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Dell'Etica Condivisa, ovvero: il cavallo di Troia dei fondamentalismi

7 luglio 2005

di Antonio Tombolini

Nell'uso comune il termine etica viene fatto coincidere col termine morale. Entrambi designano le regole per stabilire ciò che è bene e ciò che è male. Tutte le definizioni tradizionali e correnti, anche le più sofisticate, si riportano alla fine a questo significato comune di morale e di etica, facendone uno il sinonimo dell'altro. Un comportamento morale, una scelta etica, fino al commercio, la banca, la finanza, l'impresa...: tutto diviene invariabilmente etico, in quanto è bene ed è buono, da contrapporsi al non-etico, che invece è male, che è cattivo.

E' attraverso questo riduzionismo semantico che Etica e Morale arrivano a diventare le principali armi contundenti al servizio dei fondamentalismi: se io sono propugnatore dell'Etica e di ciò che è etico, cioè buono, di conseguenza gli altri sono fuori dell'etica, dunque cattivi, dunque il male da combattere. Di fronte a questo - un'etica imposta a tutti – che è il rischio del fondamentalismo, si pensa che il rimedio possa consistere nella determinazione di un'etica condivisa da tutti, a tutela di una convivenza pacifica.

La mia tesi è che la retorica dell'etica condivisa, lungi dall'essere un valido antidoto ai fondamentalismi, ne è piuttosto il cavallo di Troia, o – per chi ne parla in buona fede – un ossimoro e una contraddizione in termini. L'Etica Condivisa come trucco dei fondamentalismi è quella che trasforma se stessa da opzione di valori soggettivamente scelta in costruzione pseudo-razionale: la mia etica (magari religiosamente fondata) è in realtà l'unica etica razionale, e dunque razionalmente condivisibile da tutti. E' questa la deriva comune che unisce le posizioni di papa Ratzinger, da un lato, e dei cosiddetti atei devoti, dall'altro. L'etica, in questo caso, non viene fondata sulla ragione (come si vorrebbe far apparire), ma si appropria piuttosto della ragione, postulando e pretendendo l'irrazionalità di ogni posizione ad essa contraria.

Volendo invece considerare con onestà intellettuale l'espressione etica condivisa, se il condivisa ha da avere un contenuto concreto e reale, non si può che postulare la possibilità di etiche (al plurale!) diverse, tutte dunque orientate (ciascuna a suo modo) al bene e al buono. E allora, l'etica condivisa sulla base di più etiche pone ineludibili problemi: condivisa da chi? Da tutti? Cosa vuol dire? Oppure dalla maggioranza? E il bene etico verrebbe dunque a coincidere col parere (la doxa) della maggioranza? O sarebbe invece il minimo comun denominatore da individurare volta per volta e comunità per comunità in base alle etiche concretamente presenti in quella comunità e in quel momento?

Come si vede, su questa base, nonostante le apparentemente sensate e ragionevoli istanze che l'espressione etica condivisa sembra rappresentare, le aporie sono insuperabili. Se un'etica è tale, essa non può essere oggetto di compromessi. E se tutto viene ricondotto all'assolutismo dell'etica (il diritto, la politica, l'economia, ecc.) non c'è via di scampo dal fondamentalismo (più o meno violento, tanto più violento quanto meno riesce a mascherarsi e a evitare la consapevolezza di chi lo subisce) e dalla perdita della libertà, cui verranno posti ragionevoli limiti in funzione dell'etica dominante. Come se ne esce?

Una prima soluzione al problema è quella, per così dire, classica, che prende per buono il significato comune di etica e morale sopra delineato. Le etiche sono molteplici, spesso in contraddizione tra loro. La convivenza, se non vuole reggersi sul dominio di un'etica sull'altra, ma vuole mantenere a ciascuno il diritto di rifarsi a una propria etica, nel dotarsi di regole (il diritto, la politica) dovrà occuparsi di obiettivi e non di etica: ciascuna etica resta irriducibile all'altra, ma nel diritto, nella politica, in ogni altro campo della convivenza civile è possibile concordare su obiettivi condivisi, e occorre a questo limitarsi. E' questa, in fondo, la laicità della politica, e del diritto, e della convivenza civile: non può e non deve propugnare un'etica, ma può e deve agire per la determinazione e il perseguimento di obiettivi condivisi, secondo il principio democratico, indipendentemente dalle motivazioni etiche che muovono ciascun membro della comunità stessa.

Questo schema classico, razionale, illuministico, questa concezione della laicità, tuttavia, mostra segni di cedimento, sul piano fattuale, così forti e drammatici, che non possono non segnalare una insufficienza anche sul piano teoretico, che val la pena di interrogare. Qual è il punto debole di questa costruzione, che pur avendo costituito il fondamento stesso della costruzione degli stati nazionali e delle democrazie occidentali, non regge più all'urto della contemporaneità? Perché le comunità, piaccia o no, non sembrano più capaci di ragionare in termini laici, di obiettivi, e segnalano sempre di più la necessità di porre di nuovo in primo piano – anche sul piano civile, con gli esiti dei fondamentalismi sotto gli occhi di tutti – i valori, la morale, l'etica, conducendo, attraverso la via del fondamentalismo esplicito, ad esempio islamico, a nuovi terrorismi dittature e disastri, o, attraverso la via della mistificazione razionalizzante dell'etica condivisa, alla imposizione e al dominio di un'etica sulle altre possibili? E' davvero un nuovo bisogno di etica quello che viene segnalato come tale? O addirittura, come i più traducono, un nuovo bisogno religioso, ove questo termine viene però ridotto esso stesso a sinonimo di etica?

