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Laici con un’identità

• da La Stampa del 15 giugno 2005, pag. 1

di Giovanni De Luna

Nord/Sud, città/campagna, centro/periferia: la geografia elettorale disegnata dai risultati del referendum ci restituisce tutte le tradizionali fratture che hanno segnato la storia del nostro Paese. Per una sorta di avvincente paradosso cronologico, nell’Italia della più compiuta modernità economica e culturale sembrano riaffiorare antiche contrapposizioni, insediamenti territoriali che riecheggiano quelli degli schieramenti che si fronteggiarono nel processo risorgimentale, un’Italia di minoranza, laica e di sinistra, irriducibilmente separata dall’Italia profonda, cattolica e moderata.

Ovviamente, questo viaggio nel tempo è solo una suggestione. Resta il fatto che, a proposito di quel 25,9% che ha votato, gli istituti di ricerca parlano di un elettorato settentrionale, metropolitano, colto, collocato in fasce sociali medio-alte, chiuso agli anziani e ai giovanissimi, molto coinvolto nel circuito dell'informazione, così saldamente collocato nel bacino elettorale dei partiti di sinistra (Ds e Rifondazione) dall’avere consentito all’Istituto Cattaneo di prevedere quasi esattamente la percentuale dei votanti. Ora che un italiano su quattro sia disposto a mettersi in gioco in una partita che si è giocata su valori del tutto svincolati dagli interessi materiali, si riconosca in una tradizione marcatamente laica, riscopra le ragioni identitarie della sua appartenenza politica, è comunque un dato di grande interesse: è come se la vecchia, esigua minoranza «azionista» degli esordi della nostra Repubblica sia diventata oggi un’attiva e consapevole minoranza «di massa».

Alla crescita quantitativa di questa minoranza si aggiungono poi altri elementi che lasciano pendere il giudizio su questo voto dal lato della modernità piuttosto che dell'arcaismo. Ad esempio il mondo cattolico che ha trionfato disertando le urne, smarrisce il suo carattere «clericale» in modo sempre più accentuato man mano che ci si allontana dai suoi vertici (in questo caso l'episcopato italiano, più che la Chiesa di Roma); alla base - soprattutto nelle aree forti del Paese - si affollano i ceti medi emersi negli ultimi decenni, segnati da una sempre più marcata coincidenza tra valori e interessi. I vescovi li conoscono bene; l'«astensione attiva» non è solo un ossimoro, ma è stata anche una scelta consapevole che ne ha intercettato efficacemente la riluttanza a mobilitarsi politicamente per ragioni non strettamente legate a un modello di vita rinchiuso nel circolo ossessivo del «produrre per consumare». La cautela che ha sconsigliato la propaganda aperta per il no, i timori iniziali sull'esito del referendum, scaturivano proprio da questa consapevolezza: non esiste più una base cattolica che, come recitava un vecchio inno dedicato dai militanti a Pio XII per le elezioni del ‘48, «al tuo cenno e alla tua voce un esercito ha l'altar». Se l'Italia laica per convinzione è una minoranza, l'Italia secolarizzata per interesse è una larga maggioranza.


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