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Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia

6 settembre 2006

di Luigi Castaldi

Comincia a trapelare qualcosa di quello che s’è detto nel corso del seminario a porte chiuse tenutosi a Castelgandolfo dell’ultimo fine settimana, che aveva come tema “Creazione ed evoluzione”. Trapela innanzitutto che non c’erano solo gli ex allievi di Benedetto XVI, come nei consueti Ratzinger-Schoelerkreis: erano oltre 40 gli studiosi internazionali, biologi soprattutto e tutti a vario titolo vicini al Vaticano, invitati a dare il loro contributo.

E’ la conferma, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, che la Chiesa intende rifinire al meglio la sua terza posizione tra l’evoluzionismo, inaccettabile perché nega Dio, e il creazionismo, accettabile solo se rigettando ogni evidenza di evoluzione del vivente. In sostanza: accettare l’evoluzione, ma come parte del disegno divino. Ovviamente, i problemi sono enormi, ma quanto Pio XII e, ancor più, Giovanni Paolo II hanno pubblicamente concesso ai risultati delle ricerche di Charles Darwin impone, ora, la definizione puntuale di questa terza posizione, e in tempi brevi, convulsi se tenuto conto della lentezza con la quale è abituata a muoversi la Chiesa.

Il primo problema è dare una struttura solida e allo stesso semplice a questa cosa nuova, senza farla apparire troppo nuova peraltro, ma in qualche modo deducibile – leggibile in traccia o in simbolo – dalla tradizione: tanto solida da assorbire e annullare il pericolo che è intrinseco a un meccanismo che deve dare spiegazione della speciazione (per un complesso di dati ragionevolmente definibile casuale) e della selezione (in base alla predominanza del più adatto); tanto semplice da riportare categorie logiche come casuale e adatto all’evento della Creazione come momento che raccorda onnipotenza, onniscienza ed eternità del Creatore alla ratio della sua creatura. E non è una cosa facile. Perché casuale e adatto hanno in sé la cifra di una potenza dinamica (quella del Dio giudaico-cristiano è potenza immediata); di un disegno non lineare (non lineare almeno per la ratio della creatura che è creata per andare incontro all’estinzione o a un continuo essere ri-creata); di una durata nel tempo che contraddice il telos pre-ordinato.

E’ fin troppo ovvio che tutto questo può risolversi solo in un modo, che apparentemente non dovrebbe presentare troppe difficoltà: il mistero – che è imperscrutabile e dunque assorbe ogni contraddizione – fa del casuale e dell’adatto le due facce della sua epifania biologica. Cioè: Dio crea la creatura e la sua evoluzione (il suo disegno evolutivo). Per quanto riguarda l’uomo, ad esempio: se il creazionismo (la lettura letterale della Scrittura) dipingeva un uomo creato “a immagine e somiglianza” non evolventisi, la terza posizione dipinge il progenitore dell’uomo (il primate, ma anche – perché no, si andasse pure a ritroso – il primigenio organismo unicellulare) come potenza in atto del disegno che, selezione dopo selezione, rami estinti compresi, realizza il progetto del Creatore.

Oplà, la Creazione è quello che sarà, qualsiasi cosa sarà – in fondo, anche i fattori che influenzano il casuale sono potenza in atto del disegno – e adatto altro non è ciò che nel casuale il disegno stabilisce come vettore del telos. Teoricamente è fatta.

Teoricamente.Perché, se addirittura il lettore abituale di un blog intelligentissimo come questo potrà aver fatto qualche fatica a figurarsi gli aspetti di questa struttura logica che informa la terza posizione della Chiesa, figurarsi i poveri di spirito di cui essa è zeppa cui finora era stata data una struttura logica della Creazione facile facile. Solo per dire: nella scala evolutiva che introduce la riproduzione sessuata rispetto a quella non sessuata, vai a farglielo capire, al povero di spirito, che la narratizzazione del disegno creativo, nel punto in cui la costa di Adamo diventa Eva, deve modificarsi in un fatto inconcepibile come la meiosi gonadica.

Questa terza posizione – ecco il guaio – più è solida e meno è semplice. E, a farla semplice, somiglia troppo al creazionismo – e allora è contestabilissima da chi non è povero di spirito. Insomma, si dà a Charles quello che è di Charles, ma costa e – quel che c’è di peggio – è rischioso. Divulgare a circa un miliardo di cattolici questa nuova narratizzazione del disegno di Dio non sarà facile, provocherà un sacco di impicci. Che fare? Meglio: come fare?

Di qua, i signori biologi: per piacere, dite a Sua Santità cosa di ciò che proprio è innegabile alla luce delle acquisizioni fin qui raccolte – ma fate pure un piccolo sforzo per immaginare cosa possa acquisirsi ancora nell’immediato futuro; eventualmente, sforzatevi a congetturare in forma di mistero imperscrutabile tutto ciò che ancora non si è acquisito – e soprattutto tutto ciò che ritenete in acquisibile nell’immediato futuro.

Di là, i signori teologi: per piacere, prendete i dati dei signori biologi e cercate di organizzarli in modo che confermino la tradizione – e attenti a non lasciare il seppur minimo buchetto di incongruenza che poi ci faccia l’imbarazzo di una voragine di contraddizioni interne.

Voi, signori biblisti, preparate una nuova ermeneutica che abbia almeno l’apparenza della vecchia. Cioè: aprite delle parentesi nei punti della vecchia che la farebbero cedere negando il creazionismo, e riempitele di materiale scritturale che faccia epifania del mistero di tutto ciò che è casuale e adatto.

