Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
mer 10 giu. 2026
  cerca in archivio   RASSEGNA STAMPA
L’illusione della società multiculturale

• da Il Giornale del 9 novembre 2005, pag. 2

di Alain De Benoist

  Qu'est-ce qu 'on attend/ pour foutre le feu?» («Che aspettiamo a dar fuoco?») canta il complesso rap Ntm, acronimo di «Nique ta mère». Immediata la risposta: seimila auto bruciate, scuole, licei, depositi di benzina, negozi e stazioni d'autobus in fiamme, spari contro polizia e pompieri, forze dell'ordine lapidate, bottiglie d'acido solforico e cancelli di supermercato scagliati dai tetti, giornalisti aggrediti, commissariati, uffici postali, banche saccheggiati, centri di soccorso assediati: da due settimane le periferie francesi bruciano. Ieri il primo morto.

 

 Eventi spettacolari, ma soprattutto prevedibili. A stupire non sono i disordini, è che i disordini avvengono solo ora.

  Eventi prevedibili, ma non per una classe politica che, a destra come a sinistra, ha voluto l’urbanizzazione selvaggia e lasciato formarsi per un ventennio oltre seicento “zone di illegalità”: quartieri-ghetto, quasi interamente popolati da immigrati, dove la posta non viene più distribuita, i servizi d'emergenza non arrivano più, dove la polizia si spinge solo se armata fino ai denti, quartieri ridotti a «contro-società», dove vigono la legge della giungla, l'«economia sotterranea» e ogni tipo di traffico. Qui s'era sviluppato un odio incandescente contro la società e chi la rappresenta. La minima scintilla poteva dunque dar fuoco alle polveri. Il pretesto è stata la morte accidentale di due giovani d'origine africana di Clichy-sous-Bois, alla periferia di Parigi: credendosi inseguiti dalla polizia, s’erano nascosti in un trasformatore elettrico, dove sono morti fulminati.

 

 Partito dalla regione parigina, il movimento è dilagato in tutta la Francia. Una sessantina di comuni sono stati colpiti da azioni di guerriglia, condotte da gruppetti informali o organizzati. «Era come in guerra», ha detto un pompiere. La sinistra denuncia la soppressione, dal maggio 2002, di una polizia «di quartiere» affiancata da una rete di mediatori sociali. La destra s'indigna. I poteri pubblici proclamano «fermezza», ma anche di voler «ristabilire il dialogo». Le autorità religiose musulmane lanciano «appelli alla calma». Finisce sotto tiro il ministro dell'intemo Nicolas Sarkozy, bersaglio dell'odio dei giovani delle periferie per averli definiti «feccia» da «spazzae via».

 

 Colpisce che le parole «immigrati» e «immigrazione» non vengano quasi mai pronunciate, ma questo pudore lessicale non illuda. Sistematicamente dediti all'eufemismo sono i grandi media, che indicano i rivoltosi come «giovani» di ambienti «disagiati», abitanti in quartieri «sensibili» (o «difficili»). Meno pudico, il quotidiano algerino El Watan inserisce ”la problematica delle periferie nel processo più globale dell'immigrazione”. Processo apparentemente incontrollato. I rivoltosi non hanno motivazioni fondamentalmente politiche o religiose. Distruggono le loro scuole, i loro ospedali, le auto dei vicini. Fanno «terra bruciata» della loro terra. Esprimono un'ostilità assoluta per tutto ciò che, da vicino o da lontano, evochi autorità, istituzioni, Stato o poteri pubblici. La loro violenza è un lungo grido d'odio, ma anche di disperazione. Sono giovani per lo più disoccupati, senza vera istruzione, che constatano di non avere posto nella società globale, dove la povertà cresce, mentre le grandi società industriali vedono regolarmente aumentare le rendite. Perciò si ribellano, ma più lo fanno, peggio stanno. Passati dall'infanzia alla delinquenza di strada, semplicemente non hanno avvenire. Una «vita normale» è per loro inaccessibile. No future.

 

 Molti pensano che tali rivolte significhino il fallimento della «società multiculturale». Formula troppo facile. Non siamo in una società «multiculturale», ma in una società multietnica e monoculturale: la cultura del commercio e dei consumi. Così all'apartheid etnico si somma l'apartheid sociale. I rivoltosi dicono di non poterne più. Chi subisce la rivolta non ne può più. Nessuno ne può più. E nessuno sa come finirà.

 

 Le responsabilità dei rivoltosi sono evidenti, ma più responsabile ancora è chi ha permesso questa situazione e crede che i problemi si risolvano «tecnicamente». Oggi la Francia è totalmente bloccata. La sua classe politica è la più vecchia d'Europa. Le sue elite economiche pensano solo a “delocalizzarsi”. Ogni dibattito intellettuale è scomparso.

 

 La calma tornerà, ma anche allora nessun problema sarà risolto. 

 


NOTE


trad. di Maurizio Cabona


IN PRIMO PIANO







  stampa questa pagina invia questa pagina per mail