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Il seminarista sia munito di certificato medico

24 novembre 2005

di Luigi Castaldi

“Una questione particolare”. “Resa più urgente dalla situazione attuale”. Su quanto “particolare” sia la questione, e sul perché sia resa “urgente” proprio ora, il documento è reticente, sofficemente. Né un cenno alle dimensioni del fenomeno, né all’andamento, né all’incidenza per aree e gruppi. In merito al criterio, che nel titolo è ascritto a un più generale “discernimento vocazionale”, la reticenza è nella fattispecie del rimando, sicché le note al testo hanno lunghezza pari al documento vero e proprio: una singolarità che non può non saltare subito all’occhio. Più in generale, una delusione – come si direbbe per un’attesa tradita nelle promesse. Era da nove anni che si aspettava questa Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Da nove anni si sapeva che avrebbe posto il categorico divieto, che oggi pone, di ammettere al Seminario e agli Ordini Sacri “i candidati che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate”. Perché tanto tempo? Perché aspettare che “una questione particolare” venisse prima “resa più urgente dalla situazione attuale”? Non lo era già nove anni fa? E allora perché tanto tempo?

 

Prudente e previdente, ferma e accorta, la mano della Chiesa – si sa – è guidata dallo Spirito Santo, che non fa indugio ad un supremo calcolo di ciò che è opportuno, di là dal metro della misera sostanza logica, comunemente detta coerenza. Insomma: quaeta non movere et mota sedare, nessuna occasione di possibile scandalo se non per neutralizzare uno scandalo già occasionato. Sicché, già preannunciata all’indomani d’ogni scandalo, l’Istruzione trapela, quasi come se trafugata, con piccolo ma tempestivo anticipo sulla data fissata, all’indomani dell’ennesimo pasticciaccio (1700 preti brasiliani accusati di abusi su minori, tanto inenarrabili da essere subito narrati a mezzo stampa). Certo, pedofilia e omosessualità s’incontrano solo nel luogo comune, ma non è proprio nel luogo comune – quello della comunione mediatica – che conviene stendere il bucato? Panni sporchi – se per la Dottrina vestono “un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”, come non considerarli tali?

 

Ispirata da Giovanni Paolo II nel 1996, approvata da Benedetto XVI a fine agosto di quest’anno, firmata dal cardinal prefetto Zenon Grocholewski e controfirmata dal segretario della Congregazione, monsignor Michael Miller, l’Istruzione “non intende soffermarsi su tutte le questioni di ordine affettivo o sessuale che richiedono un attento discernimento durante l’intero periodo della formazione”, ma “ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. E qui, levato il riferimento alla “cosiddetta cultura gay”, che è mera sottolineatura dell’inaccettabilità da parte della Chiesa di considerare sostanzialmente culturale (“acquisibile come innato” direbbe Marco Pannella) tutto ciò che è antropologico (immutabilmente “a immagine e somiglianza di Dio”) – qui, dicevamo, c’è il punto notevole che subordina il calcolo all’opportuno con evidente vacanza dello Spirito Santo: è nell’espressione “tendenze omosessuali profondamente radicate”, che è una novità, una novità che vale bene nove anni di meditazione, ma che potrà rivelarsi pericolosa per la Chiesa, come tutte le novità.

 

Spieghiamoci, ricorrendo proprio a un passo felicemente chiaro dell’Istruzione: “Il Catechismo distingue fra gli atti omosessuali e le tendenze omosessuali. Riguardo agli atti, insegna che, nella Sacra Scrittura, essi vengono presentati come peccati gravi. La Tradizione li ha costantemente considerati come intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale. Essi, di conseguenza, non possono essere approvati in nessun caso…” – felicemente chiaro. Poi, “… per quanto concerne le tendenze omosessuali profondamente radicate, che si riscontrano in un certo numero di uomini e donne, sono anch’esse oggettivamente disordinate e sovente costituiscono, anche per loro, una prova […]  Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne”. Conclusione: “Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate. Qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l’espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un’adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell’Ordinazione diaconale”.

