Comincia bene Cambiare regime. La sinistra e gli ultimi 45 dittatori, di Christian Rocca (Einaudi, pagg.254, 14,50 euro). Comincia con una citazione di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace 1991: “Per favore, usate la vostra libertà per promuovere la nostra”. Aung San Suu Kyi è la coraggiosa, indomabile dissidente birmana da anni perseguitata dai dittatori di quello sventurato paese (chi fosse interessato a conoscere meglio la sua storia si procuri il suo bel libro Libera dalla paura, Sperling & Kupfer, con testimonianze tra gli altri, di Vaclav Havel e Desmond Tutu). Ma torniamo a Rocca e al suo Cambiare regime. L’incipit è molto intrigante: “E’ molto semplice. Se gli altri sono liberi, noi siamo più sicuri. Meno dittatori vuol dire meno guerre. Se i governi dipendono da un voto, tendono a non torturare i propri elettori. Promuovere la democrazia e cambiare i regimi tirannici non è soltanto un impegno morale o un’aspirazione ideale, magari ingenua o sognatrice. E’ una scelta necessaria, l’unica percorribile, la sola conveniente. Questa dottrina democratica e liberatrice ha un pregio: è giusta…”.
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La scelta delle parole non può essere figlio di un caso. Così Rocca non ha scritto: “esportare la democrazia”. Piuttosto: “Promuovere la democrazia e cambiare i regimi tirannici”. Se la storia insegna qualcosa, questa “promozione” non è solo giusta, ma anche saggia: “Tra il 1816 e il 2004 sono state combattute 381 guerre, nessuna delle quali tra due democrazie…”.
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Finito di leggere il libro, mi sono accorto d’averlo letteralmente massacrato con sottolineature, note a margine, richiami. Per esempio: si è dei bellicisti assetati di sangue se giunti a pagina 23 si concorda con l’affermazione: “Invadere un paese, destituire un dittatore e poi abbandonare a se stesso il popolo liberato non è sufficiente, genera ulteriore caos”? E forse sono un neo-imperialista, un neocon più o meno ateo o più o meno devoto, perché quando arrivo a pagina 41 mi accorgo di condividere l’affermazione: “Per quanti errori possano essere stati commessi nella strategia di democratizzazione, l’alternativa non può essere certo quella di tornare a ciniche e fallimentari forme di Realpolitik. Piuttosto ci vogliono politiche che inneschino il circuito virtuoso dello sviluppo economico, appoggio ai gruppi autenticamente democratici”. Prima di dare una risposta, però, attenzione: la frase che avete appenaf letto è sì citata da Rocca nel suo libro, ma è parte di un articolo di Renzo Guolo, uno dei più seri studiosi di vicende mediorientali, apprezzato collaboratore di Repubblica. Va certamente depurata dall’inevitabile retorica, ma che ne dite di questa citazione che ritrovo a pagina 119: “Facciamo sapere a ogni nazione che ci vuole bene o male, che noi pagheremo ogni prezzo, sopporteremo ogni amico, ci opporremo a ogni nemico per assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà ”? Attenzione: non è George W. Bush che parla, magari a bordo dell’Intrepid, o Dick Cheney, non è Condoleezza Rice, non è Donald Rumsfeld; è piuttosto parte di un famoso discorso di John F.Kennedy, del 20 gennaio 1961. E sentite un po’: “Promuovendo la democrazia e l’economia di mercato facciamo di più che onorare i valori universali sui quali la nostra nazione è stata fondata”. Chi lo ha detto? Un signore che si chiama Warren Christopher, segretario di Stato del presidente Bill Clinton. E per continuare questo gioco di citazioni: “l’Irak di Saddam Hussein era uno Stato totalitario. Era un paese nel quale la gente veniva uccisa e torturata. In questo caso sto guardando la realtà attraverso gli occhi del prigioniero politico a Baghdad, e in quest’ottica sono molto grato a coloro che hanno aperto i cancelli delle prigioni e hanno messo fine alle uccisioni e alle torture. In secondo luogo l’Irak era un paese che sosteneva gli attentati terroristici in Medio Oriente e nel resto del mondo. Ritengo che l’11 settembre sia stato il giorno in cui è scoppiata la guerra contro il mio stesso lavoro e la mia stessa persona. Anche se non siamo perfettamente certi dei legami esistenti, l’Irak è stato uno di quei paesi che non hanno ammainato le bandiere in segno di lutto l’11 settembre…”. Tranquilli, non è il reverendo fondamentalista Pat Robertson, e neppure Jerry Falwell, quello che viene citato nelle pagine 149-150. Risposta sbagliata, se lo avete pensato. Si tratta di Adam Michnik, leader del movimento sindacale “Solidarnosc” e direttore del più importante quotidiano polacco, Gazeta Wyborcza, e non dovrebbe del resto essere una novità quello che dice: lo si può leggere anche su un numero di qualche anno fa di Micromega, la rivista di Paolo Flores d’Arcais. E ha forse torto il premio Nobel per la pace 1996 José Ramos-Horta, quando ci dice: “Sembrano essersi dimenticati che sotto la tirannia di Saddam sono morte centinaia di migliaia di persone, uccise da un regime che era il simbolo concreto del terrore, delle esecuzioni sommarie, della tortura e dello stupro”.
