Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
dom 23 apr. 2017
  cerca in archivio   NOTIZIE RADICALI
La goccia di veleno

11 dicembre 2005

di Luigi Castaldi

E’ molto probabile che con le parole pronunciate all’Angelus di giovedì 8 dicembre, data che dovrebbe essere in calce alla sua prima e attesissima enciclica, Benedetto XVI abbia voluto anticiparcene qualcosa. Se è vero, come ormai tutti dicono, che questa sua prima enciclica sarà centrata sul tema dell’amor di Dio, è lecito aspettarsi in essa più d’un riverbero di quanto in questa occasione egli ci ha detto, col dirci della “goccia di veleno” che portiamo dentro, in concepimento. Se, infatti, qualcosa ci ostacola nell’aprirci interamente all’amor di Dio – se “l’uomo vive nel sospetto che l’amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questa dipendenza per essere pienamente se stesso” – questo non può che trovare una ragione in quella “goccia di veleno” che è il peccato originale, la tara ereditaria per eccellenza. Come fu sempre, è questo che oggi ci avvelena: una stilla d’ingratitudine e disobbedienza. Se “l’uomo non si fida di Dio” e ne respinge il dono – è il monito di Sua Santità – è perché “tentato dalle parole del serpente”, come nella Genesi.

Nello stesso istante in cui a Roma il Santo Padre indicava nel serpente il colpevole, a Bologna monsignor Carlo Caffarra inchiodava la complice del rettile: Eva sta all’origine della perdizione”, è con “ciò che una donna ci tolse” che “ha avuto inizio la storia costruita dal peccato”, et coetera et coetera. La diabolica coppia – la donna e il serpente, intendo dire – ha istigato l’uomo al punto da fargli voler attingere egli stesso dall’albero della conoscenza”, da fargli voler “prendere in mano in modo autonomo la propria vita”. Ecco di cosa è fatta quella “goccia di veleno” che ci portiamo dentro, ecco la smania che poi ci danna: è smania di autonomia e di conoscenza. “L’uomo […] cova il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l’avremo accantonato; insomma, che solo in questo modo possiamo realizzare in pienezza la nostra libertà”. Abbindolati dal serpente e da Eva circa questo malinteso senso della libertà, giungiamo a smarrire il senso di quanto “la volontà di Dio non è per l’uomo una legge imposta dall’esterno che lo costringe, ma la misura intrinseca della sua natura, una misura che è iscritta in lui e lo rende immagine di Dio e così creatura libera”. Può leggersi una contraddizione in termini in questa “creatura libera” solo negando il Creatore nella Creazione, solo negando l’essere “a Sua immagine e somiglianza”, solo con la blasfemia che recita: l’uomo ha creato Dio, non viceversa. E’ un concetto – questo della coincidenza tra obbedienza a Dio e vera libertà – sul quale Benedetto XVI è tornato già molte volte in questi primi mesi del suo Pontificato: siamo liberi obbedendo a Dio, se e con quanto ne segue. Ne seguirebbe: che Dio è uno, peccato mortale “averne altri all’infuori di Lui”; che Egli si è incarnato in Cristo; che la Chiesa incarna Cristo; che il Papa, che-te-lo-dico-a-fare, è a capo della Chiesa; e che per essere “creature libere”, dunque, dobbiamo affidarci al suo indiscutibile e intrattabile magistero. Le aspiranti “creature libere” della circoscrizione Italia si rivolgano alla Cei, prego.

Ma Benedetto XVI sa bene che c’è qualche elemento di ostacolo verso una siffatta realizzazione della vera libertà che sta nell’obbedienza a Dio e, lungo la cataratta logica suesposta, al suo fido cardinal Ruini. Questo ostacolo, che sul piano della teodicea ci porterebbe a estenuanti garbugli argomentativi, è risolto in quest’Angelus sul piano psicologico, e questa non è una novità, fece altrettanto il suo predecessore: è come se il peccato originale, la “goccia di veleno”, ci attossicasse di uno sciocco ma drammatico frainteso, “il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa; che manchi qualcosa nella sua vita: la dimensione drammatica dell’essere autonomi; che faccia parte del vero essere uomini la libertà del dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé; che solo allora si possa sfruttare fino in fondo tutta la vastità e la profondità del nostro essere uomini, dell’essere veramente noi stessi; che dobbiamo mettere a prova questa libertà anche contro Dio per diventare in realtà pienamente noi stessi. Con una parola, noi pensiamo che il male in fondo sia buono, che di esso, almeno un po’, noi abbiamo bisogno per sperimentare la pienezza dell’essere”. E’ la tragedia dei perversi. E ci tornano alla mente le parole di quello studioso della psiche che vergò: “La perversione è affascinante, i perversi sono noiosi” .

La salvezza della mia anima dipende dal fare il bene e dall’evitare il male, non ci piove. “Il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa” – che, dunque, facendo il bene ed evitando il male, io possa essere persona noiosa – può avere su di me un effetto tanto forte dal dissuadermi dal considerare sommo bene la salvezza della mia anima? Seppure questo sospetto fosse fondato, che peso può avere su questo piatto della bilancia il fatto ch’io, facendo il bene ed evitando il male, diventi noioso, se poi sull’altro piatto v’è addirittura il sommo bene della salvezza della mia anima? E allora? Perché Sua Santità sente il bisogno di indicarmi come briosa (in sovrappiù) la via che porta al sommo bene? Perché ha necessità di aggiungere che “no, questa via non è noiosa affatto, anzi”? La Tradizione ha sempre indicato la vita eterna da una valle di lacrime, altro che valle di noia. Perché Benedetto XVI, come già aveva fatto Giovanni Paolo II, si spende tanto nel cercare di convincerci che la via che porta alla salvezza dell’anima è in sé stessa cosa stuzzicante? L’abbiamo segnalato già più d’una volta da queste pagine e questa dell’Angelus dell’8 dicembre ne è ennesima conferma: il cristianesimo ch’è offerto dal cattolicesimo a cavallo del terzo millennio si è esistenzializzato; non guarda più all’al di là, ma si offre come ricetta dell’al di qua. Non è più Annuncio, è Catechismo; non è più Promessa, è Vademecum. La carità è poco più che precettistica.



IN PRIMO PIANO







  stampa questa pagina invia questa pagina per mail