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James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre

4 settembre 2006

di Luigi Castaldi

Perché la psiche umana ha bisogno dell’idea di Dio è il catenaccio che il numero monografico di luglio-agosto della rivista Liberal (Vedi alla voce Dio - 36/2006) pone al titolo di un articolo di James Hillmann: E’ il nostro antidoto alla hybris (pagg. 30-35, traduzione a cura di Aldo Piccato).

La lettura dell’articolo – estremamente interessante – offre uno spunto di riflessione su ciò che possa intendersi con bisogno, premesso che l’autore parla di un bisogno dell’idea di Dio, e non di quel bisogno di Dio sul quale s’imbastisce il coro degli altri contributi. Per capirci sul tipo di impostazione generale che s’è voluto dare a questo numero di Liberal basterà citare alcuni nomi della pattuglia neocon che firmano gli altri articoli:  Michael Novak, Marina Corradi, Roberto Formigoni, Gianni Baget Bozzo, Giorgio Israel, Anselma Dell’Olio. In questo contesto l’articolo di James Hillmann stride, e non poco, per i suoi contenuti: l’unico modo per non considerarlo capitato lì per sbaglio sarebbe fare un po’ di confusione tra Dio e idea di Dio – confusione che è indispensabile a reggere la teoria neocon di un Dio necessario al di là della sua esistenza o meno. Dio e idea di Dio sono equivalenti nella teoria neocon che prospetta una ripresa della tradizione classica per informare le democrazie occidentali, messe alla corda – si postula – dalla relativizzazione dei valori fondativi dell’Occidente.

Sulla differenza tra Dio e idea di Dio, invece, Hillmann non fa alcuna concessione – e in un punto scrive: “Un «dio» nella mente non può presupporre la «sua» esistenza al di fuori di essa. […] Sull’idea di dio, dove l’idea è intesa come un fatto psichico, non vi dovrebbe essere alcuna possibilità di discussione. L’idea è un dato psichico assiomatico, un archè della psiche. Come tale, «dio» ha una realtà psichica, il che non implica necessariamente che «dio» sia una creazione della mente, una proiezione umana presente solo nella mente. Come realtà psichica, tuttavia, «dio» vive nell’immaginazione”. Evidente il taglio junghiano, ma non si fa alcuna confusione sul fatto che “un «dio» nella mente non può presupporre la «sua» esistenza al di fuori di essa” e che “come realtà psichica, tuttavia, «dio» vive nell’immaginazione”.

Ancora più chiara la posizione in altri due o tre passaggi che non sarà affatto superfluo riportare e commentare: “Se la si pone nei termini di un bisogno, la questione diventa immediatamente di natura psicologica. Non ci troviamo nel campo della teologia […] Né ci troviamo nel campo dell’antropologia […] La psicologia studia i bisogni: le origini, la natura e la soddisfazione dei bisogni; ossia, se e perché la psiche umana ha bisogno di un’idea di Dio. È anche opportuno ribadire subito che la soddisfazione dei bisogni non implica la necessità dell’esistenza dell’oggetto di cui si prova bisogno”. E’ un’ottima base di partenza, sulla quale si possono innestare – a scelta – sia la teoria che definisce Dio come proiezione paranoica, sia quella che fa del “veluti si Deus daretur” una conscia (conscia?) accettazione del processo paranoico di proiezione.

Hillmann scrive: “Posso individuare diversi specifici bisogni soddisfatti dall’idea di dio. Primo, «dio» soddisfa il bisogno di una Spiegazione Semplice. La mente umana si sforza di comprendere la complessità di eventi come il dolore personale e la sofferenza di altre persone, le catastrofi naturali, la crudeltà arbitraria e l’ingiustizia, nonché le multiformi relazioni tra i singoli fatti separati del mondo di tutti i giorni. Se posso spiegare per mezzo dell’inscrutabile disegno di dio le complessità del regno della natura, o trovare una ragione per la malattia incurabile che ha colpito mio figlio, la mia mente non è più inquieta e il mio cuore è confortato. Un dio unico, anziché molti dèi o un dio bifronte, o un dio trinitario, o un dio concepito nei termini di un astratto deismo o diffuso in tutte le cose nel senso di un panteismo inteso come forza all’origine di tutti gli eventi, mi fa dormire sonni più tranquilli e la mia volontà è più pronta ad accettare tutto ciò che accadrà. Una sola risposta per tutte le domande. La soddisfazione ottenuta attraverso un spiegazione semplice delle cose si vede nel viso sereno e sorridente di chi ha trovato «la risposta»”. E’ beatitudine del tossicodipendente che finalmente ha ottenuto la sua dose.

