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Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
Anchise non ci pesa

6 luglio 2006

di Federico Punzi e Luigi Castaldi

Si sollevano questioni di “stile”: i radicali sono “movimentisti”, si dice, e un po’ settari, e portati al verticismo, fissati sui diritti civili; i socialisti dello Sdi, invece, sono “istituzionali”, con forte radicamento territoriale, più sensibili ai diritti sociali. Che ne facciamo di questi cliché? Ci indugiamo dentro per compiacere chi ce li proietta addosso dalle bottegucce della disinformazione e della provocazione? C’è qualcuno, oggi, che nella Rnp abbia espresso migliore “cultura di governo” di quanta ne abbia espressa e ne esprima una radicale come Emma Bonino? Una rappresentante del “movimentismo”, Emma? Quale socialista potrebbe liquidarne in questo modo l’esperienza e il pressoché unanime giudizio internazionale? E l’appello di Capezzone per gli outsider è  più “movimentista” o più “istituzionale”? Non sono abbastanza “socio-economiche” le questioni che affronta? Parrebbe il contrario: e allora, nessun esponente dello Sdi l’ha co-promosso?

Così, mentre già molti riconoscono alla Rnp il merito di aver svolto all’interno della maggioranza una funzione di pungolo (prima in campagna elettorale, poi con il manifesto-appello di Capezzone) per introdurre il tema scomodo delle liberalizzazioni nell’agenda di governo – mentre si potrebbero raccogliere i primi frutti – parliamo di “stile”? Piuttosto: siamo sicuri di crederci tutti nel liberalsocialismo?

Non sarà che, se i radicali sembrano “egemoni”, è perché gli altri stanno immobili in attesa che passi il torpedone e se li porti via nel Partito democratico di Veltroni e Rutelli? Se i socialisti si sentono “pannellizzati”, raccogliendo tutte intere le suggestioni lanciate dall’Avvenire, dal Foglio, dal Giornale, da Libero e da qualche socialista ansioso di raccogliere la diaspora sotto una quercia, non sarà per caso perché “villettizzare” i radicali pare inimmaginabile? Nessuna questione di “stile”: la questione è tra impiego politico e impegno politico. E Pannella, dunque, non può essere considerato zavorra, né dei radicali, né della Rnp – una volta per tutte, da radicali: Anchise non ci pesa, talvolta ci lascia un passo dietro.

Lo Sdi dovrebbe decidere: due posizioni come quelle di Cesare Marini e di Alberto Benzoni sono incompatibili, qualsiasi cosa si voglia costruire. Possiamo ripartire rilanciando il progetto della Rnp, ma solo facendo sgombro il campo da false questioni: ripartiamo dal liberalsocialismo, chiamiamo socialisti e radicali, liberali e laici, a farne un corpo vivo dove le differenze – se ce ne sono – siano feconde.

 

A nostro avviso, il messaggio centrale della lunga lettera di Biagio de Giovanni alla Segreteria della Rnp è in questa sfida: «dare valore decisivo all’idea centrale, al progetto accomunante, alla sua capacità di costituire, appunto, sintesi originaria». Le diverse «attitudini» non hanno bisogno di essere «schiacciate, mediate o smussate», ma di trovare ragioni ideali e politiche per coesistere. Serve la comune consapevolezza della necessità dell’azione liberalsocialista nel panorama politico italiano e «l’intesa sui temi da sollevare». Verrà «naturale», poi, che «uomini provenienti da consolidate storie diverse facciano valere i loro comportamenti che potranno ben restare diversi». L’importante è «l’orizzonte sintetico» in cui si inseriscono. E’ «sul progetto e sul suo senso generale, che bisogna trovare l’intesa», sulla «politica da fare», le «iniziative politiche visibili da prendere». I 31 punti di Fiuggi sono lì, aspettano di diventare nucleo e motore della politica della Rnp. Se più energie venissero spese nel definire meglio un progetto generale di società, più libera e più giusta, passerebbero in secondo piano le diversità sulla forma-partito. Cosa è mancato finora? Forse una cabina di regia che desse il ritmo e il passo, senza indugi ma senza irrequietezze. La Rnp, pur non essendo ancora un partito, aveva nella sua Segreteria questa occasione. Ma chi le ha impedito di riunirsi con frequenza?

