La Santa Sede guarda sgomenta all'offerta di un riavvicinamento targato Washington.
Un aiuto non richiesto nè gradito. L'uscita pro-Papa di George Bush a Pechino «per noi sarebbe stato meglio non ci fosse mai stata». La diplomazia vaticana, preoccupata per i possibili contraccolpi sul dialogo con la Cina, avrebbe volentieri fatto a meno dell'intervento del presidente degli Stati Uniti. «Se andremo a Pechino non sarà certo sul cavallo americano», spiegano in Curia a bassa voce e con una certa irritazione. «Sicuramente le autorità  cinesi non ci concederanno maggiore libertà religiosa perché a chiederla è stato Bush».
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 L'entrata in campo della superpotenza Usa infastidisce la sottile opera di raccordo tra Santa Sede e Pechino, cui vengono affidate le speranze vaticane di rimettere piede in Cina. Un'interferenza condivisibile nei contenuti, ma inopportuna negli effetti pratici. «E’ giusto chiedere più rispetto per le fedi, citando il Dalai Lama accanto al Papa - osservano Oltretevere - però nell'economia dei rapporti con Pechino servono progressi graduali. Gli "strappi" di oggi diventano ulteriori ostacoli domani». Sugli sviluppi del piano di avvicinamento alla Cina, il ministro degli esteri Giovanni Lajolo è «fondamentalmente fiducioso» malgrado «alcuni episodi recenti preoccupanti» come l'arresto di alcuni sacerdoti.
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 «La Santa Sede - precisa - continua a bussare perché è interessata alla vita della Chiesa Cattolica in Cina e perché ritiene che un canale aperto di dialogo con il governo cinese sarebbe proficuo per i rapporti internazionali nel mondo di oggi». Alla Segreteria di Stato, perciò, riconducono il lento fiume del dialogo nel suo consueto alveo e proseguono dietro le quinte la strategia ecclesiastica fatta di piccoli passi insidiata nel summit Cina-Usa dal «fuori programma» di Bush.
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 Nella discreta rete di relazioni della Santa Sede rientra piuttosto il viaggio a Taipei del cardinale Jean Luis Tauran, ex capo della diplomazia d'Oltretevere, che da ieri è a Taiwan, ufficialmente per ragioni culturali e non diplomatiche, a ritirare un premio internazionale. Per non irritare i cinesi, il Vaticano ha deciso di mandare a Taipei un solo cardinale e non tre come inizialmente era in programma. Assieme a Tauran, infatti, dovevano ricevere una medaglia di riconoscimento per il lavoro svolto nella cooperazione fra le nazioni altri due porporati, ma aver assicurato alla «missione» un profilo più basso evita di aumentare la suscettibilità di Pechino.
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 Al contrario Bush con l'appello al suo omologo Hu Jintao appare nei Sacri Palazzi un «elefante in una cristalleria». La marcia graduale del Vaticano verso la Cina segue, come sempre, la traccia degli incontri governativi ad alto livello nella speranza di normalizzare la situazione ecclesiale, ancora divisa in due realtà : l'Associazione Patriottica, controllata dal governo e la Chiesa considerata illegale perché fedele a Roma e al Papa. Le relazioni diplomatiche tra Cina e Vaticano sono interrotte da oltre mezzo secolo. La nunziatura apostolica, ossia l'ambasciata della Santa Sede in Cina ha sede a Taipei dal 1949, ma il Vaticano si è dichiarato disponibile a trasferirla a Pechino in caso di normalizzazione dei rapporti. Il principale motivo di contrasto tra la Chiesa ed il Partito Comunista Cinese è la nomina dei vescovi, che Pechino vorrebbe le fosse riservata. Pechino ha posto alla Santa Sede condizioni «irrinunciabili» per la normalizzazione. Innanzitutto rompere le relazioni con Taiwan, l'«isola ribelle» riconosciuta dal Vaticano. Il segretario di Stato Angelo Sodano si dice pronto a spostare la nunziatura da Taipei a Pechino nel giro di poche ore se ciò portasse all'«apertura» della Cina Continentale ai diplomatici pontifici.
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 L'altra condizione «sine qua non» è la non intromissione della Santa Sede negli affari interni del Paese. Una richiesta, questa, che fa riferimento diretto alla delicata questione delle nomine episcopali. I vescovi appartenenti all'Associazione patriottica, infatti, continuano ad essere nominati dal governo e non dal Papa, benché ormai quasi l'8O% delle nomine governative siano state «convalidate e riconosciute dal Pontefice. L'esperienza delle due chiese negli ultimi anni si è andata avvicinando, tanto che durante l'ultimo Sinodo in Vaticano il vescovo di Hong Kong Giuseppe Zen ha dichiarato che in Cina ormai c'è una sola chiesa. Gli ultimi ostacoli a una riunificazione anche formale risiedono più nelle resistenze degli ambienti più conservatori della Associazione Patriottica che nella contrarietà  del governo cinese.
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 Ancora oggi, però, in Cina la libertà religiosa è molto limitata. Preti e vescovi cattolici vengono spesso arrestati e i fedeli vengono ostacolati nell'esercizio del culto. Alcuni esponenti vaticani di alto livello, tra cui il cardinale Roger Etchegaray, hanno effettuato viaggi in Cina, ma la libertà religiosa non è mai stata all'ordine del giorno dei loro colloqui con le autorità  cinesi. Â