“In secondo luogo – prosegue Hillmann – la confortante soddisfazione fornita dalla Spiegazione Semplice porta al raggiungimento di un’altra soddisfazione, più ampia e pervasiva ma anche più astratta e formale. L’idea di «dio» offre lo spunto e l’obiettivo della Speculazione Metafisica. Quest’attività sembra un tratto particolarmente caratteristico della mente umana, che inventa fantasie divine di ogni sorta, alcune concepite persino da piccoli bambini. «Dio» fornisce un termine per tutto ciò che rimane insondabile, che la mente umana non è in grado di raggiungere e afferrare […] Sebbene non possano essere logicamente attribuite a Dio (in virtù della imperscrutabilità a priori del divino), queste descrizioni metafisiche servono a mantenere attiva la facoltà speculativa e la sua ricerca metafisica per la spiegazione delle Cose Prime e Ultime. E tengono anche in vita l’idea di «dio». Insomma, quanto più ci occupiamo di questioni teologiche tanto più aumenta l’importanza di «dio». Le ossessioni aumentano sempre il valore del proprio oggetto”. Queste affermazioni assumono un carattere di vera e propria offesa agli autori dei rimanenti articoli del numero di Liberal – chissà perché s’è scelto di inserire questo articolo di Hillmann tra quelli di coloro che da qualche anno ci ossessionano con questo oggetto proprio per aumentarne il valore.

“Terzo: – scrive Hillman – «dio» soddisfa il bisogno di un concetto sufficientemente vasto e misterioso per racchiudere le esperienze del timore solenne, della rivelazione, dell’epifania divina e della grazia. La schiacciante realtà dell’esperienza vissuta fa presupporre l’esistenza di un «motore» altrettanto potente all’origine di tale esperienza” – e questo è il nucleo stesso del processo proiettivo cui sopra facevamo cenno. “L’idea di dio come potenza suprema dell’universo dà alla forza dell’esperienza della rivelazione un termine di valore equivalente, che soddisfa il bisogno di una conferma del transitorio evento epifanico e lo espande fino a dimensioni assolute, se non addirittura deliranti” – che sono pressoché costanti nella paranoia.

 

“Quarto: l’idea di dio offre anche una ragione soddisfacente per lo spontaneo impulso alla preghiera. Qualcosa e qualcuno per cui pregare, danzare, fare sacrifici commemorativi. Quale che sia l’angoscia o il rovescio della fortuna che mi spinge a inginocchiarmi e a chiedere aiuto o che mi fa innalzare un altare, tutto perderebbe senso se non si immaginasse un «dio» che ascolta. Quando prego, non do forse per scontata la presenza di un orecchio che ascolta e di un occhio che vede? La preghiera non è forse sempre rivolta a qualcuno, anche se non riceve risposta?”. Fin qui, con questi quattro punti, si fa chiara un’equivalenza tra ciò che Hillmann definiva “realtà psichica” e costruzione positiva (cioè storica) dei suoi meccanismi psicopatologici. Ma c’è un quinto punto che, in questo ambito, potremmo definire fisiologico: “Si può sostenere che «dio» è necessario, se non come causa prima creatrice dell’universo in tutto il suo ordine e la sua bellezza, almeno come causa finale (telos). «Dio» rappresenta l’immagine ideale della Perfezione, tanto per l’individuo che cerca di migliorarsi (imitatio Christi) quanto per il progresso del cosmo (Teilhard de Chardin). Indipendentemente dal fatto se le immagini di dio richiedano l’espressione della perfezione, lo stesso bisogno di perfezione deve essere spiegato”. E’ il meccanismo che risolve in sublimazione l’angoscia di scoprire che ogni telos è desumibile solo a posteriori.

