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Chi di Europa ferisce...

• da La Stampa del 1 settembre 2006, pag. 1

di Franco Bruni

Ieri Trichet ha aggiunto la sua voce a quella di Almunia per ricordare all'Italia che non può annacquare né spalmare la Finanziaria. L'Europa riduce i gradi di libertà del governo italiano nel modellare e dosare uno sforzo di aggiustamento pluriennale che è difficile da far digerire a tutta la maggioranza.

Il centrodestra ha governato per cinque anni aumentando spesa e deficit pubblici e cercando di ridimensionare la funzione disciplinatrice dell'Europa. Agli occhi degli italiani ha preso le distanze dai «burocrati» di Bruxelles, vantando il primato della politica sulle formule del Patto di Stabilità. E in sede europea ha molto contribuito ad ammorbidire il Patto. Germania e Francia erano più in deficit di noi: essere indulgenti con loro sarebbe servito a farci restituire il favore, quando l'aumento della spesa pubblica, con cui si oliava il consenso politico anche all'interno della Cdl, avrebbe fatto scattare l'allarme anche per i nostri conti. Nel frattempo l'opposizione di sinistra usava l'Europa per criticare il governo: non perdeva occasione per sottolineare come l'Italia stesse diventando in tutto meno europeista e più indisciplinata nei confronti dei vincoli comunitari alla sua politica economica. L'Europa è stata un'arma acuminata nella battaglia elettorale di Prodi contro Berlusconi.

L'ultima finanziaria del centrodestra, e l'ultimo Programma di Stabilità presentato a Bruxelles, poco prima delle elezioni, impostavano una correzione di bilancio ma badavano soprattutto a non essere in contrasto con il ritornello preferito del governo: «Non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani». Aumentare il debito è attraente per i governi: non solo perché permette di spendere per vincere le elezioni ma perché, se le elezioni si perdono, il problema del debito tribolerà il governo successivo riducendo le sue capacità di mantenersi in sella. Se poi il governo successivo sono i sinistri europeisti che amano mostrarsi ligi ai Patti con Bruxelles, per loro la vita sarà ancor più difficile. Dovranno davvero, da subito, mettere gli artifici contabili da parte e le mani nelle tasche degli elettori.

Ed è successo: il centrosinistra ha vinto, ha nominato ministro dell'Economia un campione assoluto di europeismo e ha cominciato ad attaccare lo squilibrio della finanza pubblica. Fra l'altro Francia e Germania hanno già corretto, o quasi, il loro eccesso di disavanzo, per cui quello italiano spicca ancor di più e la nostra «forza contrattuale» si riduce, nonostante sia difficile immaginare un duetto ministeriale che in sede europea abbia più credenziali e potenziali aperture di credito di Prodi e Padoa-Schioppa. I quali, se volessero avere un po' più di flessibilità per far digerire la correzione alla loro variegata coalizione, possono permettersene, paradossalmente, meno dei «Pierini» del governo precedente.

Possiamo immaginare che ai due, in qualche misura e in gran segreto, questo vincolo non dispiaccia, anzi: convinti che la severità di bilancio sia la giusta medicina per migliorare il futuro dell'economia italiana, sono contenti che la Commissione e la Bce abbaino quando gli spalmatori insistono troppo per addolcire la Finanziaria. Val quasi la pena di suggerir loro di abbaiare! Ma con gli alleati insofferenti può essere un gioco pericoloso. E non bisogna insistere troppo nell'identificare l'Europa, agli occhi dell'opinione pubblica, con i cattivi che vogliono si stringa la cinghia. Meglio cercar di convincere gli italiani che il riordino del bilancio è cosa buona in sé, indipendentemente da Trichet e Almunia. Anche perché se gli elettori si stizzissero con l'Europa si stizzirebbero anche con i politici europeisti. E chi di Europa ferisce...


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