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Arrivati a pagina 156, si è estremisti di destra, militaristi, traditori dell’articolo 11 della Costituzione, se si sottoscrive ogni parola e ogni virgola di quello che segue? “Gli epigoni dei partigiani della pace…mai una volta che siano scesi in piazza contro le pulizie etniche di Saddam o di Milosevic, contro il genocidio in Ruanda, contro la repressione castrista, contro il dramma in Darfur, contro gli attentati terroristici palestinesi. Scendono in piazza soltanto per criticare l’America e Israele. Ascoltate questa, ha scritto Christopher Hitchens ai suoi ex amici di sinistra, da quella mattina dell’11 settembre, gli Stati Uniti sono in guerra contro le forze della reazione. Devo davvero dimostrarlo? L’annullamento della cultura e della musica a opera dei talebani non basta? E le donne ridotte in schiavitù? La carneficina dei musulmani sciiti in Afghanistan? La bomba a Bali che, massacrando così tanti turisti australiani, è stata una deliberata vendetta contro il tardivo aiuto australiano a Timor Est? Non dimenticate mai che i fondamentalisti islamici non sono contro ‘l’impero’. Combattono piuttosto, e con orgoglio, per la restaurazione del loro perduto califfato…”. Â
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Sì, poi fa molto bene Rocca a ricordarci chi siano per esempio certi “campioni” della pace senza “se” e senza “ma” come Ramsey Clark, o il deputato britannico George Galloway; per non parlare del molto celebrato regista Michael Moore, di cui si ricorda l’istruttivo episodio, quand’era direttore di Mother Jones, che ebbe per vittima Paul Barman (per inciso: da poco Einaudi ha pubblicato il suo bel Sessantotto, la generazione delle due utopie). E’ opportuno ricordarci affermazioni gaglioffe di cui sono stati capaci il neo-parlamentare di Rifondazione Comunista Francesco Caruso (che non vede differenza tra Hamas e Clemente Mastella, e anzi, preferisce la prima al secondo), o il professor Gianni Vattimo, che ha paragonato un tagliagole psicopatico come Abu Musab al-Zarqawi con i partigiani della Resistenza italiana.
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Qualche giorno fa il Corriere della Sera ha pubblicato un’intervista a Emma Bonino, che solo un idiota può sospettare sia animata da vocazioni belliciste. Parlava dell’Afghanistan, e contestava quanti invocano e predicano disimpegno e ritiro da quel paese: “…C’è bisogno di maggiore impegno, militare e non solo…sono convinta che ci sia bisogno di maggiore impegno internazionale…Mancano ancora strade, elettricità . Ma si è votato e si vedono milioni di ragazze con i loro librettini in mano. E la presenza militare è indispensabile…”. Lo stesso giorno su Repubblica Mario Pirani, un intellettuale da sempre collocato su posizioni di sinistra, scriveva che in Afghanistan, al di là degli errori commessi, gli americani e gli occidentali in genere hanno portato un minimo di libertà dopo il regime integralista dei Talebani, un regime che aveva trasformato l’esistenza della popolazione in un incubo medioevale. Oggi, annotava Pirani, “comincia a farsi strada una qualche speranza di vita civile di cui godono soprattutto le donne…Orbene, solo la presenza delle forze armate internazionali impedisce all’Afghanistan di essere di nuovo preda dell’integralismo più selvaggio che si conosca”.
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In effetti sono commoventi le immagini, i filmati che mostrano le donne sorridenti e con le dita macchiate di inchiostro in segno di vittoria dopo aver potuto votare; quei bambini tornati a poter giocare con gli aquiloni, che possono studiare, giocare a pallone. Dunque, l’intervento prima, la presenza dopo in Afghanistan, è stata opportuna, giusta, necessaria. Ed è giusto, opportuno, necessario aver fatto quello che si è fatto; come in Kossovo, ad Haiti, a Timor Est, come sarebbe urgente, necessario e opportuno intervenire in Darfur.
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Puntualizzato questo, è tempo di confessare una nostra confusione. Perché restare a Kabul è giusto, e non è giusto restare a Baghdad? Perché va bene cercare di garantire un minimo di libertà e di democrazia agli afgani e non agli iracheni? La dittatura dei Talebani è più odiosa di quella di Saddam? I tagliagole di al Qaeda in Afghanistan sono meno terroristi e farabutti di quelli che si trovano in Irak? Gli americani in Afghanistan non hanno la stessa divisa di quelli in Irak? E l’Occidente non ha gli stessi doveri, le stesse responsabilità , le stesse convenienze in Afghanistan e in Irak? E allora: perché in un paese è opportuno restare, nell’altro è urgente andare via? Solo perché in Afghanistan c’è stato il timbro dell’ONU, e in Irak questo timbro è arrivato dopo? E che risposta si dà alla domanda: agli iracheni chi ci pensa? Li lasciamo soli, ora? O la nostra buona coscienza si acquieta perché ci sono americani e britannici a farsi carico anche della nostra quota di responsabilità ?
