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Trent’anni di “PACE” in Vietnam

28 aprile 2005

di Alessandro Tapparini

Che cos’è la pace?

Se si ritiene che la pace è solo la fine della guerra, sabato prossimo si festeggia il trentennale della pace in Vietnam. Il 30 aprile 1975 il governo di Saigon (presto ribattezzata Ho Chi Minh City) annunciò ufficialmente la resa incondizionata ai Vietcong con un comunicato del presidente Duong Van Minh. Per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica mondiale, fu una festa: la “sporca guerra” per antonomasia era ala capolinea.

Sono passati trent’anni. Trent’anni di quella “PACE” che lungamente ed energicamente era stata invocata nelle piazze e nelle università di tutto il mondo (tant’è che gli americani, sotto la pressione montante di quel dissenso, avevano alla fine “rinunciato a vincere” quella guerra, abbandonando i sudvietnamiti al loro destino); trent’anni di quella “PACE” che fu poi consacrata con il relativo premio Nobel ad Henry Kissinger e a Le Duc Tho.

In realtà, trent’anni di campi di concentramento, deportazioni, torture, persecuzioni contro la principale religione del paese ( il Buddismo) e contro quelle secondarie (a cominciare dalle confessioni cristiane).

Ma quegli orrori non ebbero l’attenzione della comunità internazionale né delle opinioni pubbliche mondiali. Di Vietnam si era tanto parlato, cantato, gridato, fino alla “liberazione” del 1975. Da lì in poi, basta.

Nell’autunno 1977 circa centomila “boat-people” erano morti nel tentativo di fuggire dagli orrori del regime: una media di più di cento annegati al giorno, ad ogni giorno che passava. Nei primi anni ’80 i vietnamiti fuggiti come boat-people ammontavano a circa un milione e mezzo. Ma per la maggioranza dei benpensanti, le denuncie di quella fuga erano ubbie da reazionari. In Vietnam nel 1975 era arrivata la pace, cioè la sconfitta degli americani. Tanto bastava. E tanto basta.

Appena tre anni fa Massimo Lensi raccontava sulle pagine de L’Opinione come le autorità di Da Nang, uno dei principali porti vietnamiti (che ai tempi della guerra era utilizzato dalle truppe americane per andare e venire dai campi di battaglia ai margini della “zona demilitarizzata”), avessero in quei giorni siglato con la Regione Toscana e con l’Autorità Portuale di Livorno un importante accordo di partnership per l’esportazione in Europa di varie merci (soprattutto pesce). Un episodio che nel suo piccolo ben testimonia come la realtà del regime vietnamita sia ancora oggi considerata una banale normalità, destinata ad essere sistematicamente quanto serenamente ignorata in nome degli affari, oltre che in ossequio alla solita vulgata.


Il 21 febbraio 1999 Marco Pannella, dalle colonne de Il Giornale, ha espresso queste considerazioni:

“La guerra indocinese, vietnamita è stata atroce, barbara, disumana; è stata, insomma, certamente, una guerra. E l'"America" solo l'America continua da decenni a mostrare al mondo che il proprio anche di questa "sua" guerra, di tutte le guerre, di qualsiasi guerra di questo secolo, anche le "migliori", non sono che infami tragedie, anche per quanti le vivono in difesa necessariamente violenta della umanità, della libertà, del diritto e dei diritti.
Gli "americani", e solo loro, continuano, con un crescendo assordante, con cinema, televisione e ormai il digitale, a mostrare e raccontare miserie, infamie, omicide e suicide, che essi sentono la responsabilità di avere vissuto e fatto vivere. Anche per questo, da nonviolento gandhiano e da radicale, sono di nuovo tanto di nuovo grato all'America quanto nemico dei pacifisti a senso unico. "
Uccidere i vietcong" era sì "uccidere", ma niente affatto l'"uccidere i "buoni", da parte dei "cattivi". La storia ha ormai indiscutibilmente mostrato e dimostrato che "i vietcong" e i loro eredi hanno rappresentato e rappresentano nemici feroci e vittoriosi della libertà, del diritto, della vita civile del proprio popolo, da loro condannato ad essere "indipendente" solamente dalla civiltà democratica e pacifera nel mondo. Non a caso, in convergenza storica con i cattivi americani e francesi, i monaci nonviolenti, buddisti, popolarissimi e amati, i nostri amici di allora, furono sterminati dai comunisti, dai vietcong. E da allora in Vietnam la miseria materiale e morale del regime comunista e vietcong, dopo le stragi che la "storia" dimentica, ha costretto centinaia di migliaia di persone all'esodo, non di rado con la probabile destinazione della sepoltura nel mare; ben prima che albanesi e kosovari!”

Il Colonnello Bui Tin, il quale per conto del Generale Giap ricevette e accettò formalmente la resa incondizionata del 30 aprile 1975, poi divenuto direttore del quotidiano di regime e successivamente, nel 1990, passato alla dissidenza e rifugiatosi a Parigi, nel suo memoriale «From enemy to friend», riconosce che nel lungo periodo i veri sconfitti furono i nordvietnamiti, che intendevano affermare e diffondere il comunismo di marca URSS e che così facendo imboccarono una via fallimentare. E nel suo Following Ho Chi Minh” Bui Tin annota: Oggi l’aspirazione della stragrande maggioranza della popolazione Vietnamita, sia in patria che all’estero, è di vedere presto la fine del regime conservatore, dispotico ed autoritario di Hanoi, così da poter finalmente avere un governo democratico del popolo, dal popolo, per il popolo”.



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