferire al martirio del proprio corpo il ricorso all’eutanasia. Hanno ragione Jacques Pohier e Giovanni Franzoni, esponenti di primo piano del mondo cattolico non confessionale, ad affermare che i diritti riconosciuti ai vivi devono estendersi anche al loro trapasso e ad invitare a valutare con attenzione le diverse situazioni in cui il travaglio supera la soglia della sopportazione.

E, ancora, non si capisce perchĂ©, se non per cinica e anticristiana pervicacia, si debba contrastare l’uso del profilattico nella prevenzione di epidemie come l’Aids. Se il mio corpo, questo corpo, è sacro perchĂ© non devo averne cura, evitando che vada incontro ad un declino infernale e che, a sua volta, possa tramutarsi in veicolo d’infezione? La castitĂ  non può essere un valore assoluto e cogente ma una scelta relativa, confinata, ristretta all’ambito individuale, non valevole cioè per tutti. Pensare di ostacolare il proliferare dell’Aids senza l’adozione di provvedimenti elementari ma efficaci come il profilattico equivale non solo ad essere insensibili dinanzi alla portata di una devastazione in atto, ma anche in evidente malafede.

Nella seconda metĂ  dell’800 il dottor Ignazio Filippo Semmelweis venne fortemente osteggiato per avere intuito che l’incremento dei decessi tra le puerpere era principalmente dovuto alla mancanza d’igiene dei medici che le visitavano senza lavarsi le mani dopo avere sezionato cadaveri. Il giovane Louis-Ferdinand CĂ©line nel 1924 dedicò alla vicenda un testo esemplare. Semmelweis aveva fatto semplicemente disinfettare le mani di coloro che avevano effettuato dissezione con una soluzione di cloruro di calce e la mortalitĂ  puerperale era drasticamente diminuita, quasi scomparsa.

Ma la sua veritĂ  lapalissiana finiva per urtare equilibri consolidati e così venne progressivamente spinto sul baratro della follia. Morì nel 1865, a quarantasette anni, dopo terribile agonia. Non occorre essere Semmelweis per capire che una seria prevenzione anti-Aids non può passare per l’imposizione di comportamenti inibenti la sessualitĂ . Ed è triste pensare che per la Chiesa la venuta al mondo come l’uscita, la dipartita, debbano essere assoggettate dalla medesima genuflessione al cospetto di una morte trionfante.       


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