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Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?

19 ottobre 2005

di Luigi Castaldi

La lettera di Benedetto XVI ai teocon norcini resa pubblica da Marcello Pera il 15 ottobre illumina, come meglio non si potrebbe, due passi di un discorso che Giovanni Paolo II tenne il 22 marzo 1997 dinnanzi a un gruppo di parlamentari austriaci in udienza a Roma. In quella occasione: “E’ una politica molto lontana dallo spirito cristiano quella di imporre ad altre persone la propria opinione circa ciò che è vero e buono, tuttavia essa osa nello stesso tempo di affermare che, se non esiste alcuna verità ultima, le idee e le convinzioni di diversi individui e gruppi possono essere usate strumentalmente a fini di potere. In un mondo senza verità la libertà perde il suo fondamento”. Oggi, Benedetto XVI afferma che i “diritti fondamentali” dell’uomo “sono iscritti nella natura stessa della persona umana” e per “natura stessa” fa riferimento a ciò che in essa vi sarebbe di creaturale. Accettarsi come creatura, lega la “libertà” alla “verità ultima”, e le “istanze etiche” alla “Trascendenza”. Sicché, se questa è la logica, “uno stato sanamente laico dovrà logicamente riconoscere nella sua legislazione [il] ‘senso religioso’ in cui si esprime l’apertura dell’essere umano alla Trascendenza”. Giacché si tratta […] di una ‘laicità positiva’, che garantisc[e] ad ogni cittadino il diritto di vivere la propria fede religiosa con autentica libertà anche in ambito pubblico” e giacché “questi diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore”, è chiaro quando Giovanni Paolo II diceva ai parlamentari austriaci nell’udienza del 22 marzo 1997: “Il politico non rappresenta in primo luogo sé stesso, né mette in evidenza la sua persona, ma la verità alla quale si sente obbligato. Come la filosofia classica si attribuiva il compito di far nascere la verità, così il politico cristiano è chiamato a far nascere il Vangelo della vita. Egli passa in secondo piano quando quest’ultimo ha la parola”. Insomma, se non si vuole escludere Dio dalla sfera pubblica, il legislatore deve farsi esegeta della “natura” chiedendo illuminato parere e il politico deve farsi strumento della “verità ultima” custodita, indovinate un po’ da chi. Eccolo qui il Dio di Joseph Ratzinger nella sfera pubblica: il magistero della Chiesa come esegeta della “verità ultima”, fonte del diritto perché interprete del disegno divino che intesse l’antropologia. Poco ci manca che ci venga riproposto il solito siparietto giudaico-cristiano sulle Tavole della Legge, a ricordarci che il “non uccidere” e il “non rubare” vengono prima dell’Illuminismo, come se l’Illuminismo fondasse sull’istigazione all’omicidio e al furto. Se la “dignità dell’uomo e […] i suoi diritti fondamentali […] rappresentano valori previi a qualsiasi giurisdizione statale” e se essi riposano nel pacchetto della Tradizione, primo: “Non avrai altro Dio all’infuori di Me”. Il politico, tutto ciò che è politico – come diceva Karo Wojtyla – “passa in secondo piano”. Chi glielo dice a Marcello Pera di farsi da parte?



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