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L’ipocrisia occidentale

• da La Stampa del 22 novembre 2005, pag. 1

di Lucia Annunziata

La sinistra radicale, il centro sinistra, e i democratici tutti hanno perso una buona occasione per fare l’unica vera manifestazione anti-Bush che i tempi richiedono: una protesta contro la sua visita in Cina. Meglio: una protesta contro il metodo, divenuto abituale nelle relazioni di tutti i Paesi occidentali con la Cina, di flebili appelli al rispetto dei diritti umani mentre si fa man bassa di contratti, accordi commerciali, spartizione di petrolio, aperture di boutique e sfilate di moda.

Sarebbe stata una buona manifestazione, no? Ad esempio, nei cartelli di testa si poteva scrivere: «Libertà e giustizia per Xu Zhengging».

Un caso, sapete, per nulla nuovo a chi ha anche solo letto qualche libro di ricordi della vecchia Unione Sovietica: il giovane Zhengging è sceso in piazza il 29 gennaio, solo, a Pechino, per commemorare l'anniversario della morte di Zhao Zhiyang. E' stato subito arrestato dalla polizia per aver causato disordini in pubblico, avendo prima rifiutato di pagare il biglietto del bus e poi gridato sul treno di essere stato picchiato. I testimoni dicono che effettivamente il ragazzo urlava mentre veniva selvaggiamente picchiato dalla polizia. Condannato a tre anni, dopo cinque minuti (esatti) di processo, il 17 ottobre di questo anno.

Human Rights Watch, e Human Rights in China, entrambe organizzazioni internazionali, avevano segnalato proprio questo caso con una lettera aperta a Bush l’8 novembre, chiedendogli di sollevare il problema nei suoi incontri di Pechino. Ma nel confuso balbettio del momento il nome del dissidente non pare si sia sentito.

Come del resto non si sono sentiti appelli per i 3000 (tremila) prigionieri politici trattenuti nel famoso ospedale psichiatrico Ankang gestito dalla polizia, di cui abbiamo davvero pochi testimoni: di recente, questo stesso novembre, a seguito di una campagna internazionale, ne è uscito dopo 13 anni Wang Waxing, che, anche lui da solo, aveva osato protestare in piazza Tienanmen, nel terzo anniversario della strage. La sua testimonianza può essere letta sul sito di Human Rights Watch. Ci sono poi le condanne a morte, in cui la Cina eccelle, con processi sommari: ci sono più pene di morte in Cina in un anno che in tutti gli altri Paesi del mondo messi insieme. Secondo Amnesty International: 15 mila esecuzioni fra il 1997 e il 2001. Potremmo continuare, ma il punto credo si è capito.

Immaginiamo per converso cosa sarebbe successo se Bush fosse andato invece in Iraq: avremmo avuto da una parte piazze piene in tutto il mondo per i diritti dei cittadini iracheni contro l’occupazione, e dall’altra cori di conservatori che difendevano il coraggio di un leader che ha esportato democrazia e libertà.

Quello che è invece significativo di questo incontro di Pechino, è proprio l'assenza di polemiche. Perché farne, d'altra parte: l'Europa non ha fatto meglio del Presidente americano. Anzi, con le sue «raccomandazioni» sui diritti umani in Cina ha un record tutto suo di ipocrisia.

Di fatto, possiamo dire che l'unica vera Grosse Koalition del mondo è quella intellettuale intorno alle violazioni dei diritti umani in Cina. Questo Paese, pur comunista e repressivo, abbaglia la destra mondiale con il luccichio del suo tasso di crescita e i puri numeri del suo mercato; la sinistra è invece sotto sotto orgogliosa di uno Stato comunista che ancora si sostiene tale mentre beffa i capitalisti sul loro stesso terreno. Entrambe, comunque, destra e sinistra, piegano la testa a quella graziosa inevitabilità della storia che ha sempre ispirato vigorosi pensieri di Realpolitik, che è la forza: e non c'è dubbio che è molto più facile voler insegnare la democrazia a dittatori che guidano stati di taglia minore del colosso asiatico.

I due pesi e due misure per la Cina, sono del resto una continuità ideologica sancita dalla storia: Nixon e Kissinger hanno aperto le relazioni; Bush padre, che vi ha lavorato a lungo quando era nella Cia, è considerato un grande amico dei cinesi; ma è stato il democratico Bill Clinton a sancire la fine della onorata tradizione di Carter (che metteva in primo piano la difesa del diritti umani nelle relazioni internazionali) aprendo alla Cina con il suo «It's the economy, stupid!». Ricordiamo che in cambio i cinesi hanno espresso la loro riconoscenza con sostanziosi finanziamenti ai democratici, incluso Gore. Scandalo su cui si è bruciato Louis Freeh, capo dell'Fbi tra il 1993 e il 2001, nominato da Clinton e dimessosi dopo una lunga battaglia iniziata con l'aver raccomandato una inchiesta sulle pratiche di fund raising della amministrazione Clinton.

Ma se i conservatori possono portare a giustificazione di questo atteggiamento la loro fiducia nel «mercato», e se la sinistra radicale può cavarsela in nome del suo amore per il marchio comunista, esattamente in nome di cosa i democratici del centro sinistra accettano questo stato di cose? Possono davvero anche loro disgiungere «affari» e democrazia per una nazione, solo perché ricca e potente?

Nella febbrile preparazione di programmi in corso nel centro sinistra per il futuro governo, la Cina si avvia ad essere un interessante esempio da cui giudicare la loro diversità.


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