Non un milione, come qualcuno ha scritto, ma soltanto sessantatremilaottocentonovantasei, però veri, in carne e ossa, e cioè moltissimi. Tanti erano sabato scorso a Barcellona, si legge sul sito del collettivo catalanista Contrastant, che li ha conteggiati secondo un suo rigorosissimo metodo, i partecipanti alla manifestazione che aveva per slogan principale «Siamo una nazione», per bersaglio polemico i popolari e per contraltare Zapatero e il suo governo, a giudizio dei manifestanti troppo tiepidi nella difesa dei diritti della Catalogna.
Deludente, niente «inizio della fine» del terrorismo basco. Così un po' tutti giudicano il documento fatto circolare, sempre sabato, dall'Eta, che raffredda molte speranze di Zapatero, perché non fa alcuna menzione, nemmeno vaga, dell'abbandono della lotta armata e del terrorismo. A giudizio del leader popolare, Rajoy, Zapatero sarebbe tenuto, per lealtà patriottica, a rettificare in profondità «la sua politica antiterroristica e la sua politica territoriale». Il premier spagnolo, però, non ci pensa nemmeno. Il suo tentativo di venire a capo della spinosissima questione delle autonomie senza mettere in discussione l'unità nazionale, fanno sapere dalla Moncloa, forse non arriverà in porto entro la legislatura, ma andrà comunque avanti.
Non è il caso dimettersi a distribuire qui torti e ragioni e nemmeno di provarsi a stabilire ora se alla fine Zapatero ce la farà o no. Anche queste difficoltà politiche segnalano però che Zapatero, il suo partito e il suo governo ci stanno provando; e che il successo o l'insuccesso del loro tentativo dovremo a cose fatte valutarli tutti (in primo luogo chi si professa riformista) come un successo o un insuccesso non di un massimalismo radicaleggiante e arruffapopolo, ma di una variante significativa (negli anni Ottanta prese il nome di socialismo mediterraneo) del riformismo moderno alle prese, si tratti dello stato sociale, dei diritti civili, dei rapporti con la Chiesa o della questione delle autonomie, con i problemi di un grande Paese moderno come la Spagna. Di un Paese, vorrei aggiungere, che, quanto a dinamismo politico, economico, sociale e culturale, continua a impartirci lezioni severe, ieri nella versione popolare di Aznar, oggi nella ben diversa versione socialista di Zapatero: quasi un manifesto dei buoni risultati dell'alternanza.
Da noi, a sinistra, o almeno nella sinistra riformista, di questa seconda stagione di governo del socialismo spagnolo, dei suoi successi come delle sue difficoltà, si parla invece con una punta (e qualcosa in più) di fastidio. Soprattutto, si sa poco o nulla dei suoi fondamenti culturali (una volta si sarebbe detto ideologici) e della sua filosofia, davvero non tutta desumibile, come si è più volte letto, dai film di Almodòvar. E' un male, perché la Spagna è un Paese che ci è per mille motivi vicinissimo e anche perché Zapatero, che pure è un socialista moderato, pragmatico e cortese, ai suoi principi è affezionato assai e tiene moltissimo a rispettare il pesante impegno («Il potere non mi cambierà») preso con gli elettori. Leggo in una sua intervista che esce in questi giorni da Feltrinelli (Il socialismo dei cittadini, a cura di Marco Calamai e Aldo Garzia): «C'è più gente di sinistra nelle nostre società... perché esiste una maggioranza di cittadini favorevole al progresso sociale nell'equità e alla crescita della libertà. Credo che la sinistra non vince quando non è autentica. E l'autenticità comporta prima di tutto la realizzazione degli impegni presi, non il cercare pretesti per non fare le cose». Può darsi che queste siano banalità. Ma non ne sono così convinto.