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No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan

7 aprile 2005

di Luigi Castaldi

Ciò che sul piano politico Karol Wojtyla ha fatto lungo tutto il suo pontificato nell'allacciare e sostenere un dialogo con l'islam trascendeva il più vasto progetto di confronto interconfessionale a 360 gradi, non era indirizzato miratamente a un fine di riposizionamento geopolitico delle influenze vaticane, non era un espediente proselitistico: aveva un fondo teologico. Sono numerosissime nei suoi scritti le tracce della forte convinzione che l'uno e l'altro monoteismo avessero più punti di contatto di quanti storia e cultura avessero nei secoli occultato o addirittura dissaldati negli episodi dell'eterno scontro di civiltà, della disputa sulle prerogative etno-territoriali. Nella teodicea wojtyliana che ricava l'esistenza del male dal postulato tomistico, tali punti di contatto non si esauriscono nella riconferma di una comune radice antropologica che affratella, con l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam nel segno di Abramo; vanno oltre, al punto da enfatizzare, forse più del possibile in quella teodicea, simpatetiche similitudini dottrinarie, fin quasi a compensare ciò che sul piano meramente filogenetico era, ed è, lo stipite giudaico-cristiano. Nel ribilanciare, così, la radice tricefala del monoteismo come incarnazione storica, egli non postula una parentela teologica con i fratelli minori musulmani per compensare la parentela storica con i fratelli maggiori ebraici. Teologicamente, il Dio di Karol Wojtyla somiglia ad Allah almeno tanto quanto, se non di più, a Jahveh. Sul piano politico, peraltro, la ricerca di un confronto era strategica, non tattica. "Mai più la guerra", a ben vedere, non è un programma minimo di dottrina sociale sul quale profilare un riassetto dello scacchiere mondiale, né tanto meno un opportunistico programma geopolitico che faciliti l'evangelizzazione mondiale come in una visione paraonusiana. All'indomani della caduta del muro di Berlino, Wojtyla si scaglia contro il capitalismo e riprende i temi cari al conservatorismo romano contro il liberalismo e le filosofie naturali: non vuole appiattire la sua immagine su quella di un Occidente che ha sconfitto l'Impero del male, ma che non è libero dal male del secolarismo. L'antisecolarismo musulmano è una sponda necessitata: nel mondo i fedeli dell'islam hanno superato per numero i cristiani, Wojtyla sa che deve prendere le distanze da una identificazione automatica tra mondo occidentale e Chiesa, quand'anche questa fosse autorizzata per le devastazioni del secolarismo che ora usa lo strumento globalizzante. Nasce da ciò una lettura della teologia islamica in chiave sussidiaria all'ermeneutica antropologica biblica, con le ben note sottolineature (eccessive, in verità) di ciò che l'islam concede in tributo alle figure di Cristo e di Maria. Cosa di più, oltre al Dio unico e all'invito di una rilettura metastorica di crociata e jihad? Poco. Eppure la sponda offerta sul piano teologico, insieme a importanti passi politici come la sua presenza in una moschea, il famoso bacio al Corano, ecc., hanno potenziato la corrente moderata dell'islam contro le pressioni wahabite. Dal punto di vista politico-diplomatico si può concedere che l'effetto sia stato stabilizzante, almeno negli intenti; da quello di vista propriamente culturale il prezzo è stato altissimo, giacché ciò che nel Vaticano II era apertura interconfessionale, e passava attraverso il rispetto nella differenza, qui è saldato alla natura antimodernista delle correnti di qua e di là del Mediterraneo. Non deve stupire più di tanto, dunque, che la sua morte abbia suscitato cordoglio sincero in tanti cuori musulmani, che i giorni di lutto nazionale siano tre al Cairo ed uno solo a Madrid. Ciò che l'islam ha perso con la morte di Giovanni Paolo II non è soltanto il capo della Chiesa di Roma che con un singolare vigore ha portato avanti la politica del dialogo interconfessionale, con un di più di neutralismo negli accidenti bellici dell'ultimo decennio, ma un tradizionalista nella cui visione antimodernista si specchia l'antimodernismo irriducibile del Corano, in primis lo scetticismo verso la democrazia, declassata a sistema tra i sistemi, perché comunque la giustizia non è di questo mondo e la vera libertà è solo nell'obbedienza alle leggi del Creatore, sicché una dittatura o un califfato non toccano la via della salvezza eterna. Buona parte dei termini che designano l'appartenenza all'islam significano "obbedienza", buona parte dei sistemi politici e statuali che reggono l'umanità musulmana sono critici verso la democrazia, comune al cattolicesimo di Wojtyla e all'islam una visione della sessualità, della donna, della famiglia che sono inscritte in un ordine che è rivelato, di qua nel kerygma, di là in due o tre sure, e che fissa il genere e l'interpolarità di genere nella categoria dell'essere eterno: meglio, nella sua fattispecie immanente di Magistero intoccabile. Parimenti auto-ipnotici i presidi, il rosario ad libitum, l’ondeggiare del tronco orante sul versetto, i rituali di automorficazione, la retorica del martirio come testimonianza di fede, la prerogativa comunitario-societaria sull’individuo. Contro il relativismo, l’assolutismo. Contro il nichilismo, l’annullamento in Dio. Quest'asse, se ha potuto esserlo per la minoritaria ma vincente corrente tradizionalista anticonciliare, non pare un buon affare per tutto il resto dell'Occidente. Entro la gamma offerta dalle contingenze storiche apre la breccia alla tentazione teocratica. Non si può, non si deve. "No taliban no vatican" non è uno slogan rozzo, è un'intuizione poetica che nasce come resistenza a questa tentazione.



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