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Diritti agli animali sì, ma non solo scimmie

• da Secolo XIX del 27 aprile 2006, pag. 21

di Luisella Battaglia

Il governo Zapatero non cessa di scandalizzare benpensanti e anime pie. La proposta di legge - la prima in Europa, che prevede l'estensione alle grandi scimmie antropoidi (gorilla, scimpanzè, orangutan e bonobo) dei diritti fondamentali alla vita, alla libertà, a non essere torturati, a non essere schiavizzati - ha suscitato le reazioni più violente. «Siamo al ridicolo, avrebbe dichiarato l'arcivescovo di Pamplona, tanto vale invocare diritti taurini per gli umani!».

 

 Prendendo alla lettera l'espressione "diritti umani fondamentali" qualcuno si chiede spiritosamente se le scimmie potranno votare e così via con il consueto repertorio di ridicolizzazioni. Come non ricordare che alla fine del Settecento un filosofo, Thomas Taylor, scrisse un libello satirico I diritti degli animali col preciso intento di confutare l'opera di Mary Wollstonecraft sui diritti delle donne? A suo avviso, riconoscere diritti alle donne avrebbe significato inevitabilmente riconoscerli anche agli animali...

 

 Certo molta acqua è passata da allora sotto i ponti e di diritti animali si è cominciato a parlare sul serio sia sul piano etico che giuridico. “Che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? - si chiedeva, ad esempio, Norberto Bobbio, un filosofo certo non sospetto di zoofilia -. Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un'estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire?”.

 

 In effetti, si ispira sostanzialmente al criterio della somiglianza anche il rivoluzionario Progetto Grande Scimmia - a cui si richiama espressamente la proposta di legge di Zapatero - elaborato, anni fa, da una trentina di biologi, etologi e filosofi. Già nel Settecento un giurista scozzese, studioso di anatomia comparata e fervente ammiratore di Rousseau - Lord Monboddo - collegava l'uomo all'orangutan, ipotizzando una discendenza comune di tutti gli antropoidi. L'orangutan, sosteneva, è un animale di forma umana, dotato di intelligenza, di sentimenti e di affetti comuni alla nostra specie, come ad esempio, il senso dell'onore e della giustizia. E in effetti - è la scienza oggi ad attestarlo – uomini e antropoidi, divisi soltanto dal 2% del Dna sono molto più vicini di quanto comunemente si pensi, giacché, oltre a una strettissima affinità genetica, possiedono facoltà cognitive, e comunicative omologhe, dal punto di vista qualitativo, a quelle della nostra specie.

 

Se è innegabile il valore simbolico di tale carta dei diritti, che obbliga l'uomo a riconoscere un antenato comune e ad affermare il principio della continuità che lo lega agli altri esseri viventi, resta tuttavia da chiedersi perché, una volta valicata la barriera tra le specie, non si

debbano conferire diritti a tutti i primati o a tutti i mammiferi dotati di un sistema nervoso

centrale. Ancora una volta, come nella settecentesca società degli eguali di Babeuf, che escludeva le donne, nella futura comunità - sul modello della orwelliana fattoria degli animali – alcuni sono.., più eguali degli altri.

 

Certo, la loro somiglianza con noi rende le scimmie antropomorfe specialmente adatte al ruolo che sono state chiamate a giocare nel Progetto: quello di essere una testa di ponte nel regno degli animali che ci aiuti a superare il tradizionale ampio divario tra umani e non umani. I nostri "parenti più stretti" potrebbero quindi aiutarci a problematizzare la nostra identità, a far pace con la nostra natura animale in quanto, abitando il territorio ai margini dell'umano, metterebbero in dubbio la possibilità di tracciare una netta linea di confine tra noi e gli altri. Sennonchè il punto di forza del Progetto - la stretta parentela - potrebbe apparire, a una più attenta considerazione, l'elemento di maggiore debolezza. L'insistenza sulla somiglianza genetica rischia infatti di escludere dalla protetta schiera del privilegio umano altre specie che non hanno la fortuna di esserci simili. Sarebbe un po' come superare il razzismo dando una definizione dell'umanità che vada oltre la razza bianca includendo, ad esempio, la razza gialla ma non quella nera (vedi le gerarchie razziali di Gobineau).

 

 Rispettare ciò che è simile a noi, piuttosto che ciò che è differente, implica che, ancora una volta, consideriamo il nostro volto come il modello cui commisurare gli altri animali. Perchè, potremmo chiederci, estendere i diritti alle grandi  scimmie e non, ad esempio, ai mammiferi del mare? 

 

Più di due secoli fa Jeremy Bentham, discutendo della possibilità di identificare nella facoltà di ragionare o di parlare la linea invalicabile di demarcazione tra umano e non umano, poneva la celebre domanda: «Il  problema non è: "possono ragionare?", nè "possono parlare?", ma "possono soffrire?"». 

 

Al di là di tali obiezioni, resta  il forte valore simbolico e politico di una proposta coraggiosa  che testimonia come oggi viviamo una fase in cui la sfera etica si allarga oltre la specie umana  ma come prodotto di un'evoluzione di autocoscienza che è propria dell'uomo. Siamo noi a riconoscere dei diritti, i quali  non esistono in natura ma  emergono da un faticoso travaglio sociale e culturale, come  una proiezione della nostra rinnovata concezione umanistica. 

  

 

 


NOTE


Luisella Battaglia è docente di filosofia morale e bioetica all'Università di Genova e membro del Comitato nazionale per la bioetica


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