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Una Chiesa a-concordataria ha bisogno di nuovi confini

• da L'Opinione del 16 giugno 2005, pag. 11

di Federico Punzi

Una sconfitta del fronte referendario di queste proporzioni non può essere attribuita solo al palese successo della campagna astensionista. Non occorre recitare il decalogo delle cause alla base di questo 75% di astensioni per accorgersi di quanto la pretesa di chi vorrebbe annettersi il consenso mai espresso di tanti italiani sia frutto di troppi brindisi. Come se, non disposti a pronunciarsi su quesiti dichiarati complessi, abbiano risolto la disputa morale, filosofica e religiosa intorno alla definizione ontologica dell’embrione.
D’altra parte, la legittima strategia dell’astensione fu scelta in ragione della difficoltà di convincere gli elettori a difendere la legge 40 con la chiarezza di un no contrapposto al sì, e quindi dell’opportunità di appoggiarsi ad altri argomenti quali la complessità dei temi e la debolezza dello strumento referendario. E’ forte la tentazione di rinfacciarsi a vicenda le violenze verbali, di ricordare ai vincitori quanto sia stata ideologica anche la loro battaglia, di fronte alla ragionevolezza dei quesiti, imperniata sull'uovo e la gallina, sui mostri dell'eugenetica, sull’accusa di essere contro la vita e senza valori, sul baratro che la vittoria dei sì avrebbe spalancato davanti alla nostra civiltà. Buona parte della stampa era schierata con i sì, ma le tv ammiraglie, la Chiesa, e tutti i partiti tranne i Ds? E' troppo tardi e troppo cocente la sconfitta per recriminare con l’arbitro cornuto e l’avversario scorretto, e in questo caso l'arbitro era cornuto e l'avversario scorretto. In quale paese viviamo? Ce lo dobbiamo chiedere, perché non lo sappiamo. A tal punto che non sappiamo raggiungere i nostri concittadini negli spazi fisici, temporali e cognitivi nei quali vivono. A questa lezione della realtà non possiamo sfuggire. Quel 75% denuncia la distanza del dibattito politico dalla realtà sociale: chi dovrebbe colmare quella distanza? A chi spetta cercare di intercettare e di comprendere. Da quanti anni il mondo dell’informazione e la politica di tutti partiti – Radicali compresi, pur con ragioni diversissime – non riescono a intercettare e a comprendere? Il riferimento di Pannella agli anni '20, all'avvento del fascismo, non va banalizzato. Se negli anni '20 e '30 del secolo scorso l'Europa ha vissuto tragicamente l'ingresso delle masse nella storia, è perché il fenomeno non fu compreso dal mondo liberale e cattolico. Le masse che fecero il loro ingresso nella politica non furono poste in condizione di conoscere per deliberare, ma intercettate e irrigimentate dalle ideologie, strumentalizzate.
Tramontate le ideologie, ancora oggi i cittadini sono convocati alle urne come un gregge (quando sono in gioco posti di potere nessuno induce all’astensione), e di fronte a un tema singolo su cui farsi un'idea non sorprende che rimangano smarriti. I partiti (tutti) capaci solo di delegittimarsi a vicenda, sono i professionisti dei voti portati all'ammasso facendo leva sulle clientele e sull'appartenenza identitaria. Non riescono a fare opinione, a intercettare passioni, interessi, le motivazioni più profonde dell’elettorato. Consapevoli della loro debolezza, di non rappresentare il popolo, sopravvivono grazie ai contesti di illegalità che producono e all'assenza della funzione di controllo di un'opinione pubblica degna di questo nome; traggono la forza residua dal favore di poteri extra-politici: magistratura, finanza, Chiesa. Se il dibattito è perennemente estraneo al vissuto dei cittadini, la politica e i media perdono ogni credibilità ai loro occhi, e non la recuperano certo occasionalmente, quando per qualche giorno il dibattito sfiora il suo naturale destinatario. Da questa campagna tutti i partiti sono rimasti fuori. Immaginate un Tony Blair che come Berlusconi e Prodi non si pronuncia su temi così importanti: impensabile. Mancando i consueti convocatori, gli elettori sono rimasti a casa. Alla disfatta ci hanno pensato i referendari. Da una parte, l’illusione che bastassero volti noti, slogan, grandi