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Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay

26 aprile 2005

di Luigi Castaldi

Il diritto di due omosessuali a unirsi in matrimonio (con rito civile, per carità di Dio!) è un argomento che, prendendo spunto dalla più recente e ormai nota attualità socio-politica della vicina Spagna, si presta come eccellente tema per discutere su cosa oggi sia davvero liberale in Italia, ben oltre l’etichetta che così recita, chissà per quanto ancora, sul gonfio faldone del  curriculum vitae di molti ex democristiani, ex missini, ex socialisti e perfino di qualche ex comunista, che s’erano affrettati ad appiccicarvela in mancanza di meglio, a suo tempo. Dai giudizi di costoro su ciò che è accaduto ultimamente in Spagna (ohi, straziante antologia di sussulti indignati e di perplessi fremiti sul tema “il mondo va sottosopra e non ci sono più le mezze stagioni”!) emerge chiaro che dirsi liberale è una cosa, esserlo è un’altra.

Si tratta, d’un canto, di coloro che furono, finché resse la commedia, i più prestigiosi testimonial dell’annunciata rivoluzione liberale della Cdl, che abortì tra una Cirami e una verifica di governo; d’altro canto, di coloro i quali nel centro-sinistra s’erano fitti in capo di temperare in senso, appunto, liberale le tentazioni estreme, qui catto-, lì -comuniste, dossettianamente e berlinguerianamente solidali non solo sul pregiudizio pauperista, ma anche su quello di una paternalistica omofobia. Eccoli, oggi, questi improvvisatori assai estemporanei del liberismo e del liberalismo, che in qualche soffice intervista ai tempi in cui non era ancora scoppiata la guerra culturale concessero perfino una puntina, sì, di libertarismo, “ma solo una zolletta, grazie - troppo libertarismo, mi sale la glicemia”. Eccoli, oggi, davanti all’apocalittico sigillo di due checche o due lesbiche davanti a un pubblico ufficiale, rispolverare argomentazioni già usate da Gedda contro il divorzio e da De Carolis contro la legge 194: Dio (sive natura, ché così mettiamo Leo Strauss e Baruch Spinoza sullo stesso scaffale dove c’è l’Opera Omnia di Karol Wojtyla); la Famiglia (che nelle declinazioni classiche, dal presepe vivente alla ragione sociale del “c’ho famiglia” di Longanesi, conserva intatto tutto il suo fascino); e le radici cristiane dell’Occidente, al posto della Patria (ché ci batte in petto un cuore filoatlantista assai, europeista alla meno peggio). Troppo colore? E con qual altra tavolozza si può dipingere l’esser liberale di ciascuno, e tutti, tra costoro?

Ogni obiezione a un riconoscimento legale delle coppie omosessuali nella forma riconosciuta per le coppie eterosessuali può avere fondamento solo dall’accoglimento da parte del diritto di assunti antropologici che può considerare immutabili solo una sensibilità in vario modo tradizionalista: la verità intoccabile della Genesi; il giusnaturalismo che ha fatto accordi con il Magistero; la psicologia da burocrate di quadro intermedio; la sentinella che fa il suo dovere montando la guardia al bidone (vero bidone!) consegnatole dalla precedente generazione; ma pure lo spiccio modo di esorcizzare quanto di nuovo l’evoluzione introduce nel così detto innato, che poi è il solito esorcismo d’ogni conservatore – attrito, più che resistenza – reazione, nella misura del valore assoluto. Viviamo d’altronde in pieno Medioevo, qualsiasi tronco marcio può fare da zattera, figuriamoci la famiglia tradizionale, quella di babbo (che fa il guardiano alle radici), di mamma (che fa il veicolo di vita) e dell’embrione (che poi diventa figlio, ma intanto è già persona).

Ora, con gran rammarico per ciò che può andar perso con tanto giudizioso pregiudizio, ogni liberale sa che non c’è nulla di più culturale del concetto stesso di natura, che pure qualche scampolo di hegelismo vorrebbe antitetico a cultura. Se la cultura è chiusa, centripeta cioè sui suoi assoluti, il concetto di natura sarà teleologico, e il fine ultimo sarà la conservazione delle prerogative che il pensiero liberale cerca da sempre di scardinare. Se la teleologia cederà alla dimensione metafisica, la legge di natura coinciderà con Dio: si arrabbierà il teologo, ma infine si troverà un accordo, a lui la cura dei poveri di spirito di cui sarà il regno dei cieli, al filosofo re la costruzione di una società a immagine della sua sistematica. Un liberale è relativista per eccellenza, questo non può che sentirlo come intollerabile. Sbuffa, ha l’orticaria – un liberale – quando sente parlare di “dittatura del relativismo”, perché già la formula è intrinsecamente idiota: le dittature le fanno gli assolutismi, sono loro che pretendono di decidere per la vita altrui, entrando nelle case, fin dentrole camere da letto, frugando fin dentro gli uteri e le teste. Diciamola com’è: gli assolutisti sono degli sporcaccioni.

Stiano insieme checche e lesbiche come meglio loro aggrada, sia concesso loro quel che è concesso alle coppie eterosessuali, matrimonio incluso ovviamente. E non si capisce perché due mamme o due papà possano essere un problema di cui lo Stato debba interessarsi se non vogliamo che si costringano i vedovi e le vedove con prole a risposarsi per non lasciarla orfana.  Tutt’altro paio di maniche stabilire se si respiri miglior aria in una famiglia tradizionale, per il solo fatto che essa sia tradizionale: non si capisce donde possano venire questi strani esseri che pretendono di unirsi, e non già solo di copulare, maschio con maschio, e femmina con femmina.

 



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