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Comunitari o liberal?

29 giugno 2006

di Luigi Castaldi

La tesi di Marcello Veneziani, esposta nel suo Comunitari o liberal. La prossima alternativa? (Laterza, 2006), è che destra e sinistra siano categorie logore. Una corretta lettura degli eventi che profilano il millennio appena inaugurato sarebbe possibile su una nuova dicotomia, nel titolo del suo volume. Il problema nasce già dai termini che Veneziani sceglie per caratterizzare i fronti – perché di opposti irriducibili si tratta, non meno di quanto lo fossero destra e sinistra, e anzi più irriducibili di quanto destra e sinistra abbiano dimostrato essere sul piano storico. Veneziani sceglie un termine italiano (comunitario) ed uno anglosassone (liberal), quasi a suggerirci che la scelta (come è possibile non scegliere, se la questione si pone su una dicotomia irriducibile?) sia tra qualcosa di nostrum e qualcosa che non ci appartiene. Ma questo è inevitabile quando, nel definire ciò che separa due fronti, si implicita un’opzione di campo. Nel definire ciò che pone la prossima alternativa, Veneziani avrebbe potuto scegliere la coppia tradizionalismo/modernismo, stato organico/liberaldemocrazia, familismo-tribalismo/individualismo, ecc. Ma il problema non si riduce al modo in cui si delineano i pre-requisiti storici, antropologici, culturali, psicologici e politici dei fronti, il problema è nel modo in cui, secondo Veneziani, questi fronti evolverebbero: scegliere se essere comunitari o liberal sarebbe questione fatale, la destinazione sarebbe destino, la nostra scelta sarebbe in qualche misura problematica, e il problema sarebbe la globalizzazione (sullo sfondo, uno Stato etico planetario).

In cosa, il comunitarismo? Nel senso del radicamento in un orizzonte sociale e culturale avvertito come orizzonte comune, plurale e significativo. Comunitario è chi assegna valore all’identità, alla provenienza, dunque all’origine; e alle vie che conducono alle radici, come le tradizioni. Comunitario è chi assegna valore al legame sociale, religioso, familiare, nazionale, che non vive come vincolo ma come risorsa. Per il comunitario il legame non è la catena che ci imprigiona e ci limita nella libertà ma il filo d’Arianna che ci lega ad altri e ci sostiene. Il confine non è il male ma ciò che garantisce in concreto la sfera del nostro essere e il nostro agire. Comunitario è chi ritiene che ogni Io abbia un luogo originario o eletto, che avverte come patria; per lui non è insignificante o fortuita la sua origine o la sua destinazione, i suoi legami […] Il comunitario infine è colui che assegna importanza al comune sentire, ai riti, le usanze e i costumi di un popolo. Importanza non sociologica o folcloristica, ma vitale, come modelli di riferimento per orientarsi”. Qual è l’elemento che costituisce la rottura rispetto a ciò che Veneziani definisce liberal? “Quel che il liberal vede come frutto di una lotteria del caso, il comunitario vive come evento significativo, se non voluto da un destino o una provvidenza”. E’ evidente, ancorché implicita, l’opzione di campo, lì dove il caso è lotteria (cieca, disordinata e insensata rottura di una linearità di senso) e dove al destino si assegna un senso che provvede all’uomo, per suo conto, perché lo trascende. Il problema è, nel fondo, la trascendenza: per il comunitario, “la realtà non è […] una possibilità tra le altre da cui liberarsi [nel caso non soddisfi le esigenze dell’uomo], ma è ciò che ci definisce, ci identifica, ci chiama a un ruolo, a un senso e a un compito [ponendo le esigenze dell’uomo in secondo piano rispetto all’ordine primigenio nel quale è stato posto]. Nel fondo, l’opzione è tra una dimensione creaturale dell’uomo o nell’assunto del suo inalienabile diritto all’autodeterminazione: quest’alternativa, sì, è nuova – e davvero rende obsolete categorie come destra e sinistra.

