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Antonio e la crociata finale

• da Libero del 12 maggio 2005, pag. 1

di Daniele Capezzone

Non si può contemporaneamente meditare e lavorare: e, quel venerdì mattina, Antonio Socci aveva scelto di meditare. Per l'esattezza, la meditazione si svolgeva nel suo letto, dove il nostro eroe giaceva ancora, provato dagli esercizi spirituali della sera prima (il giovedì, infatti, era -per antica abitudine- il giorno dei vespri con Irene Pivetti). Nella stanza di Antonio, c'era ancora qualche traccia della lunga veglia trascorsa insieme in raccoglimento: sulla poltrona, era adagiato il burqa con cui Irene era arrivata; e ai piedi del letto, il corpetto sadomaso in pelle nera borchiata con cui lei l'aveva introdotto ai Misteri Dolorosi. Erano state ore intense: e Antonio ne serbava un ricordo bellissimo, se non fosse stato per quel fastidioso indolenzimento ai polsi (era rimasto ammanettato per sei ore), per quell'impronta (profonda, a dire il vero) che il tacco di lei gli aveva impresso all'altezza della quarta costola, e per le tracce che il frustino di Irene (essenziale per quel tipo di meditazioni) gli aveva lasciato sulla schiena.

 

Comunque, minuto più minuto meno, si erano fatte le undici e mezzo di mattina, quando il telefono squillò. Antonio disse: "Buongiorno", e dall' altra parte si sentì rispondere: "Puonciorno". Quella voce e quell'accento gli parvero immediatamente familiari, e Antonio crollò in ginocchio gridando: "Sua Santità.". Ma dall'altra parte seguì un lungo silenzio, e poi un miagolio in lontananza. Antonio, che si era momentaneamente rialzato, ricrollò in ginocchio gridando: "Sua Gattità.". Poi la voce all'altro capo del filo riprese a parlare, e lasciò un messaggio brevissimo: "Antonio, è ora. Anzi: è l'ora.". Poi, più nulla. Antonio comprese che il grande momento era arrivato, e che proprio a lui era affidato un compito epocale: la guida della Crociata Finale.

 

Antonio recuperò d'improvviso tutte le forze, e di getto, in mezz'ora, scrisse un documento di cinque pagine fitte fitte, che riassumeva in tre punti l'impianto ideologico dell'impresa da compiere. Primo: il legame, saldo attraverso i secoli, tra Goffredo di Buglione e Rocco Buttiglione. Secondo: l'esigenza di liberare la Terra Santa (o, se non quella, almeno la Casa delle libertà) dagli infedeli. Terzo: la necessità di garantire all'Udc la Presidenza della Rai.

 

Seguì il rito della vestizione. Nella mano destra, un'alabarda. In testa, uno scolapasta. Indosso, la divisa da crociato appositamente disegnata da Daniela Santanchè, con inserti di strasse e paillettes. E così solennemente addobbato, uscì dalla stanza.

 

Ma subito fuori, trovò -in preda a un convulso di risa, e ancora attaccati al telefono- Olga, la sua badante ucraina, e Oleg, il fidanzato di lei, che continuava a miagolare...A quel punto, Antonio, che, a dispetto degli ingiusti pregiudizi di tanti, era uomo di intelligenza prensile, comprese subito che era stato tutto uno scherzo, e che per l'ennesima volta quei due si erano presi gioco di lui (ancora non aveva dimenticato che, due mesi prima, gli avevano fatto organizzare la marcia Medjugorje-Saxa Rubra, avvertendolo del tranello soltanto dopo 600 chilometri di processione.). Memore anche di quella trappola, Antonio reagì in modo furente, e si avventò contro Olga, che però fece prevalere la sua costituzione -diciamo così- robusta (a Kiev, era stata campionessa di lancio del giavellotto), e lo mise immediatamente in condizione di non nuocere, sempre tra gli irridenti (e a quel punto umilianti) "miao miao" di Oleg...

 

Ma Antonio, pur così mortificato, non era uomo incline a perdersi d'animo. Certo, la Crociata Finale era stata una bella illusione, ma qualcosa si poteva comunque fare. E proprio mentre era perso in queste riflessioni, lo sguardo gli cadde sul manifesto ideologico che aveva scritto poco prima, un pippone di 30mila battute.: e in quel preciso momento, fu di nuovo invaso dalla speranza, perché aveva capito come ridare un senso alla giornata. Si attaccò al telefono, compose freneticamente il numero del "Foglio", e poi, eccitatissimo, quasi gridò: "Giuliano, ho una grande cosa per te! Me la pubblichi? Ti garantisco che è una bomba.". Lo sventurato rispose sì. Ma questo si sa già.

 



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