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Sono consapevole che una risposta a queste domande non è semplice; ma la si dovrà trovare, non tanto e non solo per la vicenda irachena. Se andiamo a pagina 16 del libro di Rocca, troviamo un passaggio: “A chi ha contestato la scelta irachena, proprio perché nel mondo esistono altre dittature, il socialista liberale Tony Blair ha ribattuto: mi chiedono perché non facciamo fuori anche Mugabe e la giunta birmana. Ok, sbarazziamoci di tutti. Non lo facciamo perché non possiamo, ma quando si può, si deve farlo”.
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Anche qui occorre fare attenzione all’uso delle parole. Ignoro che termine abbia usato in inglese Blair, ma la traduzione “sbarazziamoci” non necessariamente implica un’opzione militare. Nell’ultima parte del suo libro Rocca parla dei dittatori rimasti quelli censiti da Freedom House, l’organizzazione fondata da Eleanor Roosevelt. E qui veniamo a quel che il nostro Matteo Mecacci ha detto presentando in Italia lo studio sulla transizione dalla dittatura alla democrazia: “Il rapporto di Freedom House e dell’International Center on Nonviolent Conflict contiene una serie di raccomandazioni alla classe politica. Quando le forze interne non ce la fanno, è necessario l’intervento dall’esterno, ma questo non può essere soltanto militare. Gli Stati Uniti sostengono i gruppi democratici, l’Italia invece è molto indietro e preferisce investire nel vecchio settore, quello dei generi alimentari, dei medicinali e degli aiuti per scuole e ospedali” (pag.45).
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Peccato che Rocca non abbia ritenuto di approfondire di più la cosa. Il progetto dell’Organizzazione mondiale della e delle democrazie potrebbe costituire uno strumento per promuovere (senza esportare) la democrazia in quei paesi che sono oppressi dalle dittature, quell’usare la nostra libertà per promuovere la loro, per dirla con Aung San Suu Kyi. Scorro l’indice dei nomi: Bonino, tre; Daniele Capezzone, due; Mecacci, tre; Marco Pannella, cinque.
Di Bonino si ricorda la conferenza regionale intergovernativa sulla democrazia di Sana’a del 10 gennaio 2004 (pag.32); il suo arrivo, assieme a quello di Pannella, “certamente rafforza l’ala democratica e antitotalitaria della coalizione” guidata da Romano Prodi (pag.45); si ricorda che, “i radicali di Pannella, Bonino e del loro plenipotenziario sulle questioni pro-democracy Mecacci…” hanno partecipato ai lavori del Forum per il Futuro a Savannah (pag.227). Di Capezzone si ricorda una polemica con Giuliano Amato (pag.109); e (pag.205) la firma ad un appello che mette in guardia sulle politiche e gli assetti che va assumendo la Russia (sottoscritto tra gli altri, da Max Boot, James Woolsey, Michael Ledeen, Joshua Muravchik, Zbigniew Brzezinski, Timothy Garton Ash, Ronald Asmus, Newt Gingrich, Angelo Codevilla, Vladimir Bukovsky, Radek Sikorski, Azar Nafisi, Matteo Mecacci). Marco Pannella, oltre che nelle occasioni già citate, viene ricordato per essere un campione dell’Italia antifascista e al tempo stesso anticomunista, autenticamente democratica insomma (pag.104-105); per un rimprovero a Paul Barman, che in un suo libro ha raccontato “l’epopea di Fisher, dei francesi Bernard Kouchner e Daniel Cohn-Bendit, del polacco Adam Michnick…”, e ha invece trascurato le esperienze di Adriano Sofri e di Marco Pannella. Perché questa elencazione pedante e notarile? Per documentare quella che giudico una lacuna nel pur raccomandabile – e come ho detto - bel libro di Rocca: parlando di promozione della democrazia, di Irak, di guerra, di come intervenire per rimuovere dittatori ecc, non era opportuno un capitolo dove si raccontasse, nel dettaglio come si cercò di scongiurare la guerra, proponendo l’esilio a Saddam e un mandato transitorio dell’ONU in Irak? S’era ad un passo dal raggiungere l’obiettivo, che non era solo la “visione” utopista di Pannella e dei radicali. Perfino un furbetto come Francis Fukuyama mostra d’aver compreso che è stato un errore insistere più “sulle mancanze delle Nazioni Unite nello scandalo Oil for Food (e andava fatto, beninteso; e in Italia più di quanto non sia accaduto, ndr) piuttosto che pensare al modo di fondare un’organizzazione di democrazie che creasse incentivi per migliorare la democrazia e le capacità di governo nel mondo” (in America al bivio, Lindau edizioni, pagg.213, 19,50 euro). Non è tanto per appuntare sul petto di Pannella medagliette di “più bravo”, figuriamoci se di questo vive e ha bisogno (anche se la cosa non guasterebbe, ogni tanto). Però sicuri che dagli errori del passato non si ricavi qualche utile ammaestramento per l’oggi e il domani?    Â