Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
ven 20 ott. 2017
  cerca in archivio   NOTIZIE RADICALI
La "libertà di vietare"

7 giugno 2006

di Luigi Castaldi

“Senza aggredire la libertà che disumanizza e denaturalizza e derazionalizza il mondo, nessuno potrà riconquistare la libertà razionale che sta anche nel cuore della fede cristiana e in due millenni di cultura cristiana”. Non ha importanza chi abbia scritto quanto nel virgolettato qui riportato, ha importanza cosa veramente voglia significare. Almeno per il momento.

C’è – ci sarebbe – una “libertà che disumanizza e denaturalizza e derazionalizza il mondo”. La particella de- (di-) è reiterata e non lascia adito ad ambiguità interpretative: trattandosi di particella con valore privativo, questa libertà rende – renderebbe – il mondo deserto di tre elementi (uomo, natura e ragione).

E’ possibile qualcosa del genere? E’ immaginabile – voglio dire – qualcosa che privi il mondo di uomo, natura e ragione? Forse si tratta di un espediente retorico. Può darsi, cioè, che si intenda dire: questa libertà cambia il mondo, spiana la strada ad un nuovo modello antropologico, ad una nuova interpretazione del concetto di natura, ad un nuovo uso della ragione. Se è così, la reiterazione della particella privativa mira ad ottenere un effetto retorico di movimento dall’alto verso il basso per indicare un movimento dal vecchio al nuovo: questa libertà, in realtà, non svuota, ma rinnova.

Ma perché ciò che qui abbiamo reso con la reiterazione di nuovo (nuovo modello antropologico, nuova interpretazione del concetto di natura, nuovo uso della ragione) dovrebbe essere reso con una reiterazione di privazione? Non c’è altra spiegazione: chi ha congegnato la frase a questo modo è un conservatore, vede nel nuovo una privazione. E’ chiaro che alleghi un valore positivo a un certo modello antropologico, ad un certo concetto di natura, ad un certo uso della ragione. Qui – avrete notato – ho messo in evidenza un’altra reiterazione, e non a caso ho usato il termine certo, che ha due accezioni, qui coincidenti: determinato (dato, indubitabile, indiscutibile, ecc.) e sicuro (solido, collaudato, fidato, ecc.).

Dobbiamo fermarci qui? La frase non può dirci altro? No, può dirci molto ancora. Soprattutto se poi allargheremo lo sguardo al testo nel quale è contenuta.

 

Fin qui, poggiando solo sull’effetto del suo espediente retorico, il conservatore ha voluto persuaderci che il nuovo (e la libertà che lo muove) minaccia tutto ciò che è dato (in quanto tramandato); ciò che è indubitabile (perché basta il dubbio a vulnerarlo); ciò che è indiscutibile (perché avrebbe in sé stesso ogni evidenza positiva, come è d’ogni tautologia).

Fin qui, il conservatore ha voluto persuaderci che il nuovo minaccia ciò che è solido (ma non abbastanza, evidentemente, se deve poggiare su un marchingegno retorico che dissimula una tautologia). Il conservatore ha voluto persuaderci che il nuovo minaccia ciò che è collaudato (e, cioè, cum laude); ciò che è fidato (che, cioè, regge su una fede, su un credo che è tanto forte quanto più l’oggetto si compiaccia di darsi come absurdum).

Quest’ultimo elemento (la fede) non è poi così tirato per i capelli in questo mio commento, perché – con le parole nel virgolettato – questa “libertà che disumanizza e denaturalizza e derazionalizza il mondo” è da “aggredire”, se si vuole “riconquistare” ciò che essa, in parte, ha già fatto perdere: “la libertà razionale che sta anche nel cuore della fede cristiana e in due millenni di cultura cristiana”. Tutto ciò che è cristiano può reggere solo in Cristo. E senza fede Cristo non regge. Tutto ciò che cristiano non regge senza fede, dunque? Non proprio, perché ciò che bisogna difendere dal nuovo “sta anche nel cuore della fede cristiana, ecc.”. C’è scritto “anche”. E’ un “anche” necessario, perché chi ha scritto la frase all’incipit di questo mio commento dichiara di non avere fede: è Giuliano Ferrara; la frase è tratta da un suo editoriale, sul Foglio di lunedì 5 giugno.

 

Se non solo nella fede (e in ciò che essa regge), dove sta “anche” la “libertà razionale” che si può “riconquistare” aggredendo (quella che nel titolo dell’editoriale è detta) “la ridicola libertà di chi non ammette divieti”? In altri termini: dove può essere la radice della “libertà razionale” che è non solo nella fede? E’ chiaro: nei “divieti”. Siamo alle solite: se il nuovo dà qualche preoccupazione al conservatore, è perché esso tende a ridurre progressivamente i “divieti”, allargando la sfera dei diritti individuali.

La Storia ha dimostrato che questa sfera può ampliarsi solo a discapito dei “divieti”, di cui è zeppa la tradizione – in primo luogo, quella cristiana. Se il cristianesimo serve a questo conservatore, è solo perché i “divieti” che gli dànno la consolatoria sensazione di determinazione e sicurezza sono incidentalmente nel cristianesimo. Incidentalmente (storicamente) il cristianesimo è cattolicesimo: è come dire 2 + 2 = 4, e allora “quando Ratzinger dice che l’occidente da due secoli fugge dal cristianesimo e che i cristiani devono difendere la famiglia e la vita, dice bene […] Dice bene, il Papa” – viva il Papa, basta che ci assicuri almeno il tentativo di restaurare un sacco di “divieti”.

Sì, ma un tal argomentare ha bisogno del botto finale, sennò non c’è sfizio. Oplà, “senza la libertà di vietare, niente libertà”. Suona bene, sembra il campanaccio appeso al giogo.

Anche questa è fatta, ‘nnamo a magna’.



IN PRIMO PIANO







  stampa questa pagina invia questa pagina per mail