“Lo strumento per la loro distruzione è la rivoluzione democratica, non la guerra, e la prima ‘bomba’ nella battaglia politica in Iran è un referendum nazionale. Si faccia sì che il popolo iraniano possa esprimere i suoi desideri nella maniera più semplice possibile: ‘Volete uno stato islamico?’. Si mandino Lech Walesa e Vaclav Havel a coordinare la supervisione elettorale. Si consenta alle forze in campo di competere apertamente e liberamente, si faccia sì che i giornali possano pubblicare, le radio e le tv trasmettere, pienamente supportate dalle nazioni libere. Se i mullah accetteranno questa sfida, sono convinto che l’Iran sarà nel giro di mesi sul sentiero verso la libertà ”.
Sono parole di Michael Ledeen, e sono parole che ogni sincero antitotalitario (e in particolare ogni sincero antifascista) dovrebbe e potrebbe sottoscrivere, subito e per subito.
Â
Tra poche settimane sarà di nuovo 25 aprile, in Italia, e torneranno i cortei, i discorsi, le commemorazioni. Ma ogni volta che si partecipa ad una celebrazione come questa, è bene chiedersi cosa si stia facendo davvero: se si stia solo alimentando un mito, se ci stia scaldando il cuore nel ricordo di una gloriosa pagina di storia, o se invece si debba -come credo- cercare nel meglio del proprio passato anche le ragioni di un futuro desiderabile e possibile. Se è così, se cioè l’antifascismo -e, beninteso, l’anticomunismo, l’antitotalitarismo- deve rappresentare una guida politica per l’oggi, un modo concreto di essere antifascisti anche quando le celebrazioni commemorative sono concluse è quello di lottare perché altri 25 aprile siano possibili: e Michael Ledeen racconta, prefigura l’obiettivo necessario e possibile di un 25 aprile a Teheran.
Â
Chiarita l’importanza del “cosa”, è almeno altrettanto rilevante il “come”: come dovrebbe realizzarsi questo “atto di pace e di antifascismo”.
Sull’Irak, i radicali, a partire dalla proposta “Irak libero” avanzata da Marco Pannella, avevano cercato di costruire un’alternativa concreta, praticabile, rispetto al passaggio alla fase bellica del conflitto. E restiamo convinti che quella fosse la strada da seguire. Così come, nei mesi successivi, non avevamo cessato di segnalare quanto fosse costoso non avere iniziato subito i processi, non avere aperto immediatamente gli archivi del Baath, non avere scoperchiato subito la realtà delle fosse comuni, non avere creato -con radio e televisioni libere- un’alternativa credibile ad Al Jazeera, nella sua pressoché quotidiana propaganda di odio.
Â
Ecco, Ledeen disegna uno scenario in cui (come molte volte aveva scritto e suggerito, e come noi stessi non abbiamo cessato di ritenere decisivo, per evitare tanti degli immensi costi umani e politici che abbiamo dovuto conoscere) la carta determinante può essere rappresentata in primo luogo dal “voto”, dall’atto elettorale come avvio di un percorso democratico (fenomeno che, dall’Ucraina alla Palestina all’Irak, esplode finalmente in tutto il mondo come speranza di e per milioni di donne e di uomini), e, in secondo luogo, da quelle che i radicali chiamano “bombe dell’informazione”. Â
Â
Non dimentichiamolo mai: dall’11 settembre ad oggi, in tutto il Medio Oriente, sono nati centinaia di migliaia di bambini a cui i genitori hanno dato nome “Osama”. Vi sono, cioè, milioni di donne e di uomini che sono convinti (dall’assenza di democrazia e di libera informazione, in primo luogo) che l’unica loro chance sia quella del terrorismo e dello scontro con l’Occidente. Un anno fa, in una sola mattina, presso l’Università del Cairo, in quello che dovrebbe essere il centro più avanzato del mondo arabo, 500 studenti hanno sottoscritto un documento in cui si dichiaravano disposti a fare i kamikaze. Occorre fare i conti con questa realtà , e farli subito: agire diversamente sarebbe razzista -perché presupporrebbe l’esistenza di un’”umanità di rango diverso”, che non merita o alla quale non si addicono libertà e democrazia-, e sarebbe, anche, suicida, perché aprirebbe la strada a nuovi 11 settembre.Â
Â
Ecco, contro l’incubo riuscito dei kamikaze, di figli allevati dai padri e dalle madri nell’orizzonte della morte propria ed altrui, occorre altro rispetto agli strumenti militari tradizionali: bisogna sradicare dai loro cuori e dalle loro menti quel che gli è stato instillato per tutta la vita. Lo sanno bene gli imam fondamentalisti iraniani, che invitano i fedeli a diffidare delle radio e delle tv satellitari, “strumenti del demonio occidentale che vuole corromperli”. Dal loro punto di vista di avvelenatori di coscienze, hanno perfettamente ragione: sono consapevoli di trovarsi di fronte al loro nemico più temibile, tanto quanto lo fu, sessant’anni fa, la voce di Radio Londra, la voce della libertà , per i regimi nazifascisti.
Â
Per questo, ha ragione Ledeen. Occorre ora che queste armi siano utilizzate con sempre maggiore sistematicità . L’esperienza di Voice of America (come decine di altre in giro per il mondo) deve essere moltiplicata e generalizzata, così come occorre con urgenza il varo definitivo di un suo equivalente televisivo in lingua araba. Occorre accerchiare i regimi con una vera e propria “cintura mediatica globale” capace di svuotare il loro potere, e di ridare una chance di conoscenza -e quindi di libertà e di democrazia- ai popoli oppressi. Da questo punto di vista, potenziando ed estendendo lo stesso esempio americano, occorre prevedere apposite e più consistenti voci nei bilanci delle Difese nazionali, e rivedere profondamente -ovunque- il rapporto tra i fondi destinati alla spesa militare tradizionale e le risorse messe a disposizione di questa sempre più necessaria “guerra preventiva e permanente”. E la stessa operazione va compiuta attraverso la rete. Finora, la cronaca non ha conosciuto una seria alternativa, una consistente possibilità “terza”, tra “cyberpolizie” e “cyberteppisti”: è il momento di concepire -anche online, oltre che con i media tradizionali- autentici “attacchi”, vere e proprie “offensive di controinformazione” a sostegno di chiunque si opponga, nel mondo, a regimi ed autocrazie. Il rapporto tra i costi e i benefici di una simile operazione si rivelerebbe, con ogni probabilità , tanto positivo da risultare privo di paragoni.
Â
Non si tratta -quindi- di “esportare” alcunché, né -meno che mai- di “esportare valori occidentali”. Si tratta, al contrario, di rimuovere in tutto il mondo gli ostacoli che si frappongono alla possibilità , per ogni donna e per ogni uomo, di vedere effettivamente realizzato il proprio diritto individuale alla libertà e alla democrazia. Nessuna esportazione, dunque, ma -questo sì- la creazione delle condizioni per cui ogni popolo ed ogni individuo possa scegliere quel che, finora senza eccezioni, è stato sempre scelto dai popoli e dagli individui che hanno potuto decidere liberamente: i valori universali dell’umanità e dell’umanesimo liberale. Tutto ciò è necessario e possibile: anche a Teheran.