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Una dimenticanza di Angelo Panebianco

16 gennaio 2006

di Luigi Castaldi

“Il «partito democratico» (o comunque si chiamerà) non potrà nascere semplicemente dalla confluenza fra ex comunisti e ed ex sinistra democristiana, cioè tra gli eredi di coloro che già nella Prima repubblica avevano fra loro grandi affinità, dall’antiamericanismo all’ideologia anti-mercato, e che solo per via della guerra fredda non governarono insieme”, così Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di domenica 15 gennaio. “No, – continua – perché discontinuità ci sia davvero […] occorre che dell’eventuale partito democratico facciano parte a pieno diritto anche gli «anticomunisti democratici», quei democratici che ai tempi della guerra fredda si opposero frontalmente al Pci […] in nome e per conto della democrazia liberale”. E chi sarebbero, di grazia, questi «anticomunisti democratici» […] che […] in nome e per conto della democrazia liberale” dissero no al Pci?

Vorrei citare un passo da una lettera che Marco Pannella scrisse il 20 marzo 1988 a Renato Altissimo, ad Antonio Cariglia, a Bettino Craxi, a Giorgio La Malfa e a Sergio Stanzani, i segretari di Pli, Psdi, Psi, Pri e Partito radicale di allora; non era caduto ancora il muro di Berlino, il Pci non era passato ancora dalla Bolognina. Pannella scriveva: “Ovunque fossimo, tranne in Italia e in qualche altro paese proporzionalista, sarebbe difficile spiegare, altro che con ragioni storiche e preistoriche, perché non costituiamo un solo partito, e perché i nostri aderenti non ne compongono, scomposti, ‘componenti’ diverse. […] Sommando i nostri voti oltrepassiamo il 25% dei suffragi […] Che Pantheon di storie, di nomi, di foto, di vite e di morti, onoreremmo, resusciteremmo, mostreremmo finalmente quali preparatori, costruttori di un presente civile e grande, e non più come martiri e testimoni, come vinti e residui d’una nobiltà perduta, emblemi indebitamente usati per giustificare e consumare le nostre rassegnate, piccole separatezze”. Questo appello era fatto da un radicale, e prima che il Pci fosse incalzato a cambiare il suo nome e a entrare in quello che Angelo Panebianco definisce “limbo del post-comunismo”.

Poco prima che il Pci vi entrasse, Marco Pannella scrisse un’altra lettera, stavolta ad Achille Occhetto, il 15 novembre 1989; la scrisse da “anticomunista democratico”, da “democratic[o] che ai tempi della guerra fredda si [era opposto] frontalmente al Pci […] in nome e per conto della democrazia liberale”; scrisse: “Una grande, vera federazione democratica va ormai concepita, creata; di essa il Partito Comunista - in quanto tale - sia inizialmente una componente essenziale e promotrice. Questa Federazione Democratica dovrebbe, in un giro di pochi anni prestabiliti, secondo tappe e regole rigidamente determinate, dar vita al Partito Democratico, di stampo anglosassone, e per una riforma istituzionale di stesso segno”. E aggiungeva: “Un grande partito che si formi oggi non può iniziare il suo cammino che a partire dall’unica terraferma di democrazia reale che non abbia prodotto in questo secolo anch’esso, mostri e tragedie ‘inumane’: che è la terraferma liberaldemocratica, anglosassone, e non quella ‘continentale’, spesso ‘socialdemocratica’, del mondo del proporzionalismo, del partitismo, della parastatalizzazione e nazionalizzazione della società civile, dell’ideologismo, dei giacobinismi più o meno macchiavellici, eticizzanti, e quasi sempre antiliberali, romanticamente fiduciosi nella violenza, nelle guerre - civili, colonizzatrici o liberatrici che fossero”. Se un Partito Democratico poteva essere – diceva Pannella – non fosse socialdemocratico o cattocomunista, fosse altro.

Queste due lettere hanno quasi vent’anni. La prima è rivolta a quegli «anticomunisti democratici» […] che ai tempi della guerra fredda si opposero frontalmente al Pci […] in nome e per conto della democrazia liberale”, come scrive Angelo Panebianco: è un appello all’unità, a “un solo partito” che desse infine uno sbocco storico alle “nostre rassegnate, piccole separatezze”. La seconda è rivolta al Pci che esce dalla guerra fredda con l’urgenza – poi inevasa – di “sbarazzarsi di quel mito – scrive oggi Panebianco – che fu tipico del Pci (facendone la forza) e che sopravvive nei Ds (facendone la debolezza): il mito della «base»”. Né socialdemocrazia, né cattocomunismo: democrazia liberale. Di qua e di là, un appello alla costituzione di un soggetto “totalmente laico”, fuori dalle secche del togliattismo, del dossettismo, del “compromesso storico”, del Caf – fuori dai miti “etici” coi quali la Prima Repubblica diventava “caso Italia” creando paradossalmente sul blocco partitocratico il vuoto di potere che chiamò certa magistratura a farsi vicaria su mandato – manco a dirlo – “etico”. L’analisi che Angelo Panebianco porge ai Ds è corretta, ma per un imperdonabile pregiudizio egli dimentica di dare un nome e cognome a chi “in nome e per conto della democrazia liberale” già due decenni fa indicava la soluzione: di qua, ai liberali “martiri e testimoni, […] vinti e residui d’una nobiltà perduta”; di là, a chi correva il rischio di rimanere intrappolato nei vizi “del proporzionalismo, del partitismo, della parastatalizzazione e nazionalizzazione della società civile, dell’ideologismo, dei giacobinismi più o meno macchiavellici, eticizzanti, e quasi sempre antiliberali, romanticamente fiduciosi nella violenza”.

Né socialdemocrazia, né cattocomunismo. Questo antico patrimonio di democrazia liberale, di “anticomunismo democratico” che Angelo Panebianco ritiene indispensabile a un Partito Democratico, chissà come e quando da venire, dov’è oggi? Dov’è si va rivalutando quel patrimonio? E, allora, perché non scriverlo? Senza la Rosa nel Pugno quel Partito Democratico abortirebbe ben presto in una “cosa” socialdemocratica o cattocomunista. Occorre dirlo ai laici, ai socialisti, ai liberali che ancora vagano in un centrodestra che ha tradito ogni ultima speranza di “rivoluzione liberale”. Occorre far capire ai Ds che è soprattutto a loro che la Rosa nel Pugno “conviene”.



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