La rottura con la dimensione trascendente (la secolarizzazione che desacralizza l’ordine nel quale l’uomo è creatura di Dio o della natura – mai come qui Dio e natura sono altro che umano, perché anticipano l’uomo) è rottura con la tradizione: per Veneziani è il liberal che spezza la linearità di senso posta da un ordine che deriva da un disegno trascendente e che produce destino. Ciò che oppone liberal a conservative” è un combinato di empirismo metodologico e idealismo morale”, è “l’idea di emancipazione, di liberazione dai legami, nel progetto di un’umanità liberata. Un’idea che si coniuga con la deterritorializzazione, il superamento dei confini, l’universalismo. Liberal è colui che punta sull’emancipazione dell’individuo dai vincoli sociali, territoriali, familiari, tradizionali. La cultura liberal è una corda tesa tra individualismo e internazionalismo, nel progetto di formare un cittadino del mondo. La sua azione politica è percorsa da un’idea correttiva della realtà: bisogna modificare l’esistente che non è [non sarebbe, per il liberal, com’è invece per Veneziani] frutto del destino o dei disegni della provvidenza, ma è pura casualità, gioco fortuito delle combinazioni, lotteria [ancora!], ingiustizia da rimuovere. L’incidenza della «natura» intesa come origine va ridotta: sia perché la cultura è concepita come emancipazione dalla natura, dall’origine; sia perché quel che definiamo natura è spesso per il liberal solo stratificazione storica, proiezione di un dominio culturale, convenzione accumulata nel tempo. Si può dire che il liberal sia proiettato nella dimensione del possibile, del non ancora, dunque del futuro. Ma si potrebbe anche sostenere da un punto di vista critico l’esatto opposto: il liberal in realtà ha un solo antagonista, l’Origine, il reale, […] La sua libertà non è ‘in vista di’ ma ‘liberazione da’ […] [la rottura di] un perimetro basilare di principi condivisi [almeno fino a quando un perverso malvagio illuse gli uomini con la promessa della ‘liberazione da’ – a questo punto è lecito dire – ‘liberazione da’ sé stesso: disumanizzazione].

C’è un punto sul quale tutto ciò si esplicita in modo drammatico, e perciò massimamente evidente? Certo, è la frontiera genetica e bioetica, la linea dove i fronti hanno ammassato il grosso delle rispettive forze. Cosa è più autodeterminativo, cosa rompe di più l’ordine trascendente, se non la dimostrazione che la natura è cultura e che Dio è creatura dell’uomo? La possibilità di concepire l’uomo come realtà automodificantesi implica un disegno in fieri, fuori da una immutabile traccia trascendente, rende l’uomo responsabile di fronte a sé stesso, senza più figure provvidenti che se ne prendano cura. Per un tradizionalista può essere il panico puro, non si può esorcizzarlo che in un modo: considerare l’autodeterminazione un pericoloso sogno di onnipotenza, invece che l’umano, paziente, instancabile cammino verso una più decente esistenza.

Non siamo lontani da quando Veneziani, pur sempre in un fronte opposto al nostro, cantava le bellezze dello stato organico e rinfacciava alla sinistra di essersi “smarrita per una ragione molto semplice: perché ha abbandonato ogni idea di bene comune. Prima, seppure nella forma perversa dello Stato totalitario, sottoponeva l’idea della libertà individuale a qualche limite [e a Veneziani pareva poterlo ancora sopportare: lo Stato totalitario faceva le veci di Dio, dell’Origine – faceva le veci della tradizione, della cura parentale nella quale il trascendente (qui immanentizzato) prendeva in consegna l’uomo]. Crollata l’adesione a questa forma di Stato, è rimasto solo un atteggiamento libertario”, e la libertà sta sul cazzo a tutti cantori del Destino, come sorte senza scampo – a tutti quelli che senza un “comune sentire” non saprebbero bene cosa sentire – fascisti o comunitari che dir si voglia.



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