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mar 23 apr. 2019
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Parla Piero Dorazio, una sua retrospettiva a Locarno - la mia difesa dell'astratto
Il periodo americano, i rapporti con Pollock e De Kooning, le svolte italiane a cominciare dalla scoperta della Pop art.

• da La Repubblica del 16 febbraio 2004

di Paolo Vagheggi

├ł costretto su una sedia a rotelle Piero Dorazio a causa di un lungo periodo di malattia. Sta per├▓ migliorando e non ha perduto l┬┤ironia: ┬źQuesta ├Ę una tortura che doveva finire nella Commedia di Dante. Ma forse a quel tempo non c┬┤erano sedie a rotelle┬╗. E non ha perso lo spirito polemico che ha segnato tutta la sua tumultuosa esistenza, segnata da viaggi, incontri e amicizie con artisti come Arp, Mir├│, L├ęger, Pollock, De Kooning o Barnett Newman. Difende sempre, con foga, la pittura astratta, scaglia strali contro la Biennale di Venezia, contro la mercificazione dell┬┤arte, contro la Galleria nazionale d┬┤arte moderna di Roma.

├ł lunga la storia di Dorazio che ormai ha 77 anni. Negli anni Cinquanta ├Ę stato artista "errante", pronto a correre a Parigi o a New York, ma sempre legato a filo doppio alla natia Roma e agli italiani, a Consagra, Sanfilippo, Turcato, al gruppo "Forma 1" fondato nel 1947, risposta al "realismo socialista" di Guttuso.

├ł una storia che oggi racconta una retrospettiva allestita a Locarno, nella Pinacoteca Casa Rusca (dal 22 febbraio al 30 maggio) e in un volume che la casa editrice Skira ha da poco mandato in libreria, Piero Dorazio. La formazione artistica di Annette Papenberg-Weber, che ├Ę anche la curatrice della mostra. La scelta di Locarno non ├Ę casuale. Negli anni della giovent├╣ Dorazio si recava spesso nella citt├á svizzera per incontrare Jean Arp, che vi soggiornava, cos├Č come sono state significative l┬┤amicizia con il pittore e pioniere del cinema astratto Hans Richter, anch┬┤egli di stanza a Locarno, nonch├ę la collaborazione con la stamperia d┬┤arte Lafranca.

Insomma ├Ę il ritorno a una seconda casa anche se fu Roma il centro di ogni battaglia, il luogo in cui si predicava un┬┤arte ┬źinsieme formalista e marxista┬╗. Racconta Dorazio: ┬źAlla fine della seconda guerra mondiale in Italia, da un punto di vista artistico, c┬┤era quasi il vuoto. C┬┤era la Scuola Romana, ├Ę vero. Ma nient┬┤altro. L┬┤idea di unire formalismo e marxismo fu del nostro gruppo, di Forma 1. Venne da Ripellino con cui studiavamo i formalisti russi, la cultura della sinistra russa della rivoluzione e prima della rivoluzione. Il resto era figlio di quel poco che conoscevamo della tradizione europea moderna┬╗.

Fu un┬┤idea molto osteggiata?

┬źPiuttosto che provare a conciliare il marxismo con il formalismo cancellarono tutto. Fu Togliatti, furono i comunisti italiani non moderni. C┬┤erano anche dei comunisti moderni, e non pochi, ma erano messi la bando. Amendola non era ostile. Di Guttuso ├Ę inutile parlare: era il nostro nemico numero uno. Io a quel tempo ero iscritto al partito socialista. Ma quelli che erano iscritti al Pci, come Consagra o Turcato, furono pi├╣ volte chiamati per rendere conto di queste "deviazioni". Ci fu sempre una grande ostilit├á nei nostri confronti tanto che a nessuno di noi fu affidato un insegnamento. Solo Turcato insegnava, ma perch├ę gli era stato assegnato un posto di assistente di Consagra fin dai tempi di Bottai. Io fui costretto a emigrare negli Stati Uniti per insegnare, andai a dirigere una scuola. Non avevamo i soldi per vivere. Nessuno comprava i nostri quadri. E l┬┤ostilit├á degli stalinisti, anche se ora sono degli ex, continua tuttora┬╗.

Tuttora?

┬źNel settembre dello scorso anno ho donato alla Galleria nazionale d┬┤arte moderna di Roma alcuni dipinti del valore di un miliardo di vecchie lire e non ├Ę stato emesso neppure un comunicato. Ho regalato cinque grandi quadri, tra i pi├╣ belli che ho realizzato tra gli anni Cinquanta e i giorni nostri, che aveva cominciato a scegliere Palma Bucarelli. Per completare le pratiche burocratiche ci sono voluti trent┬┤anni. E alla fine la galleria non mi ha scritto neppure una lettera di ringraziamento┬╗.

Negli Stati Uniti quali erano i suoi rapporti con Pollock, De Kooning o Barnett Newman?

┬źCon gli artisti americani c┬┤era un vero rapporto di scambio. Non c┬┤era colonizzazione, quel fenomeno che ha cominciato a manifestarsi dopo la met├á degli anni Sessanta, dopo il Leone d┬┤oro assegnato dalla Biennale di Venezia a Rauschenberg. Fu questo il momento in cui mercanti, galleristi, collezionisti decisero di sostenere la pop art, che non ├Ę la vera arte americana, ma un┬┤involuzione commerciale, una speculazione. Gente come Pollock o De Kooning rappresenta la vera grande pittura americana, che nasce dalla tradizione europea, sviluppa la tradizione francese, italiana. Gli altri sono duplicatori, copiatori. Si vede bene alla Biennale┬╗.

Davide Croff ne ├Ę stato appena nominato presidente. Ma della Biennale di Venezia riformata dal ministro Urbani cosa ne pensa?

┬źUna cosa ├Ę certa. Continua l┬┤ostilit├á verso l┬┤arte astratta. Quanto alla Biennale, la riforma del ministro Urbani ├Ę un disastro totale. Allontana l┬┤arte dal pubblico anzich├ę avvicinarla. Non ci sono critici, storici d┬┤arte negli uffici. Sono tutti burocrati, che non sanno neppure cos┬┤era la Biennale: era la mostra pi├╣ importante del mondo dove si sancivano i giudizi sugli artisti. Esporre alla Biennale era uno straordinario riconoscimento. Ora non sappiamo pi├╣ cos┬┤├Ę┬╗.



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