Cina. Trasformare il Tibet in una Disneyland spirituale.
In occasione dei funerali di Giovanni Paolo II, mentre il mondo intero esprimeva il suo cordoglio, il portavoce del ministro degli Esteri cinese dichiarava: «L'Italia deve evitare il ripetersi di eventi simili». Il surreale commento era riferito non alle esequie del papa, bensì alla concessione del visto al presidente di Taiwan Chen Shui-Bian, seduto in prima fila a piazza San Pietro lo scorso aprile. Proprio le relazioni diplomatiche tra Taiwan e il Vaticano, che non ne ha invece con la Repubblica popolare cinese, rappresentano oggi uno degli ostacoli principali all'emersione della Chiesa cattolica romana oggi costretta alla clandestinità in Cina, così come del resto tulle quelle religioni che non ricevono il visto di Stato, che non subordinano cioè la loro attività alle ragioni del governo e del patriottismo cinese. Non a caso Pechino ha ufficialmente riconosciuto solo l'altra branca del cattolicesimo locale, significativamente denominata Associazione patriottica cattolica. Poco più di un mese fa è stato arrestato per l'ennesima volta, l'ottava in poco più di un anno, il settantenne vescovo non ufficiale Giulio Jia Zhiguo, che ha trascorso in carcere vent'anni della sua esistenza. I culti che non si sottomettono all'Ufficio statale per gli affari religiosi subiscono persecuzioni di varia natura: il buddismo tibetano vive sotto l'assedio militare di mezzo milione di soldati, il Dalai Lama, resta in esilio, le minoranze protestanti e musulmane, e il movimento Falun Gong (bollato come «setta malvagia»), sono vittime di arresti, intimidazioni e soprusi. Particolarmente colpiti sono i musulmani della provincia autonoma dello Xinjiang, nelle cui campagne si sono verificati un quota importante dei 74 mila episodi di insubordinazione censiti dalla polizia di Stato nel solo 2004. La libertà  di culto è uno dei diritti negati per cui il regime cinese è nella lista nera di molti governi e organizzazioni umanitarie.
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 Non in quella di Fausto Bertinotti, che ha iniziato il suo viaggio ufficiale in Cina accreditato della volontà di strappare con uno degli ultimi santuari (almeno formalmente) del comunismo internazionale e che finora ha denunciato più che altro ciò che denuncia tutti i giorni da Roma e da Strasburgo: il libero mercato. Dopo aver associato i morti del Guandong alla rivolta in Val di Susa («E' il mercato che crea queste situazioni, la differenza è che qui spara anche»), pure sulla libertà di culto Bertinotti non vede addebiti specifici per il regime. Anzi, usando parole che potrebbero suscitare qualche polemica nell'Unione, attribuisce al governo cinese un crescente liberalismo religioso. Dopo aver visitato in quasi una settimana di visita numerosi templi del buddismo filo-governativo, cui Pechino concede l'esenzione dalle tasse e il pieno sfruttamento del merchandising turistico ottenendo in cambio legittimazione culturale e religiosa alla linea politica, Bertinotti dice: «La Cina è avviata verso il pieno riconoscimento della libertà di culto. E' evidente che non si può permettere conflitto religioso. E' uno Stato sempre meno caratterizzato ideologicamente, che ha superato la tipica fase post-rivoluzionaria in cui la priorità è l'indottrinamento del popolo. Tra Chiesa e gerarchie ecclesiastiche c'è apertura reciproca». Anche la questione del Tibet è vista da Bertinotti, che chiama a suffragio della sua tesi lo scambio d'opinioni col Dalai Lama in occasione della sua ultima visita italiana, in termini più che ottimistici: «E' possibile trovare per la regione - dice - un accordo tipo Sudtirol, un'autonomia forte che non pregiudichi l'unità della Cina». Secondo il leader di Rifondazione, Pechino avrebbe smesso di guardare alla regione come a un problema politico, intuendone le potenzialità da Disneyland dello spiritualismo: «Il governo cinese vede nel Tibet una chance turistica». Insomma, sarebbe ancora una volta il mercato, per una volta in senso buono, ad aver già spinto la Cina sulla via della piena libertà di culto, «un po' come è successo - spiega Bertinotti - con l'arte contemporanea che oggi è tollerata perché il governo ha capito che serve lo sviluppo diventando un'altra leva di mercato».
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  Per ora l'unico regime denunciato da Bertinotti è quello di fabbrica. Accompagnato ieri dai funzionari del Pcc che lo seguono passo passo a visitare una fabbrica di pullman alla periferia di Zengzhou nella provincia centro-orientale di Henan - visita sommaria e che ha lasciato inevase buona parte delle domande avanzate dal leader italiano al dirigente della fabbrica (che è anche dirigente del sindacato) - Bertinotti ha commentato: «In Cina è perfettamente applicato quel modello di flessibilità che alcuni vorrebbero imporre anche da noi». Non sarà uno strappo, ma almeno vale la chiara preferenza dei comunisti italiani tra il professor Romano Prodi e il compagno presidente Hu Jintao.