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La Chiesa è sempre uguale a se stessa

27 ottobre 2005

di Luigi Castaldi

Oggi, se permettete, vorrei proporvi il confronto tra due testi, il primo brevissimo, il secondo appena un po’ più lungo – ma non temete, solo un po’ più lungo, non troppo. Il primo è tratto da una lettera di circostanza, un messaggio di saluto ad alcuni convegnisti, il secondo, invece, da una delle encicliche più famose nella storia della Chiesa; il primo è assai recente, ha meno di due settimane, il secondo ha più di quarant’anni, precisamente è del 1963; il primo è stato scritto da un accigliato e dotto teologo che all’indomani della sua elezione a Pontefice s’era già guadagnato il malevolo nomignolo di “Pastore tedesco”, il secondo è a firma di un prete dal simpatico faccione contadino che ormai tutti ricordano come il “Papa buono”. Tra i due brani io non colgo contraddizioni, neanche una, neppur minima, neppur di tono. Se ci buttate un occhio anche voi, così, giusto per confermarmi l’impressione, mi fareste un grande piacere. Quale? Ve lo dico dopo. Dunque, permettete ch’io vi legga questi due testi? Ok, ecco.

 

Scrive Benedetto XVI, l’11 ottobre del 2005, in una lettera indirizzata a Marcello Pera: “I diritti fondamentali [dell’uomo] rappresentano valori previi a qualsiasi giurisdizione statale. Questi diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono inscritti nella natura stessa della persona umana, e sono pertanto rinviabili ultimamente al Creatore”.

 

Scrive Giovanni XXIII, l’11 aprile del 1963, nella Pacem in terris: “Il Creatore ha scolpito l’ordine […] nell’essere degli uomini: ordine che la coscienza rivela e ingiunge perentoriamente di seguire […] Del resto come potrebbe essere diversamente? Ogni opera di Dio è pure un riflesso della sua infinita sapienza: riflesso tanto più luminoso quanto più l’opera è posta in alto nella scala delle perfezioni. Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana. Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza; e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale”.

 

Il secondo, che è cronologicamente antecedente, non sembra una glossa del primo? Il primo, che viene quasi mezzo secolo dopo il secondo, non ne sembra uno svelto sunto? In cosa il Concilio Vaticano II, di cui la Pacem in terris di Giovanni XXIII è il cuore, sarebbe diverso dal richiamo di Benedetto XVI a credenti e non credenti (fare “come se Dio ci fosse”)? Ecco, fatemi il piacere cui accennavo prima: i suoi santi dicono che “la Chiesa è sempre uguale a sé stessa” – al di là d’ogni malinteso che pur gode d’una qualche fortuna pubblicistica, non è proprio così? Ma entriamo nel merito, se non vi ho già troppo spossato. Ragioniamo insieme, ditemi in quale errore inciampo, per piacere.

 

In entrambi gli scritti, innanzitutto, è chiaro che si affermi il principio di un Dio come unica fonte del diritto; di un Dio che, una volta per tutte, con la Creazione, ha fissato un ordine che agli uomini è dato solo interpretare, sicché la loro libertà è nell’adeguarsi a quest’ordine, tutto il resto è peccato. E’ altresì chiaro che quest’ordine debba essere unico perché unico è il Dio. Dunque, ricapitolando, se ho capito bene: un Dio unico ed eterno, e un ordine unico ed eterno, scritto all’inizio di tutti i tempi nell’opera della sua Creazione. E’ un brutto calcio in bocca a tutti i relativisti, indubbiamente. Per non parlare dei filosofi del diritto: se non cattolici, tutti cialtroni. Però mi pare che ci sia anche qualche altro problemino. Primo: perché quella rivoluzione tra il Vecchio e il Nuovo Testamento? L’ordine, la legge – non era roba unica ed eterna? Perché cambiarla? Perché niente più schiavi, niente più lapidazione di adultere, niente più “occhio per occhio e dente per dente” – addirittura “tutti uguali davanti a Dio”, “non giudicare se non vuoi essere giudicato” e “porgi l’altra guancia”? Non è stata cambiata la legge, dite? E’ stata solo reinterpretata, volete farmi credere? E sìa, faccio fatica a crederlo, ma voglio crederlo. Però, almeno si ammetta: se la legge di Dio correttamente interpretata è quella attualmente in vigore, quella in vigore prima (che poi era sempre la stessa) era interpretata davvero male. Chi ci assicura che non sia meglio interpretabile anche quella vigente? O che, per quanto un tantinello disumana, non fosse meglio interpretata prima? Lo so, avete in serbo una risposta eccezionale: il Magistero della Chiesa. Sì, ma quelli che hanno un altro Dio o non ne hanno uno? Che fare, per il loro bene? Imporre loro l’unica e verace legge dell’unico e verace Dio, così come attualmente interpretata dal Magistero? Anche qui, al di là d’ogni malinteso che pur gode d’una qualche fortuna pubblicistica, “la Chiesa è sempre uguale a sé stessa”. Giovanni XXIII, infatti, scrive: “Nelle comunità nazionali di tradizione cristiana, le istituzioni dell’ordine temporale, nell’epoca moderna, mentre rivelano spesso un alto grado di perfezione scientifico-tecnica e di efficienza in ordine ai rispettivi fini specifici, nello stesso tempo si caratterizzano non di rado per la povertà di fermenti e di accenti cristiani. È certo tuttavia che alla creazione di quelle istituzioni hanno contribuito e continuano a contribuire molti che si ritenevano e si ritengono cristiani; e non è dubbio che, in parte almeno, lo erano e lo sono. Come si spiega? Riteniamo che la spiegazione si trovi in una frattura nel loro animo fra la credenza religiosa e l’operare a contenuto temporale. È necessario quindi che in essi si ricomponga l’unità interiore; e nelle loro attività temporali sia pure presente la fede come faro che illumina”. E Benedetto XVI, in dettaglio: “Occorrerà lavorare affinché la laicità non venga interpretata come ostilità alla religione, ma, al contrario, come impegno a garantire a tutti, singoli e gruppi, nel rispetto delle esigenze del bene comune, la possibilità di vivere e manifestare le proprie convinzioni religiose”. “La fede come faro che illumina” “nel rispetto delle esigenze del bene comune”. Con un Dio unico che deve valere per tutti non quadra, vero?


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