 

E’ qui che emerge chiaro il punto debole della novità: cosa vuol dire “radicalmente”? Com’è da intendere se fa la differenza tra tendenza e tendenza, e allega alla pratica omosessuale la tendenza “profondamente radicata”, lasciando a parte la tendenza che costituisca “espressione di un problema transitorio”? Come rimarcherebbe il margine di “almeno tre anni”, parrebbe essere un parametro clinico, non si capisce se diagnostico o prognostico; troverebbe nel Codice di Diritto Canonico il suo estremo nosografico. Infatti, “per quanto riguarda lo scrutinio circa le qualità richieste nell’ordinando”, il canone 1051 esige dal “rettore del seminario o della casa di formazione” un attestato di “retta dottrina, pietà genuina, buoni costumi, e attitudine ad esercitare il ministero” del candidato, “ed inoltre, dopo una diligente indagine” – ecco il punto – “un documento sul suo stato di salute sia fisica sia psichica”. Così mirata, l’indagine non svelerebbe l’eventuale tendenza pedofila dell’ordinando, che infatti neppure è nominata in tutto il documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica. E siamo punto e a capo, ci risentiamo al prossimo bucato.

 

Postilla

Un certificato medico? Era già accaduto.

“9 giugno 1995 – Congregazione per la Dottrina della Fede: lettera circolare circa l’uso del pane con poca quantità di glutine e del mosto come materia eucaristica. […] Molti sono i sacerdoti che non possono assumere il pane e il vino normali durante la celebrazione eucaristica, a causa di malattie, in particolare la celiachia e l’alcoolismo…”. [L’alcoolismo? E possono continuare a fare i sacerdoti? Omosessuali no, ma alcolizzati sì? E cocainomani, eventualmente?] “Dopo approfondito studio […] la Congregazione ordinaria del 22 giugno 1994 ha preso al riguardo alcune decisioni […] Per quanto riguarda la licenza di usare il pane con poca quantità di glutine: (a) […] può essere concessa dagli ordinari ai sacerdoti e ai laici affetti da celiachia, previa presentazione di certificato medico; …” [Se ho la celiachia, il parroco mi dà l’ostia speciale, ma devo portargli il certificato. Autenticato? Con allegata domandina?] “… (b) Condizioni di validità della materia: (1) le ostie speciali quibus glutinum ablatus est sono materia invalida; (2) sono invece materia valida se in esse è presente la quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione, e non vi siano aggiunte materie estranee e comunque il procedimento usato nella loro confezione non sia tale da snaturare la sostanza del pane […] Per quanto riguarda la licenza di usare il mosto [“si intende il succo d’uva fresco o anche conservato sospendendone la fermentazione”], [essa] può essere concessa […] previa presentazione di certificato medico [ai] sacerdoti affetti da alcoolismo o da altra malattia che impedisca l’assunzione anche in minima quantità di alcool…” [E questo si capisce: il mosto è vino, in potenza; come, in potenza, l’Ici non è un problema, e lo zigote è un uomo. Qui siamo all’eccellenza della congruità.] “… Per coloro che hanno il permesso di usare il mosto, rimane in generale il divieto di presiedere la Santa Messa concelebrata. Si possono tuttavia dare delle eccezioni: nel caso di un vescovo o di un superiore generale, o anche nell’anniversario dell'ordinazione sacerdotale o in occasioni simili, previa approvazione da parte dell’ordinario. In tali casi colui che presiede l’eucaristia dovrà fare la comunione anche sotto la specie del mosto e per gli altri concelebranti si predisporrà un calice con vino normale; […] per i casi di richieste da parte di laici si dovrà ricorrere alla Santa Sede”. In ogni caso, “i candidati al sacerdozio che sono affetti da celiachia o soffrono di alcoolismo o malattie analoghe, data la centralità della celebrazione eucaristica nella vita sacerdotale, non possono essere ammessi agli ordini sacri”. E su tutta la questione, ci si raccomanda, “si deve evitare lo scandalo”. Più o meno come su tutto il resto.



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