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Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini

4 luglio 2005

di Luigi Castaldi

Anche al professor Giovanni Orsina arriverà dal Vaticano una telefonata come quella che ha ricevuto Maurizio Gasparri ai primi di giugno? «Mi hanno chiamato dal Vaticano dopo che avevo sostenuto che la 194 è modificabile – ha confessato il colonnello – e mi hanno detto: “Una cosa alla volta”». Non siate perfidi, trattenete il commento. Prendete la confessione per quel che è – miglior spaccato della politica italiana odierna è davvero assai difficile – e torniamo alla domanda con la quale aprivamo: anche al professor Giovanni Orsina arriverà dal Vaticano il paterno invito a non correre troppo? In altri termini: è arrivato il momento di attaccare la 194? Il direttore scientifico della Fondazione Einaudi ha scritto nei giorni scorsi una lunga lettera al Foglio, e il direttore l’ha fatta degna della prima pagina di venerdì 1° luglio, a mo’ d’editoriale d’apertura, mettendoci un titolo di quelli che insufflano e animano i manufatti in fango: “Invito laico a parlare d’aborto”. Notare la delicatezza: “invito”. Notare l’account: “laico”. Far cosa? “Parlare”. Via, che c’è di più civile che “parlare”? A rifiutare, uno farebbe la figuraccia: eccolo lì, si direbbe, non è laico, è laicista.

Conosciamo il taglio, facciamo un esempio, per il momento consideratelo un paradosso: “Invito laico a parlare di divorzio”. Vogliamo parlarne? Per dirne cosa? Che “il divorzio è – Catechismo alla mano – una grave offesa alla legge naturale”? Messa così, che abbiamo più da dirci? Che invito era, di grazia? Così il Foglio, il giorno dopo, 2 luglio – valuti bene, il tacchino, se accettare l’invito al pranzo di Natale: “L’aborto legale è diventato un mezzo di controllo delle nascite e un espediente eugenetico. […] Nella sua lettera Orsina distrugge con fredda passione rivoluzionaria o reazionaria (fa lo stesso) alcune mitologie della popolosa setta laicista, neosecolarista e iperconservatrice…”. Ohi, ohi! Fintantoché questa prosa pomposa continuerà a nutrire d’inganno i quattro gatti che d’attorno al Foglio si pensano tigri, saremo costretti a darvi i nostri due grammi d’attenzione. E dunque: “rivoluzionaria o reazionaria, fa lo stesso”. Romantico, eh? Andiamo a leggere qualche passo di questa lettera del professor Orsina, così noi della “popolosa setta laicista, neosecolarista e iperconservatrice”, il 25,9% con lo scorporo dei “no”, potremo piangere come si merita sulle nostre “mitologie” colà distrutte con “fredda passione”. In realtà: leggendone qua e là, potremo, se vogliamo, capire dove sta l’inganno. E stavolta non caderci. Perché nella vicenda del referendum del 12 giugno noi della “setta laicista, neosecolarista e iperconservatrice” abbiamo fatto un grosso errore, quello del tacchino: discutere dei diritti dell’embrione come persona in potenza, lì dove erano in discussione i diritti di persone in atto. “Giulianone”? “Giulianone”, un cazzo. Sarà divertente quanto si voglia considerarlo divertente, farà tenerezza quanto si possa avere di così bizzarre tenerezze, ma si doveva capire che in quel sepolcro imbiancato erano stipati i più truci reazionari.

Ecco qual è stato l’errore: accettare la discussione su un tema che non era all’ordine del giorno, per lo scrupolo di non voler sembrare vittime di tabù. Il professor Orsina – cioè Ferrara, cioè chi Ferrara ha deciso stavolta di servire, arrischiando di tanto in tanto una telefonata di rimprovero per intempestività, per un subito riallinearsi, come è accaduto per il “no” fattosi astensione – con la penna del professor Orsina scrive: (1) “Nel nostro paese il progressismo conservatore si rivela spesso nella figura retorica dell’‘intangibilità’, ingranaggio di un marchingegno ideologico che mira a santificare l’esistente circondandolo opportunamente di tabù”. (2) “Il meccanismo dell’intangibilità nuoce ai laici, lasciando i cattolici monopolisti di dubbi e perplessità che una seria visione laica della vita non può fare a meno di nutrire”. (3) “Per salvaguardarne la disciplina giuridica impedisce pure che dell’aborto si ragioni in termini etici, dando implicitamente per scontato che ciò che è lecito sia pure giusto”. (4) “Quanto meno sul terreno morale se non su quello giuridico, a me pare che il problema dell’aborto i laici e liberali dovrebbero proprio porselo”. Ecco l’invito al pranzo di Natale. (1) Verranno mai a proporci di discutere del “tabù” del divorzio? Perché dovremmo dare per scontato che il divorzio sia una cosa giusta tra due coniugi che non si sopportano? (2) Poniamoci la domanda, non porcela ci nuocerebbe: il divorzio offende o no la legge naturale? Una seria visione laica non può fare a meno di interrogarsi. (3) Non diamolo implicitamente per scontato, ciò che è lecito non sempre è giusto: parliamo della legge sul divorzio? (4) Vedrete, quanto meno sul terreno morale se non su quello giuridico, a qualcuno come il professor Orsina prima o poi parrà che il problema del divorzio i laici e liberali dovrebbero proprio porselo.

Intanto, in cucina, il cuoco Giulianone: “Siamo slittati in una palude di indifferentismo etico con seri rischi eugenetici. Noi laici abbiamo fatto e difeso quelle leggi per contrastare il mercato clandestino degli aborti […] Ma in realtà l’aborto legale è diventato un mezzo di controllo delle nascite e un espediente eugenetico […] Le donne hanno diritto di non abortire clandestinamente […] la società ha il dovere di contrastare l’aborto con ogni mezzo”. Spezia ingannevole, quel “noi laici”: ci si insapora ogni tacchino. La prossima volta: “Noi laici abbiamo fatto e difeso la legge sul divorzio per contrastare il traffico clandestino di commercio adulterino, ma in realtà il divorzio è diventato una piaga sociale. I coniugi hanno il diritto a non dover ricorrere all’adulterio, ma la società ha il dovere di contrastare con ogni mezzo l’indissolubilità del matrimonio”. Sembra un paradosso, eh? Fino a due giorni fa, non lo era anche il mettere in discussione la 194? “Una cosa alla volta”, dicono al telefono.



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