Finito il lavoro, portatelo a Sua Santità: sarà lui a distillarne due o tre efficaci slogan nei quali è naturale ci siano due o tre termini ambigui, che possano soddisfare sia i poveri di spirito sia quelli che ne hanno un pochetto in più ma bendisposto a piegarsi nello sbrigativo atto della fede.

Ecco qui, per esempio, questo bravo Robert Spaemann – abbiamo fatto bene ad invitarlo a Castelgandolfo – già ha capito tutto il da farsi e già offre un bel lavoretto di sintesi dei tre gruppi di studio. “Chi si apre alla dimensione di un Dio creatore non è affatto intimorito dalla possibilità di trovare razionalmente l’origine delle forme viventi, uomo compreso; ma dove incontrerà bontà e bellezza scoprirà un messaggio totalmente diverso, che non si lascia ricondurre al primo e che l’aiuta a capirlo”. Capito? “Bontà e bellezza”: visto come ogni imperscrutabile può essere rifilato per telos?

Ma il bravo Robert fa di più: dà addirittura qualche consiglio sugli slogan che poi Sua Santità ripeterà al balcone agli Angelus o in Sala Clementina a un uditorio un po’ più scafato.“Se dalle lettere che estraiamo da un sacco e gettiamo sul pavimento si forma il prologo del Vangelo di Giovanni, può essere un caso. Ogni combinazione è possibile e ha le stesse probabilità di qualsiasi altra. […] In tal caso però – se teniamo in considerazione il cosiddetto «rasoio di Occam» – nessuno penserebbe a una casualità, ma ognuno cercherebbe il trucco. Nell’evoluzione il trucco è la selezione. Ma la selezione può solo favorire ciò che già esiste”. E’ la vecchia storiella della scimmia che alla macchina da scrivere batte la Divina Commedia, però è adattata all’occasione. Peraltro, la scimmia sarebbe stata come la corda nella casa dell’impiccato.

Ma sentiamo come continua: “La configurazione delle lettere del prologo del Vangelo di Giovanni può essere di fatto un caso. Cioè può essere una combinazione «indifferente» al significato del testo stesso. Questa combinazione diventa un testo solo nella mente del lettore. Totalmente diverso è il formarsi del significato in base al quale noi leggiamo questa configurazione di lettere come un testo. Qui ha luogo un’emancipazione da tutte le condizioni di formazione e sviluppo. E’ evidente che l’affacciarsi di un senso e di un significato, quindi della vita, è legato ad un tipo di complessità superiore della materia. Anche se il risultato non è qualcosa complesso, bensì di assolutamente semplice: è l’interiorità. La vita non è uno stato della materia, ma è l’essere di un vivente. Vivere viventibus est esse”. E bravo Robert – tanto ha fatto che è stato capace di infilarci dentro pure Tommaso d’Aquino.

“Questo vale in misura ancora superiore là dove emerge la negatività nel pensiero dell’altro come altro, che non solo appartiene al mio ambiente, ma al cui ambiente io appartengo. E vale là dove si presenta l’idea di un infinito, che per definizione non è definito” – splendido, no? Sarà difficile farne una versione masticabile per le connette che vivono la fede col santino di Padre Pio nel reggipetto, ma metteremo all’opera una tank di catechisti specializzati. E’ fatta? Non proprio. Robert dice: “Se non vogliamo tradire la scienza e la comprensione di noi stessi, dobbiamo rimanere fedeli ad entrambe le visioni del mondo”. Cioè: fino a quando non riusciremo a farlo entrare nella testa dei poveri di spirito, mica sarà ipocrisia continuare a raccontare la vecchia favola della Genesi.

Ma per dare il segno di una originalità della terza posizione dice: “Le configurazioni materiali possono […] essere portatrici di informazioni in codice per un’essenza in grado di percepire un certo significato. Il fatto che un’informazione sul funzionamento di un sistema basti a farci comprendere la sua conformazione materiale, non impedisce che ci sia un secondo codice che racchiude un messaggio totalmente diverso”. Alleluia, siamo a un passo dal “Deus sive natura” – dopo Darwin stiamo per sdoganare un altro eretico – troppa grazia!

“L’obiezione secondo cui il cosiddetto «rasoio di Occam» ci vieta tale ipotesi, perché essa è superflua alla spiegazione del sistema, è molto debole. Un Creatore di inifinita potenza sfugge al «rasoio di Occam»” – ti pare che Dio non possa fare eccezione a tutto? Spalmiamolo su tutto ciò che non riusciamo a spiegarci. Per il momento.

Chiosa: “Chi si apre alla dimensione dell’Assoluto e si lascia provocare dall’antica diceria sull’esistenza di un Dio creatore [fa pure l’ironico, Robert: è una sagomaccia, bisogna riconoscerglielo, via!], non sarà affatto intimorito se la scienza spera di trovare la causa sufficiente dell’origine delle forme viventi, compreso l’uomo, nel meccanismo della sopravvivenza, o se in parte l’ha già trovata. Dove costui incontrerà bontà, bellezza e santità, o dove incontrerà contraddizioni in una teoria scientifica, scoprirà un messaggio in codice totalmente diverso, che non si lascia ricondurre al primo in nessun modo, benché il primo abbia già la propria bellezza”. In questo modo si potrebbe trovare Dio anche nella prova della sua non esistenza – se non fosse risaputamene impossibile nelle premesse.

Via, uno che argomenta come Robert merita senza dubbio un premio – chessò, le stimmate…



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