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Ci dica l’ottimo Panebianco…

23 gennaio 2006

di Luigi Castaldi

Cosa scrive Angelo Panebianco nel suo editoriale sul Corriere della Sera di domenica 22 gennaio? Scrive che “in una lettera al Riformista, due radicali (Punzi e Castaldi) hanno polemizzato garbatamente con” lui: lo hanno accusato “di avere omesso il nome di Marco Pannella” “in un […] articolosul Corriere della Sera della domenica precedente (domenica 15 gennaio). In quell’editoriale Panebianco aveva scritto che la nascita di un Partito Democratico “richiederebbe nuove aggregazioni che vedano convivere chi viene dal Pci (e dalla sinistra democristiana) con gli «anticomunisti democratici », coloro che durante la Prima Repubblica si opposero al Pci in nome della democrazia liberale”. Chi saranno mai costoro? Dalla rubrica della posta del Riformista (mercoledì 18 gennaio) i “due radicali” rammentavano a Panebianco che Pannella già nel 1989 “aveva proposto all’allora segretario del Pci Achille Occhetto di dare vita a un Partito Democratico”, ma che la proposta era caduta nel vuoto; facevano notare quanto fosse grave, ora, l’omissione della parola “radicali” nel discutere della nascita di un Partito Democratico, “per il Paese, un’esigenza oggettiva”; scrivevano che questa omissione rinnovava l’errore di Occhetto e condannava i Ds alla socialdemocrazia o al cattocomunismo. Panebianco – dice – non ricordava che, già diciassette anni fa, Pannella prononesse le cose che, ora, propone lui; però, diamine – dice – nello scrivere il suo editoriale della settimana prima egli aveva ben ferma la convinzione che Pannella è stato ed è tuttora  “il più coerente degli anticomunisti democratici”. Bene, grazie, ma dov’è la risposta all’appunto che i “due radicali” gli rivolgevano? Insomma: perché omettere il nome di Pannella in quel suo editoriale? Spiace dire: i “due radicali” volevano discutere col politologo, ma nell’anticamera sono stati bloccati dal politico. Le riserve di Panebianco, infatti, non vengono dalla Storia, ma dalle alchimie strategiche decise già per tempo in Via Solferino.

 

Panebianco dice: “Oggi Pannella ha scelto l’alleanza con i socialisti di Boselli e l’ingresso nel centrosinistra”; staranno «scomodi»”; “provocheranno molti mal di pancia”; “saranno mal tollerati”; “potrebbero legittimamente aspirare a svolgere un ruolo centrale nell’ipotizzato «rimescolamento delle carte » denominato Partito Democratico”. Sì, ma per Panebianco c’è un “ma”: Recuperando dal proprio repertorio storico, come Pannella ha fatto, l’anticlericalismo più intransigente e scegliendo una linea «zapaterista» si possono prendere voti ma ci si condanna, rispetto a eventuali processi di aggregazione a sinistra, alla marginalità.  Se non altro, perché si antagonizzano i cattolici”. Che strano! Al capoverso precedente, Panebianco ha riconosciuto “alle decennali battaglie radicali” la capacità di avere almeno un poco contribuito “a cambiare la sinistra in senso liberale”; ora, appena più garbatamente di un Clemente Mastella, pone un’irremovibile pregiudiziale, la stessa di Clemente Mastella, il “neo-anticlericalismo”. Come se questo non fosse la più naturale delle reazioni al neo-clericalismo che trasversalmente imperversa nei due schieramenti. Come se le odierne battaglie civili dei radicali, sintetizzate nei punti programmatici che a Fiuggi sono state firmate insieme ai compagni dello Sdi, non trovassero opposizione politica in un fronte zuavo di uomini della Cdl, più o meno allegramente sostenuto da uomini dell’Udeur e della Margherita.

 

Ci dica, l’ottimo Panebianco: questo “neo-anticlericalismo” è davvero “frutto […] di un eccesso di allarme per l’interventismo della gerarchia ecclesiastica”, se poi le ragioni di questo fronte della politica italiana sono proprio obbedientemente prese dai diktat della Cei del cardinal Ruini? Cosa dovrebbero fare questi radicali per piacere a Panebianco? Cosa “impedisce loro di svolgere quel ruolo di protagonisti che il loro passato legittimerebbe”? Cosa dovrebbero fare per non “condannarsi alla marginalità rispetto a eventuali processi di aggregazione a sinistra”? Dovrebbero rinunciare a tutto quanto possa “antagonizzare i cattolici”? Ma Panebianco avrà letto la recente indagine di Eurispes o pensa che i cattolici in Italia siano tutti pecorelle obbedienti al Pastore Tedesco? Pensa davvero che gli astenuti al referendum dello scorso giugno siano tutti cattolici secondo Catechismo? Non vogliono il “divorzio breve”? Non vogliono i Pacs? Vogliono che si finisca in galera per due spinelli in tasca? Dica, Panebianco: gli italiani sono contrari alla Ru486 perché essa “nasconde in qualche modo la gravità dell’aborto”? Non vorrebbero un’adeguata informazione sulla contraccezione? Sarebbero contrari al testamento biologico? Sono entusiasti del Concordato? Sono felici che le attività commerciali della Santa Sede in Italia godano dell’esenzione Ici? Sono contenti di vedere i propri rappresentati in Parlamento genuflettersi e baciare l’anello a chi definisce l’amore omosessuale “un grave disordine morale”, la donna “un veicolo di vita” e la liberaldemocrazia “dittatura del relativismo”? Se sì, ha ragione Panebianco, ai radicali non resta altro: stare nel centrosinistra limitandosi a insistere sui suoi obiettivi “«di destra»”, cioè “libertà di mercato, garantismo giudiziario, solidale azione fra le democrazie occidentali contro le dittature”. Il fatto è che gli italiani, anche coloro che si dicono “cattolici”, non sono così. E, dunque, se “una visione strategica […] oggi sembra mancare”, pare mancare in Via Solferino. Non è la prima volta.



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