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Zuavi in Parlamento

21 maggio 2006

di Luigi Castaldi

Giovedì 18 maggio, in un intervento all’assemblea generale della Cei, Joseph Ratzinger è tornato su un concetto che aveva già espresso nella sua enciclica Deus caritas est: la purificazione. La Chiesa – ha detto – non può venir meno al compito di purificare la ragione, mediante la proposta della propria dottrina sociale, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, e di risvegliare le forze morali e spirituali, aprendo la volontà alle autentiche esigenze del bene”.

E’ la Chiesa, dunque, che deve indicarci cosa sia, e cosa no, “conforme alla natura di ogni essere umano”, cioè di tutti gli esseri umani? E’ la Chiesa che deve indicarci quali siano le “autentiche esigenze del bene”, e quali le fasulle? Se sì, vuol dire che un assoluto etico è possibile, e che la Chiesa intende incarnarlo. Sia chiaro, “una sana laicità dello Stato – ha spiegato Ratzinger – comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie”. Però, in un modo o in un altro, a queste “appartengono anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore”. Lo schema è noto: il Creatore si è incarnato in Cristo; la Chiesa è il Cristo vivente; se vogliamo avere indicazioni su ciò che è inscritto “nell’essenza stessa dell’uomo” e che rimanda a ciò che è bene in assoluto (ciò che è bene per tutti), dobbiamo chiedere alla Chiesa; in nome di “sana laicità dello Stato” (e par chiaro, allora, cosa voglia dire “sana”), la Chiesa lascerà che lo Stato faccia da solo, fintanto che non sia necessario il suo richiamo.

Facciamo un esempio: il matrimonio. Il matrimonio è un sacramento, l’ha istituito Dio, è indissolubile. Nel caso lo Stato stia per legiferare in favore del divorzio, è chiaro che sta tradendo “l’essenza stessa dell’uomo”, sta andando incontro ad esigenze non “autentiche”: la Chiesa deve intervenire e, a quel punto, se la laicità dello Stato è davvero “sana”, il progetto di legge in favore del divorzio deve essere ritirato. Nemmeno avrebbe senso discuterne in Parlamento, perché la ratio che l’ha proposto è sporca, ma per fortuna l’intervento della Chiesa l’ha “purificata”. Deo gratias, la società è salva. E, infatti, “non commettiamo alcuna violazione della laicità dello Stato  ha spiegato Ratzinger – ma contribuiamo piuttosto a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società”. La nostra lorda ratio l’aveva, pur confusamente, intuito.

Il concetto di “purificazione”, dicevo, era già stato espresso nell’enciclica Deus caritas est, anche se non era certo originale: era stato preso dall’enciclica Fides et ratio di Karol Wojtyla.

Nella Fides et ratio si legge: “Due sono gli aspetti della filosofia cristiana: uno soggettivo, che consiste nella purificazione della ragione da parte della fede. Come virtù teologale, essa libera la ragione dalla presunzione, tipica tentazione a cui i filosofi sono facilmente soggetti […] Vi è poi l’aspetto oggettivo, riguardante i contenuti: la Rivelazione propone chiaramente alcune verità che, pur non essendo naturalmente inaccessibili alla ragione, forse non sarebbero mai state da essa scoperte, se fosse stata abbandonata a sé stessa […] A quest’ambito appartiene pure la realtà del peccato, così com’essa appare alla luce della fede, la quale aiuta a impostare filosoficamente in modo adeguato il problema del male” (Fides et ratio, 76).

Joseph Ratzinger fa le glosse: “La dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale. Questo significa che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare. Trattandosi di un compito politico, questo non può essere incarico immediato della Chiesa. Ma siccome è allo stesso tempo un compito umano primario, la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili” (Deus caritas est, II, 28).

Torniamo al divorzio, cui lo Stato potrebbe dare il placet solo in forza della sua ratio tendenzialmente “presuntuosa”: la Rivelazione propone chiaramente tra le sue verità che il divorzio è peccato (la cosa, forse, “non sarebbe mai stata scoperta”, se lo Stato fosse stato “abbandonato a sé stesso”); la Chiesa si fa carico della Rivelazione; lo Stato, se vuole calibrare “il problema del male” come si deve, raccoglie la “proposta” della Chiesa; e, oplà, niente divorzio. Non sarà superfluo ripeterlo: Deo gratias.

Rimane un problema: il tramite tra Rivelazione e Parlamento. E’ sempre Ratzinger a spiegarci, stavolta in una nota di accompagnamento alla sua enciclica per il n. 6/2006 di Famiglia Cristiana, che l’aveva in allegato: Di sua natura la Chiesa non fa politica in prima persona, bensì rispetta l’autonomia dello Stato e del suo ordinamento. La ricerca di questo ordinamento della giustizia spetta alla ragione comune, così come la politica è interesse di tutti i cittadini. Spesso, però, la ragione è accecata da interessi e dalla volontà di potere. La fede serve a purificare la ragione, perché possa vedere e decidere correttamente. È compito allora della Chiesa di guarire la ragione e di rafforzare la volontà di bene. In questo senso – senza fare essa stessa politica – la Chiesa partecipa appassionatamente alla battaglia”.

Sappiamo come: mandando i suoi zuavi in Parlamento.



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