A me pare che al fondo di questo ci sia proprio la crisi dell'etica, di questa concezione dell'etica, come scala di valori che ispira i comportamenti morali delle persone e delle loro comunità. E' in crisi l'etica così come concepita – nel bene e nel male – dal pensiero occidentale moderno. Si parla tanto di valori, di morale, di etica, proprio perché quanto già visto da Nietzsche (e con lui da Heidegger) si sta ora realizzando in pienezza: Dio è morto. Dove quel dio è il dio che nella costruzione della metafisica dell'occidente (impossessatasi ormai dell'intero pianeta) ha svolto un ruolo, un mestiere ben preciso: quello della fonte e sorgente dei valori, dell'etica, della definizione del bene e del male.

L'uomo contemporaneo ha scoperto irrevocabilmente che i valori altro non sono che punti di vista, smascherandone e annullandone la pretesa imperatività. Ha scoperto la relatività dei valori, e dunque di ogni etica e codice di comportamento su di essi costruiti. Questa scoperta è irrevocabile. Può solo essere mascherata, nascosta, attraverso la rumorosa mistificazione, o attraverso la coercizione violenta, agli occhi dell'uomo contemporaneo. Ma a nessuno sfugge più ormai, nell'intimo di se stesso, l'inconsistenza di ogni pretesa di assolutismo – e dunque di valore indiscutibile – da parte di qualsiasi etica o sistema di valori.

Ecco ciò che è in questione: l'etica stessa, la morale, così come la intendiamo. Dio, il dio principio e fondamento assoluto dei valori e dunque del bene e del male e dunque di ciò che è morale ed etico e di ciò che non lo è, non c'è più, è morto. Anzi, per essere precisi: noi l'abbiamo ucciso! La nostra ricerca sull'uomo, sulla sua esistenza, sui modi del convivere, ha ucciso quel dio: abbiamo ucciso quel dio-idolo che ci eravamo costruiti a scopo di dominio. L'incapacità dei deboli nel sostenere il peso di questa irrevocabile novità dell'epoca contemporanea e la non-volontà di prenderne atto da parte dei potenti: ecco la perversa alleanza che alimenta ogni fondamentalismo, che tenta disperatamente e con ogni mezzo di riproporre al centro della scena, con sempre maggior strepito e violenza, proprio quel dio, e proprio quell'etica, costruendo attorno al nulla che essi sono i più ricchi paramenti e armandoli il più possibile di retorica e di potenza, perché possano, per via di inganno e/o di coercizione, esercitare ancora la loro funzione a vantaggio del potere.


Si tratta di impostazioni per loro natura impermeabili a qualsiasi motivazione razionale (di qui l'insufficienza dell'approccio laico classico sopra descritto), proprio perché irrazionale e di pura potenza è il loro volersi affermare. Impostazioni pronte semmai a piegare la razionalità stessa alla propria volontà di potenza, esplicitamente postulando (in forza dei valori e dell'etica, naturalmente!) la subordinazione della conoscenza, della ricerca, della libertà stessa ai propri pretesi princìpi assoluti. Combattere dunque i nuovi fondamentalismi – islamici o cattolici o cristiani che siano – con le armi classiche della laicità e della ragione è del tutto insufficiente.

Quale via percorrere allora? Quella di prendere di petto la questione, e di mostrarla per quel che è: demistificare, e mostrare che dietro la potenza e la violenza delle etiche (uniche o nominalmente condivise poco importa, sempre imposte) come sistemi di valori c'è ormai il nulla della prassi, e che nient'altro che vuoto inconsistente nulla sono dunque i cosiddetti princìpi assoluti. Accettare – teoreticamene e nella prassi dei comportamenti – la relatività dei valori, il trattarsi di punti di vista, che ciascuno pone a suo piacimento e per i suoi scopi, più o meno nobili, più o meno confessabili.

Resta un'ultima obiezione: non si finisce così (e gran parte del pensiero di scuola francese votato alla demistificazione va in effetti in questa direzione) in una assolutizzazione, in una santificazione del nichilismo, nella riduzione della vita a vuoto gioco privo di senso, in cui l'unica cosa da fare è rendere il gioco più divertente possibile?

No. Non se il pensiero avrà il coraggio, guardando in faccia la morte di dio e la fine dei valori e dell'etica tradizionali, di porsi le domande più semplici e dunque più impegnative e cariche insieme di pericolo e di speranza: Ci resta un altro e diverso Dio? Ci resta un'altra e diversa etica?

Questi sono gli interrogativi, sempre più urgenti, attorno ai quali una nuova teologia e una nuova filosofia dovrebbero affrettare la loro libera ricerca, anziché attardarsi nel vuoto gioco (e tragico e crudele e doloroso) del confronto e della lotta tra diverse concezioni, basate tutte, però, su ciò che non c'è più, sul vuoto di dio e sul vuoto dell'etica così come ci è sembrato naturale e ovvio intenderli (e perciò non-pensarli). Pensare, cioè porsi in cammino verso un altro dio, verso Dio, il cui primo carattere, l'abbiamo ormai imparato, è che non ha niente a che fare con l'Etica, con la posizione di valori, coi codici di comportamento: il Dio della rivelazione del mistero della vita, piuttosto. Pensare, cioè porsi in cammino verso un'altra etica, il cui primo carattere, l'abbiamo ormai capito, è che non ha niente a che fare col bene e col male: l'etica dell'ethos, dell'abitare, del come abitare autenticamente essendo su questa terra.



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