 

«Nel mondo contemporaneo pensare insieme liberalismo e socialismo non costituisce più quell’ircocervo, quella sintesi impossibile di cui parlava Benedetto Croce»: è il contributo più prezioso offerto da Biagio De Giovanni a quell’idea di liberalsocialismo del terzo millennio che Pannella aveva non a caso individuato in una triade emblematicamente socialista (Fortuna-Blair-Zapatero), di un socialismo senza più illusioni socialdemocratiche che, gettati alle ortiche i vecchi dogmatismi statalisti e accettati i fondamentali principi del liberalismo, non fraintenda, come in passato, le proprie “ragioni”. L’uguaglianza, l’abolizione della miseria non si possono conseguire rendendo i cittadini sudditi dell’obolo assistenzialista, ma liberi tramite regole condivise e rispettate. Caduto il Muro di Berlino, finito il socialismo reale in Europa, anche la socialdemocrazia ha esaurito il suo compito storico. Per anni ha assicurato sviluppo e benessere alle società europee, ma i costi del suo modello di welfare sono incompatibili con la crescita economica e la corporativizzazione dello stato sociale ha messo in discussione libertà individuali e conquiste fondamentali dello stato di diritto. Se nel secolo scorso il costruttivismo ha sequestrato la sinistra, casa naturale delle istanze di libertà, e le socialdemocrazie ne hanno occupato lo spazio politico nei parlamenti democratici, oggi si presenta un'occasione unica per ricondurre la cultura liberale nel suo alveo naturale: a sinistra rispetto a un polo conservatore. Innesto finora vissuto con successo solo dalla sinistra britannica. A liberali e socialisti però, nel non concedere spazio a rigurgiti statalisti e costruttivisti, sta l’onere della prova, altrimenti si ritorna all’aborto di chimera.

La Rnp vivrà se saprà forgiare l’identità di una sinistra liberale e di governo nella contrapposizione alla sinistra neocomunista, il cui segno storico-politico è addirittura reazionario; vivrà se saprà sfidare con una proposta alternativa, nella forma-partito e nei contenuti politici, la mera riedizione del compromesso storico cattocomunista che sembra prendere corpo tra Ds e Margherita, che sarebbe micidiale per l’Italia e che qualcuno addirittura vorrebbe “democratico e cristiano”, attirandosi la sublime ironia di Emanuele Macaluso.

 

Riprendiamo dal liberalsocialismo, o ciascuno per la sua strada. Una visione della società come spazio vitale di individui che concordano regole comuni sulla base della libera autodeterminazione. Il liberalismo è una teoria politica il cui pacchetto di libertà, come colori che escono dallo stesso prisma, o è completo o non può divenire pratica. Rileggiamo On liberty di John Stuart Mill, non ci farebbe male.

Partiamo dalla scoperta del rapporto inscindibile tra libertà e giustizia nella loro unica radice: il diritto. Dalla difesa del diritto che, se è tutto, merita tutto. In un “regime” abitualmente fuori-legge, in una realtà oligarchica come quella italiana, la legalità è la prima tra le questioni sociali, perché alla legge scritta il più debole può appellarsi, non a quella del più forte o del più ricco. Partiamo dalla difesa dello Stato laico, in contrasto con l’idea che la società moderna non abbia più valori e la Chiesa ne sia l’unica depositaria, sapendo però distinguere tra questione vaticana (l’inquinamento della politica italiana da parte della Cei) e questione cattolica.

 

Un autorevole editorialista del New York Times, David Brooks, ha di recente avanzato un'ipotesi suggestiva riguardo le grandi divisioni politiche che ci attendono: «Se la politica americana potesse ricominciare oggi da una tabula rasa, la principale divisione non sarebbe tra destra e sinistra...», ma tra «nazionalisti populisti, di sinistra sulle questioni economiche, conservatori sui valori, realisti in politica estera» e «globalisti progressisti, liberisti in economia, liberali sui valori e interventisti democratici in politica estera». Il più autorevole portavoce di questi ultimi sarebbe Tony Blair. Dotiamoci di geni «globalisti progressisti».

 

[Questo editoriale a quattro mani è nato da uno scambio di opinioni tra gli autori sulla "crisi" aperta nella RnP dalle dimissioni di Roberto Villetti dalla presidenza del gruppo parlamentare. Anche se cestinato dalla redazione de Il Riformista (per limiti che mettiamo conto di individuare, appena avremo un po' di tempo), riteniamo utile proporlo a Notizie Radicali che forse l'avrebbe comunque riportato in rassegna stampa, nel caso.]



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