Qui Hillmann fa una serie di affermazioni che sono nodali: “Se […] è illusoria, l’idea di un dio perfetto è soltanto un altro esempio di quella hybris umana che sarebbe pronta a volare fuori dall’esistenza sulle ali della speranza? Se l’idea di un dio perfetto soddisfa effettivamente un bisogno, allora sarebbe forse meglio lasciare non soddisfatto questo bisogno. […] Non c’è nessun bisogno di un’idea di dio come primum mobile tranne che per soddisfare il bisogno della Spiegazione Semplice. Non c’è nessun bisogno di un supremo garante dell’esistenza: dato che ogni catastrofe dimostra la precarietà e la fragilità della vita biologica e dello stesso pianeta, l’idea di «dio» come una sorta di assicurazione sulla vita è scomparsa già molto tempo fa o è stata un inganno fin dal principio. Non c’è nessun bisogno di «dio» come fondamento della morale, né nel senso di un giudice della fine dei tempi né di un occhio che vede tutto e che penetra persino nei pensieri e nei sentimenti più riposti. Se si tiene conto degli olocausti compiuti regolarmente su popoli religiosi e delle premeditate atrocità commesse in nome di questo o quel dio, appare davvero il colmo dell’ironia, se non addirittura una vera e propria idiozia, che si voglia fondare la morale su un’idea di «dio» dal quale provengano la bontà e la misericordia. Il confronto con le cose ultime e insondabili avviene in molti modi che non necessitano l’idea di dio. L’astrofisica, la matematica pura e la logica simbolica ne sono perfetti esempi. Né c’è bisogno di un «dio» per spiegare i miracoli che accadono nella creazione delle opere d’arte. Il rapimento della bellezza e i dubbi sulla giustizia portano la nostra mente a grandi profondità ed estreme distanze, ma non devono per forza arrivare a «dio» come loro destinazione finale. Una buona parte delle cose in cui l’uomo si impegna viene realizzata con successo indipendentemente da qualsiasi idea di «dio» […] Ciononostante, l’idea di dio soddisfa due essenziali bisogni della mia mente: il bisogno di sopravvivenza e il bisogno di sanità ed equilibrio”. E quale tossicodipendente non reputa indispensabile la sua dose per ottenere sanità ed equilibrio? Hillmann porta la questione ad un extremum: disavvezzare l’umanità o celebrare il trionfo dello spaccio? E qui l’articolo di Hillmann diventa neocon e definisce lo spaccio il male minore: “Per colpa della sua hybris - vale a dire di ciò che gli antichi greci consideravano l’innato titanismo (ambizione smisurata) dei mortali - l’uomo porta ovunque la distruzione, anche su se stesso. «Dio» rappresenta una potenza superumana che pone dei limiti alla hybris. […] L’istinto biologico della sopravvivenza non può soddisfare se stesso; per soddisfare i suoi desideri ha bisogno del mondo intero. Ma questo istinto vorrebbe «divorare il mondo»[…], senza mai fermarsi fino a quando non incontri qualcosa più potente di lui. Così, il timore di «dio» costituisce l’inizio se non della saggezza almeno dell’umiltà necessaria per la propria sopravvivenza e anche per proteggere il mondo dal titanismo della hybris umana. L’idea di dio sovrappone ai nostri desideri il riconoscimento di limiti, permettendoci di fare una riflessione interiore e di giungere a una più accurata valutazione del nostro potere”. Ce n’è quanto basta perché il timor di Dio – la proiezione delle censure del Super Io – si candidi a controllore di Thanatos, l’istinto di morte. Non si è mai capito se davvero esiste, e in ogni caso chi crede in Dio lo nega fermamente, se non per fargli fare capolino nel cattolicesimo sotto il nome di peccato originale – tutt’altra cosa da ciò che Freud descrisse nel suo Jenseits des Lustprinzips (1920).

Ma ecco il punto dove l’articolo di Hillmann offre un appoggio insperato alla teoria degli atei devoti di un “Dio che non esiste, ma è necessario”: “Se il bisogno di dio è anche il bisogno di un dio nel quale si possa credere (in quale altro modo stabilire la realtà oggettiva di ciò che è assolutamente insondabile se non per mezzo della fede?), allora la nostra domanda non riguarda più la psichiatria: «dio» come «realtà» e non come idea, perché la fede presuppone la realtà del suo oggetto. […] La fede in «dio» asserisce ipso facto la realtà di «dio»: nel momento stesso in cui crediamo in qualcosa, questo qualcosa esiste come fatto concreto o realtà in virtù della nostra fede in esso”. Si rispolvera la fenomenologia di Edmund Husserl, evidentemente. Ma, anche su di essa, infine, è indispensabile un atto di fede. A noi interesserebbe un motivo – solo uno – e dimostrabilmente senza alternative – perché l’idea di Dio, fatta Dio (bypassando ogni teologia), trovi una comprovata ratio. Hillmann offre la seguente:

 

“La salute e l’equilibrio della mente trovano una protezione nella sfera della religione e del suo apparato, dove la credenza in «dio» è contenuta da rituali, autorità, testi, istituzioni, regole, ecc., insomma tutta quella ricca elaborazione della fantasia che si esprime nel comportamento religioso. La religione offre la possibilità di discutere una credenza, di sottoporla a esegesi, di trasformarla in rito, di annunciarla al mondo o di condannarla all’inquisizione. Una molteplice serie di pratiche dà al contenuto illusorio di «dio» un sicuro rifugio, un orientamento, persino una disciplina. Queste pratiche danno un ordine al passare dei giorni e degli anni, alle fasi della vita, creano un senso di appartenenza e uniscono gli individui su uno stesso percorso. Fenomeni psicologici come visioni, stati di eccitazione, senso di persecuzione, parole ossessive, rapimenti erotici, ordalie e calvari, la desolazione della peccato, e qualsiasi altra autotortura e megalomane rivelazione: tutto ciò può essere ricompresso dall’idea di dio, dando a queste incursioni una nobile fonte e uno scopo, e offrendo un significato per la particolare posizione del singolo individuo nello schema generale delle cose. Naturalmente, il valore pratico della religione come difesa dalla follia paranoica può essere superato dal rafforzamento della credenza che le pratiche religiose consentono. Tuttavia, in definitiva, l’idea di dio incardinata nelle universali invenzioni della religione sembra essere il modo con cui la psiche tiene a bada le sfrenate follie che «dio» può spingerci a commettere. Inoltre, l’idea di dio alimenta un rispetto sostanziale per i contenuti di rivelazione di un’illusione, che altrimenti degenerano in semplici sintomi”. Ma questa prospettica hillmanniana appare a chi ha redatto questo post solo un espediente per accreditare la più comune forma di paranoia come via d’uscita dalla paranoia. Dev’essere questa la ricetta di chi ha scelto l’articolo di Hillmann per il volume monografico di Liberal. Sembra ricetta speciosa e un pochetto ipocrita. Non accettabile, spiacente.



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