Esistono guerre taciute per interessi politici e guerre dimenticate perché sentite come lontane dalla nostra formazione culturale. Eppure, chi muore ha un cuore, un cervello, un sentire, quello stesso sentire che nel nostro quotidiano si assopisce, stordito dai nostri orrori: fantasmi di noia, perbenismo e quant’altro di più superficiale esiste. Vittime della nostra civiltà , non vogliamo scandalizzarci guardando le vere vittime nei programmi televisivi.
Allora, cambiamo canale, quando si parla, ad esempio, di Cecenia. Siamo coscienti tutti che la strage di Beslan non è altro che la manifestazione di una volontà lucida, brutale, quale quella di Bin Laden. Questo vecchio continente è dimentico delle lotte nell’Ulster, si ricorda degli indipendentisti baschi solo in occasione della strage del 2003 di Madrid. Non sono forse, queste, guerre? Quante migliaia di morti contano? Perché scompaiono dalle prime pagine dei giornali insieme alle guerre che ancora imperversano nei Balcani? È vero che antecedentemente al '99 si parlò della pulizia etnica degli albanesi, ma da quell’anno in poi perché si tace sui serbi? Sono certamente meno appetibili alla voracità del lettore, perché non c’è un dittatore come Milosevic da eliminare, ma questo accade in un paese dove sono presenti le Nazioni Unite e presidiato dalla Nato. Altrettanto per il Kosovo, non si ha interesse a parlare di una guerra voluta dall’America, dove c’è ancora una forte presenza di militari italiani. E ancora, perché si glissa su una guerra in atto a Cipro tra turchi e greci? E poi si ha il coraggio, assai barbaro, di ambire ad un’”Europa Unita”. A proposito della Turchia, i curdi non fanno più notizia? Se ci fosse un’Europa politicamente unita, interverrebbe politicamente per prevenirli i conflitti, così come interverrebbe politicamente per fare quel che chiede la maggioranza dei cittadini israeliani: l’adesione di Israele all’Unione europea. Rimane, invece, in primo piano la guerra israelo-palestinese e si tace sulle guerre che imperversano in Africa e che coinvolgono circa una ventina di paesi. Si contano due milioni di morti e sei milioni di persone in fuga dal Sudan, tre milioni di morti in Congo, un milione di profughi in Uganda, centomila musulmani moderati trucidati in Algeria dai fondamentalisti. Per tutti questi morti, non ci sono slogan, non si scende in piazza. Forse i morti africani sono di serie “b” rispetto al conflitto israelo-palestinese o a quello iracheno? Mentre nessuno dimentica Gerusalemme o Baghdad, Beirut è già nell’oblio. Si tace sul Libano controllato dai siriani, che militarmente impongono la pace voluta da Damasco, terra dove il partito del Dio filo-iraniano Hetzbollah lancia sfide continue a Israele e quando reputa un piccolo demone questo suo nemico, alza il tiro mirando a Belzebù, gli Stati Uniti. Già , l’America. Quella centro-meridionale vede i “signori della droga” e i guerriglieri colombiani suoi unici governanti, che massacrano interi villaggi e reclutano i bambini-soldato. Anche per questa realtà non esiste una reale contrapposizione di forze. Non si manifesta, non si sensibilizza l’opinione pubblica. Che dire, allora, del continente asiatico? Chi parla di Timor Est, dove l’Onu pose fine al genocidio provocato dall’Indonesia, che causò centomila morti e che oggi conta assai più vittime? Si tace sul conflitto tra India e Pakistan, che si fronteggiano con armi nucleari o sul conflitto tra Nepal e Kashmir. E ancora, il sud-est asiatico: Birmania, Thailandia e Laos. Il cosiddetto “Triangolo d’oro”, controllato dai coltivatori di papavero e dai narcotrafficanti. Sembra che la storia non ci abbia insegnato nulla. Eppure, il tempo dovrebbe logorare gli errori e levigare la verità . Quella che si ripropone è l’eterna lotta tra il bene e il male: l’unico bene è la conoscenza, l’unico male l’ignoranza!