gruppi editoriali, intellettuali e artisti, bigotti e tabù di salotti radical chic. Se non in brevi parentesi, i Ds non sono mai stati un partito laico, continuano a riproporre vecchi schemi ideologici e non vedono che da anni il loro elettorato è sempre più sensibile ai temi della laicità. L’egemonia culturale che la sinistra ha esercitato per decenni è al capolinea. Rimangono la fiacchezza post-ideologica del politicamente corretto, il conformismo dei celebranti all’Ambra Jovinelli, la faziosità dell’Unità, l’arroganza da moralmente superiori, la spocchia di chi prende gli elettori per ignoranza, salvo poi rinfacciarla se si perde. Tutti elementi che a volte conservano la loro efficacia per le adunate, ma non quando si tratta di formare un’opinione consapevole, laica per definizione. Per necessità e debolezza, i Radicali hanno faticato a non stare al passo dei Ds. Per altro verso, ci si è invischiati nei cavilli tecnici della legge, incarogniti in disquisizioni filosofiche e religiose. Quanto più i referendari cercavano di erudire il pubblico, tanto più sbiadiva il senso politico del voto, tanto più gli astensionisti avevano gioco facile nel dimostrare la complessità della materia. Risultato: questione indecidibile. Non l’erudizione porta gli elettori alle urne, ma il loro vissuto. Siamo cinici: finché siamo sani chissenefrega se la ricerca trova o no le cure, se migliaia di coppie sterili non possono avere figli, di cos’è l’embrione. Per noi una legge non si può permettere di imporre un’etica, punto. Non tolleriamo lo Stato che giudica le scelte di coscienza, che interviene sulla libertà/responsabilità individuale di medici, scienziati, pazienti, e sul concetto di famiglia. Volevamo una cosa, ma ne spiegavamo altre. Così dal dibattito è rimasto escluso il vissuto delle persone, il movente politico che si palesa in queste ore: impedire la rivincita degli sconfitti del '74 e dell'81, gli stessi che vogliono spedirti in carcere, ieri per il divorzio e l'aborto, oggi per l’eterologa. La laicità non si contrappone alla religione, bensì a qualsiasi pretesa, confessionale o ideologica, di monopolizzare l'etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni morali della vita. Il diritto deve limitarsi a un minimo etico all'interno della società. Non vuol dire indifferenza a principi e valori, ma rinunciare all'uso autoritario del diritto, individuare i suoi limiti e la dimensione propria dell'etica.
I referendari non hanno saputo trasmettere i valori della laicità, crioconservati nell’inerzia della tradizione di un pensiero oggi debole, che va rielaborato e rigenerato. Laico non è il termine contrario di cattolico. E’ verificabile su qualsiasi dizionario di lingua italiana: un laico non appartiene al clero. Laico e credente convivono nella stessa persona. Ai vincitori fa comodo giocare sull’equivoco, accusare i referendari di voler alimentare uno scontro laici/cattolici in realtà rifiutato dall’inizio. Il vero scontro è fra laicità (di credenti e atei) e clericalismo (di credenti e atei). Chi a favore della vittoria del potere temporale della gerarchia ecclesiastica sulla vita politica della società e dello Stato e chi contro di esso. Nessun laicismo fanatico, nessuna battaglia antireligiosa né anticattolica. Con questi referendum la Chiesa ha scelto di combattere la sua battaglia nel libero mercato delle idee, di esporsi apertamente al rischio di essere minoritaria, anzi lo ha ammesso appoggiandosi all'astensionismo patologico. Tale condotta però, non è conciliabile con il regime concordatario di cui la Chiesa gode in Italia, che le assegna privilegi e benefici (l'otto per mille e gli insegnanti di religione) dovuti al fatto che essa è la religione degli italiani. Libertà d’azione della Chiesa nella società e nelle scelte politiche, piena dignità del ruolo morale della religione nella vita pubblica, ma a questo punto le lezioni di Tocqueville vanno digerite fino in fondo, ponendo fine al regime di protezionismo concordatario. Così avviene negli Stati Uniti e in tutte le società a pluralità di confessioni. Altro che crociata laicista.



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