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Belgrado si rassegni e accetti la sconfitta

• da Corriere della Sera del 28 gennaio 2005, pag. 13

di Emma Bonino


E’ tempo che la comunitĂ  internazionale abbatta il muro di silenzio sul Kosovo. Negli ultimi 5 anni, la questione dello status finale del Kosovo è stata rinviata e ignorata, mentre due milioni di kosovari restano avvolti in una sorta di limbo. La popolazione non accetterĂ  mai di tornare a essere governata da Belgrado e la Serbia, in fondo, non lo desidera. La prospettiva di una unione con altri territori albanesi alletta solo un gruppo di fanatici e un'eventuale partizione stabilirebbe un pericoloso precedente per le aree teatro di altri possibili conflitti. Il Kosovo si muove verso l'indipendenza sin dal 1999. E’ il momento che la comunitĂ  internazionale lo ammetta. Le violenze del marzo 2004 hanno dimostrato che la comunitĂ  internazionale non può contare in eterno sulla buona volontĂ  locale. Se il 2005 non dovesse portare l'avvio di una soluzione definitiva capace di consolidare pace e sviluppo, il Kosovo rischierebbe di ripiombare nel conflitto e destabilizzare l'intera regione. In Commissione Crisi Internazionali siamo convinti che un possibile scenario futuro debba includere una serie di iniziative politiche da parte di tutti i soggetti coinvolti:

1)Come primo passo, il Gruppo di Contatto delle sei Nazioni (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Russia) dovrebbe quanto prima fissare una tabella di marcia per arrivare a una soluzione della questione dello status, tenendo fermo l'obiettivo dell'indipendenza. Il piano dovrebbe stabilire alcune fondamentali regole di base: gli eventuali progressi dipenderanno soprattutto dalla tutela dei diritti delle minoranze;


2) La gestione del processo spetterebbe a un inviato speciale, pronto a lavorare a stretto contatto con il Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per il Kosovo. Entro la metĂ  del 2005, l'Onu dovrĂ  valutare l'impegno del governo del Kosovo rispetto alla democrazia e alla garanzia dei diritti umani. Se la valutazione sarĂ  positiva, l'inviato Speciale sarĂ  chiamato a redigere il testo di una bozza per un Accordo sul Kosovo e a definire i dettagli della Conferenza internazionale per la sua approvazione;

3) Sarebbe opportuno avviare una campagna per "Pristina - Citta aperta", per sollecitare il ritorno dei residenti delle vicine enclaves serbe, dalle quali sono stati cacciati in seguito ai fatti del marzo 2004. Occorrerebbe anche iniziare a preparare una Costituzione per un Kosovo indipendente, che tutelasse i diritti di tutte le minoranze e destinasse giudici con mandato internazionale alle Corti superiori per il Kosovo;

4) La Serbia deve accettare di aver perduto il Kosovo e che compito di Belgrado e ora adoperarsi in favore dei serbi kosovari, anzichè fantasticare sulla possibilità di riappropriarsi della regione.
Le ultime notizie da Belgrado sono tutt'altro che incoraggianti. La comunità internazionale non può legittimare le fantasie serbe, deve piuttosto chiarire che Belgrado non ha diritto di veto sulla soluzione dello status finale del Kosovo. La questione del Kosovo è stata tralasciata troppo a lungo. Stabilire quest'agenda richiede coraggio politico e determinazione. Ma l'alternativa è ancora peggiore.



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